«The Colour Identity» parla Mauro Sigura

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di Alceste Ayroldi

«The Colour Identity» è il titolo del lavoro discografico di Mauro Sigura. Ne parliamo con lui.

Mauro, la scelta di suonare l’oud è legata in qualche modo alle tue radici culturali?

Nasce da una mia esigenza personale legata alla necessità di ricercare nuove sonorità, nuove vie, attraverso cui esprimere la mia concezione musicale; tuttavia sono nato a Torino che è una città crocevia di diverse culture e questo sicuramente ha influenzato la mia ricerca e ha avuto un ruolo fondamentale nello stimolare la mia curiosità. Inizio come chitarrista rock-blues, poi ho intrapreso alcuni studi legati al jazz tradizionale, ma sempre con un certo distacco, ero più interessato alle atmosfere nord-europee. Dopo alcuni viaggi in Medio Oriente, durante i quali sono rimasto impressionato dalla dimensione ritmica, dalla forza evocativa e dall’immensa base culturale della musica greca, ottomana e araba, ho deciso di studiare l’oud e gli elementi fondamentali della tradizione greca e ottomana, che ancora sto approfondendo.

«The Colour Identity» mette insieme sonorità nordeuropee e mediterranee. Ci parleresti della genesi di questo tuo nuovo progetto?

L’intenzione che sta alla base di questo progetto (tengo a precisare che è il progetto di un quartetto in cui tutti apportano idee e contenuti contribuendo alla creazione dei brani), è quella di creare un filo conduttore tra due mondi lontani: uno più ritmico, a volte tribale e colorato come quello mediterraneo e africano e uno più legato ad atmosfere sospese e paesaggi rarefatti nord europei. Con gli altri componenti del quartetto: Gianfranco Fedele, Alessandro Cau e Tancredi Emmi, abbiamo pensato che  questo filo conduttore potesse essere il jazz nord europeo. Sicuramente ascolti come Dhafer Youssef, gli E.S.T., Jan Garbarek, Helge Lien hanno influenzato molto il nostro sound e la nostra ricerca. Ma ciò che abbiamo tentato di fare è stato: creare un suono, sforzandoci di lasciare che le diverse influenze emergessero da sole, senza forzature. La naturalezza con cui la diversità dialoga, questa è stata la chiave del nostro lavoro.

Il canto di Maddalena e Madri di Damasco sono due brani a tua firma che prevedono l’intervento, rispettivamente, di Marta Loddo e Rosie Wiederkher voci senza testo. Non penso sia un caso che siano collocati in apertura e chiusura del disco.

Si è vero, non è un caso; questa scelta rientra un po’ nell’ «indefinito» presente in questo album. L’idea dell’album è quella di una stanza vuota dai contorni rarefatti (ben rappresentata dalla foto in copertina di Marta Loddo, bravissima fotografa e cantante), in cui  le diverse sonorità si incontrano con il loro bagaglio di tradizioni e dialogano insieme senza il vincolo di pareti troppo rigide. Iniziare e chiudere l’album di un quartetto acustico con due brani elettronici, cantati, senza testo e senza quartetto, ci è sembrato un buon modo per chiarire da subito che in questo viaggio sonoro non esistono elementi prevalenti stilistici; tutto appare e si dissolve senza imporsi, in un continuo movimento dialettico. Marta Loddo,  artista e compositrice innovativa oristanese, ha cantato su di una melodia che ho scritto per lei partendo da uno dei numerosi dromi (percorsi-scala) particolari della tradizione greco-ottomana; mentre Rosie Wiederkher (ex voce degli Agricantus) ci ha regalato la sua voce in un brano dedicato alle madri siriane in un tempo di così grande sofferenza per loro e i loro figli. In entrambi i brani Gianfranco Fedele ha curato la parte elettronica.

Cosa evoca il brano Allagamenti?

E’ un brano scritto a quattro mani con Gianfranco. Nasce in un periodo in cui in Sardegna era ancora vivo il ricordo della tragedia dell’alluvione che causò, nell’isola, diverse vittime. Iniziammo a lavorare su di una mia melodia, ma devo dire che fu Gianfranco a trovare l’arrangiamento giusto per il brano; introdusse una linea di basso il cui ritmo ci portava proprio lì, nel mezzo del fluire delle acque ma con un crescendo progressivo e impetuoso. Era tutto lì davanti ai nostri occhi, vedevamo la forma ma non sapevamo che nome avesse. Così facemmo ascoltare il brano ad una delle più importanti scrittrici sarde, Savina Dolores Massa, che dopo aver ascoltato il brano disse: Allagamenti. E per noi non ci furono dubbi.

