La prima italiana del trio The Underflow

di Libero Farnè

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Rob Mazurek - The Underflow
Rob Mazurek (foto di Massimo Golfieri)

Bologna, Angelica, Teatro San Leonardo, 24 gennaio 2020

Dopo la pausa per il periodo festivo di fine anno e prima di approdare al culmine del Momento Maggio, la stagione invernale di Angelica si è aperta con la prima nazionale del trio paritario The Underflow, formato da David Grubbs alla chitarra elettrica e voce, Mats Gustafsson al sax baritono, flauto e live electronics, e Rob Mazurek alla cornetta, voce, percussioni ed elettronica. Sebbene i tre fossero accomunati da passate frequentazioni occasionali, il gruppo si è formato nell’estate 2019 ad Atene, dove ha inciso il suo primo disco, registrato dal vivo.

The Underflow (foto di Massimo Golfieri)
The Underflow (foto di Massimo Golfieri)

Nel concerto bolognese la loro aggregazione ha offerto alcuni momenti espressivi omogenei, ora di ricerca timbrica pensosa e prudente, ora di grande tensione empatica: per esempio il trio finale, lento, melodico, evocativo, si è basato su un ascolto reciproco, sia per quanto riguarda l’evoluzione narrativa del dialogo sia per l’approccio emotivo e dinamico. Tuttavia si è assistito prevalentemente a un procedere frammentario, volutamente discontinuo, nel senso che i tre comprimari non si sono mai soffermati con compiacimento su una situazione dinamica, melodica o ritmica per portarla alle estreme conseguenze, sviluppandola in coinvolgenti crescendo con un’incondizionata adesione emotiva. Al contrario ogni tema veniva quasi subito sostituito da un’idea contrastante, a un momento di decantazione subentrava un improvviso ostinato dell’elettronica, un collettivo unitario lasciava il posto a una deviazione eccentrica di uno dei tre…

D’altra parte il diverso background musicale di ognuno di loro li ha spinti appunto verso l’assemblaggio di atteggiamenti mentali e sonori differenti; indispensabile quindi un certo distacco critico, un approccio rispettoso e democratico, senza percorrere strade ben tracciate, univocamente caratterizzate e accattivanti. Evidentemente si tratta di una scelta consapevole, di un assunto più o meno tacito, fin da quando i tre improvvisatori hanno deciso di collaborare nell’estate 2019. Ognuna delle tre forti personalità ha dovuto rinunciare a una parte di se stessa, evitando di prevaricare gli altri con qualsiasi forma di protagonismo. Gustafsson – messasi alle spalle, o accantonata per il momento, l’esasperazione magmatica del trio The Thing, o la declinazione già un po’ più decantata e sofisticata del quartetto Fire! – ha utilizzato il sax baritono o il flauto per lo più come effetti coloristici, a tratti anche allucinati e focosi o delicatamente discorsivi, ma con la misura di interventi brevi, di accensione momentanea, mai in funzione strutturale del discorso complessivo. Ha inoltre fatto ricorso all’elettronica come sottofondo stratificato, dal tono angoscioso, campionando anche le sonorità dei colleghi.

David Grubbs (foto di Massimo Golfieri)
David Grubbs (foto di Massimo Golfieri)

Mazurek dal canto suo, quando ha imboccato la cornetta ha rappresentato la componente lirica del trio, capace di filtrare ed esasperare gli esempi di Bill Dixon, di Don Cherry, del Davis elettrico. L’uso della chitarra da parte di Grubbs, con un pizzicato limpido, arpeggi risonanti e deformazioni col pedale, ha conservato comunque una timbrica prettamente chitarristica, con riferimenti a precedenti dell’ambito folk. Il ricorso alla voce da parte del trombettista e del chitarrista ha prodotto esiti divergenti: un vociare primordiale, ritualistico, tribale, accompagnato da un uso rumoristico e ossessivo di campanacci, percussioni ed elettronica, da parte del primo; una pacata declamazione di un testo, modulandolo narrativamente nella forma canzone, da parte del secondo.

In definitiva la performance bolognese di The Underflow, seguita la sera successiva da un’apparizione a Padova (le uniche due date italiane di questa tournée), sostanzialmente non dissimile a quanto mi è stato riferito, ha costituito un esempio probante di come una declinazione aggiornata di un immancabile sincretismo culturale possa caratterizzare l’improvvisazione nell’attualità.

Libero Farnè