Torino Jazz Festival 2023: terza parte

di Lorenza Cattadori

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Termina con questo testo il racconto nei dettagli del Torino Jazz Festival: obiettivamente un’edizione eccezionale dal punto di vista delle presenze di pubblico e di un programma sfaccettato ed eterogeneo, tra main concerts, Jazz Talks, Jazz Blitz e tutti gli eventi del Jazz Cl(h)ub (almeno tre a serata). Un tour de force autentico ma bellissimo anche per chi scrive, corse dall’altra parte della città e poi abbracci, borse piene di brochures, taccuini e biro di riserva, terrore di tossire ai concerti maggiormente rarefatti… e sempre con la voglia di condividere tutto con i lettori e la consapevolezza di poter solamente ‘passeggiare’ sulla rassegna senza poter approfondire nulla, con un linguaggio meno tecnico e più discorsivo.
Il pomeriggio di venerdì 28 aprile avevo ancora addosso l’adrenalina del concerto ‘norvegese’ della sera prima. Errore grossolano entrare nell’Aula Magna del Politecnico di Torino in uno stato mentale di quel genere, perché il concerto in programma era al contrario un ganglio di suoni scoscesi, una costruzione di note lievi in mezzo al silenzio o di distorsioni controllate e sublimi, di uso dell’archetto in una chitarra elettrica, di concentrazione massima sopra e davanti al palco. Morire di raffinatezza. Il chitarrista Francesco Diodati crea una magia vera con il suo quartetto d’archi – anzi ‘di corde’ – Tellkujira, dove al posto dei due violini posiziona appunto due chitarre elettriche: il lavoro è veramente nobile e Diodati alla chitarra con Ambra Chiara Michelangeli alla viola, Francesco Guerri al violoncello e Stefano Calderano all’altra chitarra confezionano un ‘concerto di suoni’ (come appunto io sul taccuino in un impeto apparentemente molto sciocco) pieno di intervalli, jazz ai confini e scatole magiche per generare echi, loop e delay. Teatrali, a loro modo, ed emozionati quando si tratta di concedere un bis al pubblico entusiasta, ma dopo un’unica suite. Difficile insomma estrapolarne un frammento, ma loro ci provano e l’impressione è che non risulti affatto qualcosa di totalmente avulso dal proprio contesto. Suoni d’avanguardia, certo, ma concreti e peculiari. Alla sera, la sala del Conservatorio era completamente esaurita per poter applaudire il pianista americano Craig Taborn in solo: l’incipit è evocativo e centellinato tra pause lunghissime e note cristalline, ma il concerto è davvero di quelli che si ricordano a lungo, tra torrenziale e minimale, crescendo intensi e dinamiche tali da poterlo apprezzare anche seduti nel foyer. Bis preteso dal pubblico, e particolarmente coinvolgente.

Trio Brunod-Gallo-Barbiero

Sabato 29 aprile – dopo una mattinata di presenze autorevoli come il pianista Umberto Petrin insieme ai magnifici scatti di Pino Ninfa, in un progetto su Cesare Pavese al Circolo dei Lettori – lo studioso Franco Bergoglio presenta al pubblico dei Bagni Pubblici di Via Aglié il secondo lavoro di un trio formato da Maurizio Brunod alla chitarra, Danilo Gallo al contrabbasso e Massimo Barbiero alla batteria, intitolato emblematicamente Gulliver e uscito dopo Extrema Ratio del 2016. Il viaggio è naturalmente la parola chiave e anche noi che ascoltiamo con attenzione quella costellazione di brani brevi, arrangiati con cura e assoluta creatività da canzoni popolari, inseguiamo un filo ideale e quel percorso di note dove le intro alla batteria sono potenti ma poetiche, la linea di basso si ritaglia uno spazio personalissimo e funzionale, i temi alla chitarra possono essere dolenti o apertissimi. Il pubblico non applaude quando un musicista finisce la frase, per paura di spezzare quel filo e si gode concentratissimo i suoni dell’Etiopia, della Gran Bretagna (con Scarborough Fair, resa famosa da Paul Simon e Art Garfunkel) oppure la Cina, il Kurdistan, il Cile con una El Pueblo (dove il tema della strofa è nascosto e nebuloso in un mare di suoni intensi e colti) o la Norvegia, dove i suoni creano un’atmosfera cupa e ‘blu’ e quasi ci senti la tempesta e Barbiero punteggia con il proprio drumming acuminato. Non manca nemmeno l’Italia in questo tragitto ineffabile, ed ecco La Carpinese e soprattutto la piemontese Maria Giuana.

