«The Lark». Søren Gemmer

20

 

Søren Gemmer, giovane pianista danese, ha pubblicato da poco il suo secondo lavoro discografico «The Lark». Ne parliamo con lui.

 

Qual è il tuo background?

Sostanzialmente, sono cresciuto nella campagna a nord dello Jutland in una casa tradizionale, con poca musica a disposizione. Ciononostante, mia madre voleva che i suoi figli il meglio e mandò me e mia sorella a lezione di pianoforte nella locale scuola di musica. Appresi subito e bene, ma con la poca musica che potevo ascoltare, non presi sul serio ciò che avevo imparato fino ai primi anni di scuola superiore. Per un po’ ho suonato anche la batteria e imparai a conoscere il jazz e l’improvvisazione grazie a un insegnante di batteria attraverso delle audiocassette. L’improvvisazione mi interessava moltissimo! Ma la mia reazione iniziale non fu di cercare dischi di jazz contemporaneo: andai in libreria e trovai diversi libri di teoria jazz. Li lessi tutti e trovai particolarmente allettante la nozione di libertà di espressione all’interno di certi confini stilistici. Più tardi è arrivato l’ascolto dei dischi, ma per me l’idea e i concetti spesso precedono l’esperienza sensoriale e, per essere onesto, ci ho messo un po’ di tempo prima di essere in grado di relazionarmi con il suono del jazz contemporaneo. Tra l’altro ero uno studente di musica accademico e, così, ho seguito il percorso più consueto, terminato a Copenaghen con un master in pianoforte jazz e con il desiderio di far parte della scena musicale. Così arrivò il mio primo album «At First».

A proposito di «At First», tu hai messo insieme la musica classica contemporanea e il jazz più moderno. Quali sono i punti di connessione di questi due linguaggi musicali?

Ciò che ha maggiormente ispirato il  mio album è un breve brano di Sergei Prokofiev: la prima parte di Visions Fugitives, che racchiude un’armonia ambigua nascosta sotto una melodia ben evidente. Gli accordi fanno la loro parte fuori dalla armonia funzionale: si muovono in parallelo e sempre in bilico, a suggerire gli accordi centrali. In sostanza, è un’esplorazione di come dare colore a una melodia semplice creando un senso di controllata tensione e, per me, è stato un punto di partenza armonico-melodico del mio  lavoro. Trovo che molti compositori di jazz contemporaneo hanno la tendenza di immergersi a capofitto in un suono molto dolente, un mondo a parte che li racchiude e, così, si rischia di perdere di chiarezza nella comunicazione e nel significato della musica. Così, alcuni brani di musica classica moderna e contemporanea mi portano verso una concezione armonica vicina alle innovazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, quel suono che appare evidente in «At First».

Cosa è cambiato nel tuo modo di comporre tra «At First» e «The Lark»?

Nel mio secondo album ho voluto contrastare la limitazione della mia scrittura e ascoltare la musica. Più brevemente, la maggior parte delle mie melodie fino a quel momento dipendevano dagli accordi. E’ come leggere una lingua straniera: di alcune parole comprendi il significato all’interno del contesto, ma quando sono decontestualizzate, non hai la più pallida idea del loro significato. Così ho scritto le melodie con un altro approccio. Ho lavorato senza il pianoforte e usando una gamma di tecniche per allontanarmi dall’uso delle mani nel procedimento compositivo. Molte delle composizioni hanno linee di lunghezze disuguali, che creano una sensazione più fluida. Ed è ciò che sto cercando a fare molto di più in futuro. Mi è venuta l’idea di ritrarre la gente su delle linee melodiche, come una amalgama musicale di ciò che queste persone significavano per me. E’ curioso, perché l’impressione che si può avere della gente è spesso contraddittoria. Per me scrivere è un momento di catarsi. Ho dovuto dire addio a molte persone a me vicine e augurargli buona fortuna. Altre melodie sono dedicate a persone che ammiro particolarmente.

Qualcosa è cambiato anche nella tua band.

C’è una notevole differenza nell’approcciare con una chitarra, anziché un flicorno, sia dal punto di vista emozionale che nella linea melodica. Così, ho scritto dei brani tenendo conto di questa differenza e dei musicisti che li avrebbero eseguiti: il chitarrista Per Møllehøj e il trombettista Mads La Cour. Sono due eccellenti musicisti, due diversi modi di intendere l’improvvisazione e sono a loro molto grato per aver fatto parte del mio progetto. Il gruppo si completa con due miei vecchi amici, il batterista Andreas Fryland e il contrabbassista Tapani Toivanen. Ci siamo incontrati accidentalmente cinque anni fa e ci siamo trovati subito benissimo e di comune accordo Andreas e Tapani sono molto abili nel saper entrare nel cuore di ogni progetto, cosa che non tutti i musicisti sono capaci di fare. Noi siamo una band che fa canzoni, non siamo adusi a fare giochi pirotecnici, sebbene in realtà non vedo che ci stiamo orientando verso un approccio differente, che potrebbe costituire l’ossatura del prossimo disco.