Arcote Project

Non finisce la giornata prima di un concerto davvero bellissimo e coinvolgente che completa idealmente il primo evento di questa rassegna, ossia la prova prima della suite Aurora ideata e composto dal bravissimo trombettista Johnny Lapio con Arcote Project. Pubblico stipato in ogni angolo della Bocciofila Vanchiglietta Rami Secchi, ma l’ossigeno mi viene garantito da una performance stupefacente e confezionata con un incipit dolcissimo al piano eseguito da Emanuele Francesconi, un po’ per illudere tutti gli astanti: solo qualche nota distonica (e molte duali) nell’evocazione di un ritorno a casa in una notte piovosa, nel quartiere più complesso di Torino (Aurora, appunto) e l’esecuzione del pianista è perfetta tra passaggi quasi alla Yann Tiersen e pause premonitrici di ciò che sta per accadere. “Successioni di tema-schiaffone”, si diceva alla prova, ed ecco arrivare la botta sotto forma di un riff o un pedale che lascia il pubblico allibito, e il concerto può avere inizio. L’ospite Pasquale Innarella dipana i suoni del suo sax arrivando dalla porta principale e facendosi strada tra la folla distribuisce potenza e dialoghi tiratissimi con il sax alto di Francesco Partipilo, a cui fa da contrappunto la tromba di Lapio; la ritmica di Davide Bono va in drum’n bass e il contrabbasso di Michele Anelli spinge un suono ruvidissimo. Tempi dispari e una bella parte lasciata a Innarella che fraseggia con comodità suoni pienissimi e concreti, mentre in tutt’altra dimensione e volumi ci conduce Partipilo con note frammentate e gorgheggi free nel sax. Siamo tutti abbacinati e scossi, mentre il cerchio si chiude con un ulteriore contributo al piano tra lirismo e note scure. “Grazie a tutti voi, che siete sopravvissuti a questo concerto” sorride Johnny e ci propone qualcosa di completamente diverso come un Monty Python: Supermarket funge da collante e si giocano in successione arrangiamenti funky reggae ska blues metal free: il taccuino a questo punto mi propone “ora smetto di scrivere, perché sto ballando”.
Domenica 30 aprile, programmazione blasonata che coincide con la Giornata Internazionale del Jazz UNESCO: il direttore Stefano Zenni lo ricorda a ogni presentazione sottolineando i valori di inclusività e uguaglianza che il jazz rappresenta. Alla mattina siamo tutti molto emozionati accogliendo allo Urban Lab la fotografa Silvia Lelli nel ricordo di Roberto Masotti e di un libro importantissimo e mirabile. A coordinare l’incontro il musicologo e docente Carlo Serra. You Tourned The Tables On Me è il titolo di un volume che contiene centoquindici ritratti di musicisti realizzati dal 1974 al 1981 e gioca volutamente sull’errore partendo dal titolo del famoso standard eseguito da Billie Holiday You Turned The Tables On Me: Masotti trova in un campo di zingari un tavolino ‘sgarruppato’ che diviene un elemento visivo importantissimo e un fil rouge per questi ritratti, da Lol Coxhil (anche nel ritratto già ironico rivoluzionario) a John Cage, da Brian Eno a Meredith Monk fino ad Anthony Braxton, Steve Lacy, Steve Reich e Philip Glass, Carla Bley e solo per citarne una minima parte. Secondo i due fotografi, per ritrarre una persona non è importante tanto stancarla per arrivare al nocciolo e svelarne l’essenza, quanto acuire lo stato di confidenza e la conoscenza profonda del suo percorso: in questo libro straordinario edito da seipersei questo processo è evidentissimo e al suo interno è contenuto anche un saggio (“davvero premonitore”, sostiene Serra) dello studioso Daniel Charles. Il tavolino è anche sintomo del ‘culto degli oggetti’ che animava Masotti. A questo proposito, durante l’inaugurazione della bellissima mostra “Sguardi – Lelli e Masotti” in corso a Palazzo Fruscione – Salerno fino al 4 giugno, racconta Serra che sopra la foto di Franco Battiato c’era una lampadina che entrava quasi in dialettica con l’immagine. “Ecco, questo è Roberto.” ha affermato Silvia Lelli, e proprio non c’è bisogno di aggiungere altro.

Stefano Bollani Danish Trio

Dal pomeriggio a tarda sera, eccoci riuniti all’Auditorium del Lingotto per una specie di maratona speciale e vitaminica: è la prima volta che Stefano Bollani ritorna con il Danish Trio a suonare dopo la pandemia e l’atteggiamento è esattamente quello di un bimbo che ritrova dopo molto tempo il proprio giocattolo: scherza con Jesper Bodilsen – inteso all’unisono con la persona e con il suo contrabbasso – suscita applausi a scena aperta sui passaggi del pezzo Insisto, accenna il tema del film Momenti di Gloria mimando il trionfo, dedica il concerto ad Ahmad Jamal e ci fa scoppiare in una risata quando alla strofa del pezzo di Lelio Luttazzi Legata a uno scoglio sostituisce “Capossela Vinicio” al  “giovane leone Bevilacqua Vinicio”, momento metricamente perfetto che ribadisce – qualora ce ne fosse bisogno – la compiutezza del rapporto di Bollani con il pubblico. Note concrete e leggerezza, con Morten Lund spumeggiante alla batteria e due momenti di sola musica e niente gag perfettamente eseguiti nel bis e nel ter, con Retrato Em Branco e Preto di Jobim e All The Things You Are, che nella loro poetica risultano davvero magnifiche.

Eve Risser
Foto di Alessandro Bosio

Un attimo di decantazione e ci spostiamo nella Sala 500 dove ci attende il concerto della pianista Eve Risser – che il pomeriggio precedente aveva deliziato tutti con un solo eseguito tramite un pianoforte preparato con magneti e chiodi e molti altri oggetti ‘non ortodossi’ – insieme al suo Red Desert: una band formata da musicisti francesi e africani che esegue una musica globale e interessantissima nel dipanarsi di suoni sperimentali, etnici, elettronici, acustici che avrebbero potuto risultare persi o raggelati tra le varie profonde individualità e invece formano un tessuto personalissimo, un andamento ritmico che ci accende tutti fino a costringerci ad alzarci in piedi e abbandonarci alla danza. “Grazie Zenni che ce li hai portati!” grida alla fine una persona del pubblico all’indirizzo del direttore, e questo davvero non era mai successo, tra un certo rigore sabaudo e la nonchalance che di solito caratterizza il pubblico del jazz.

Stefano Bollani
Foto di Alessandro Bosio
Stefano Bollani
Foto di Alessandro Bosio


Bollani
in solo veste di leggiadria e grande musica l’ultimo concerto del Festival. Presenta il suo lavoro Blooming e molti dei pezzi che esegue giungono proprio da lì: Vale A Cuba, Argentata, o Essere Oro, brevissimo, minimale e struggente tema scritto per il lavoro cinematografico della moglie Valentina Cenni, anche lei protagonista di una parte di concerto tra la divertente captatio benevolentiae con ‘La Mia Mama Veul Ch’i Fila” (canzone popolare piemontese) e la piacevolezza di quando canta in lingua brani della tradizione brasiliana. Bollani si dedica anche all’esecuzione di Nino Rota o persino degli Area per poi giungere a un passaggio molto atteso dal pubblico, il Momento Educational qui davvero esilarante con l’esecuzione dei ‘finali’ scritti dal fantomatico Oliver Ending e la richiesta al pubblico dei molti brani che vorrebbero eseguiti: Paolo Conte, naturalmente, e poi le Variazioni Goldberg, Carosone, Estate, l’Inno alla Gioia, persino Heidi e Goldrake. “Brani fatti per stare insieme”, dice lui ed esegue. Un bis, un ter, un quater e addirittura un quinquies dove riesce a inserire anche la poesia metasemantica di Fosco Maraini e la dolcezza del pezzo Il Sentiero. Ce ne andiamo attoniti e senza fiato, e il prossimo che pronuncia l’epiteto ‘gigione’ paga ammenda, sebbene gli stilemi del programma televisivo “Via Dei Matti Numero Zero” fossero davvero molteplici.
Alla prossima edizione, e grazie a voi per aver letto questa cronaca fatta di tante musiche e sensazioni differenti.
Lorenza Maria Cattadori