Colpisce il titolo del brano d’apertura del tuo disco: The Madonna & The Whore. A cosa fai riferimento?

E’ una riflessione sul fatto che siamo potenzialmente tutti santi e peccatori. E’ ispirato all’intervista di Björk ad Arvo Pärt. A un certo punto, Pärt parla di una melodia in due parti, dove l’una è il peccato e l’altra è il perdono e ho voluto proprio scrivere un brano basandomi su questo concetto.

A parte i compositori di musica classica, da chi trai ispirazione?

Attualmente, John Steinbeck. Il suo modo di mostrare alcuni aspetti della vita umana con un uso sorprendentemente creativo della lingua inglese mi ha letteralmente travolto. Così anche lo scrittore Peter Watson. Dal punto di vista musicale, devo ammettere che traggo ispirazione dalle persone che mi sono vicine. Fondamentalmente, trovo ispirazione nel contemplare le scelte artistiche dei musicisti che conosco personalmente.

Nel tuo ultimo lavoro troviamo quattro Improvisation. Quanto è importante per te l’improvvisazione nella tua musica e nel tuo modo di vivere?

E’ una situazione particolare ciò che mi crea l’improvvisazione. E parlo dell’improvvisazione libera, comunque un termine che potrebbe essere problematico. Sono una persona altamente strutturata in quasi tutti gli aspetti della vita. Vivo secondo degli schemi imposti quando faccio pratica, scrivo, suono nel tempo libero. Inoltre, vivo in un mondo dove l’immagine ha una notevole importanza. Così, mi sembra che improvvisare in musica sia la via per uscire dagli schemi e dalle restrizioni. Anche se penso che sia un concetto più complesso, perché in realtà l’improvvisazione è un spazio mentale in cui sono costretto a fare il punto di dove sono realmente come musicista e come persona. Ed è ciò che faccio, perché devo fare i conti con quello che posso creare come musicista e di come si sento, in realtà, come persona. Perciò, il concetto di «lasciarsi andare» è lontano dal mio modo di vedere l’improvvisazione, perché per me costituisce un enorme sforzo per arrivare a un livello fondamentale per un musicista. E lo devo fare nel modo più onesto possibile.

Pensi che il concetto di improvvisazione europeo sia diverso rispetto a quello statunitense?

Penso che si debba evitare di generalizzare. Ritengo che l’eredità classica europea e le innovazioni statunitensi si siano ben integrate nel corso degli ultimi decenni. Per la mia esperienza, però, vi sono diversi obblighi nella formazione e nel jazz statunitense: il musicista è obbligato a rendere omaggio a un gran numero di innovazioni stilistiche del passato, prima ancora di avere il diritto di chiamarsi jazzista. Mentre nel jazz danese, partiamo da una nozione di jazz soltanto come dimensione concettuale.  In altre parole, il concetto di jazz, come «una forma di musica contemporanea improvvisata caratterizzata da elevati livelli di competenza strumentale e un’inclinazione verso l’innovazione» è tutto ciò di cui noi abbiamo bisogno per andare avanti.

E’ difficile fare il jazzista in Danimarca?

E’ complicato. In realtà, penso che dobbiamo essere grati alla Scandinavia per il sostegno all’arte. Ovviamente, il lavoro è duro e il livello di concorrenza sembra essere in aumento, ma è sicuramente fattibile essere un jazzista in Danimarca. Bisogna lavorare duramente per migliorare e per ritagliarsi uno spazio cercando di non essere troppo interessati ai meccanismi del business della musica, ma prendendoli sul serio. Così come la professione di musicista.

Quali sono i tuoi impegni futuri?

Sono al lavoro per il prossimo disco, che sarà uno studio particolare sulle realtà metriche e ritmiche. Si basa su alcuni minuscoli frammenti de Catalogue d’Oiseaux di Olivier Messiaen, che mi ha letteralmente folgorato, e che ho ascoltato qualche mese fa. Tromba, flicorno, batteria e piano preparato, con musicisti emozionanti e il giovane trombettista polacco emergente Tomasz Dabrowski. Inoltre, come sideman collaborerò in giugno con un gruppo danese e Ralph Alessi; poi in tour in Polonia con il chitarrista Gilad Hekselman e un altro gruppo polacco in autunno.

Alceste Ayroldi