Il tuo modo di suonare l’oud tiene a mente la tradizione, ma la tua tecnica è molto personale. Chi sono i tuoi riferimenti stilistici?

Sicuramente Anouar Brahem per il suono, l’intenzione e per come sia riuscito ad integrarsi con la musica europea, ma anche Munir e Jamil Bashir;  tuttavia, non è nelle mie intenzioni rifarmi esclusivamente alla tradizione arabo-ottomana. Ho molto rispetto per quel mondo e mi ci avvicino sempre in punta di piedi, ma non è il mio mondo e non sarei «vero» se cercassi di suonare solo in stile tradizionale. La mia idea è piuttosto quella di cercare uno stile personale che unisca il fraseggio jazzistico, quello tradizionale arabo-ottomano, ma anche quello più legato al rock-pop.

Quanto spazio è dedicato all’improvvisazione in questo disco?

In ogni brano c’è uno spazio dedicato all’improvvisazione, o come strumenti solisti o di insieme. Nelle parti improvvisative di insieme lavoriamo molto su ambientazioni e stanze sonore , ma questo è forse più evidente nei nostri live. Mettendo insieme e dando voce alle diverse anime del gruppo, anche quella più propriamente legata all’improvvisazione radicale di Alessandro e Gianfranco ha trovato uno spazio che io e il contrabbassista Tancredi abbiamo imparato a conoscere e fare nostro.

A chi è dedicato questo disco?

Questo disco porta in sé un messaggio di dialogo, incontro, di pace ma non nel senso del «vogliamoci tutti bene», ma nel senso del sederci ad un tavolo per affrontare razionalmente il problema con tutte le parti ed essere tutti disposti a fare un passo indietro per la causa. Dunque, è un dovere, quasi scontato, dedicare questo disco alla speranza in una convivenza non solo pacifica ma fertile per la nascita di nuove idee tra le diverse culture del Nord e del Sud del mondo. Personalmente poi, vorrei dedicare questo disco del quartetto alla mia famiglia e a mia moglie che da sempre mi appoggia e sostiene in questo percorso.

Quanto influiscono i tuoi studi filosofici sulla tua musica?

Moltissimo direi. Ad esempio, il titolo del disco: «The Colour Identity» nasce da un concetto filosofico, quello dell’identità del diverso, un concetto che incontrai per la prima volta in un testo di Emanuele Severino e che è presente da sempre nella filosofia occidentale e non solo , a partire dalla filosofia greca. L’identità del diverso è ciò che c’è di identico in tutte le cose diverse, il principio comune, la sostanza prima senza la quale nulla esisterebbe. Ciò che vive ed è sempre uguale in tutti gli esseri viventi. Per quanto mi riguarda, l’identità del diverso si coglie in una dimensione emozionale, empatica, ecco perché per noi è molto importante il suono, l’ambientazione, l’atmosfera sonora: l’empatia è la chiave per cogliere l’identità del diverso.

Vuoi parlarci dei tuoi sodali? Come è nato questo quartetto?

L’idea del quartetto nasce nel 2013. Allora stavo per concludere una bellissima esperienza con gli Agricantus, dunque venivo dal mondo della world music, ma avevo già in mente l’idea per un nuovo progetto. Cercavo musicisti con caratteristiche differenti ma in grado di adattarsi a qualsiasi idea, portando il loro contributo e la loro esperienza. Il primo che contattai fu Tancredi Emmi contrabbassista diplomato al conservatorio, dunque d’impostazione classica; poi arrivò Alessandro Cau, batterista, percussionista, costruttore di strumenti, proveniente dai seminari di Siena Jazz, con una naturale predisposizione all’improvvisazione radicale ma con un background legato al rock-blues e al punk. Infine arrivò Gianfranco Fedele, unico vero jazzista della band. Da subito l’avvento di Gianfranco contribuì a dare una forma più ordinata alle idee che avevo in testa e con il suo aiuto la band raggiunge progressivamente una consapevolezza stilistica di insieme che prima mancava. Sapevamo che stavamo facendo qualcosa di nuovo e questo ci inorgogliva, ma come tutte le cose nuove, temevamo la risposta del pubblico. Fortunatamente già dal primo concerto la risposta è stata entusiastica, ha sorpreso anche noi e ancora oggi un po’ ci sorprende il fatto che il pubblico, ovunque, sia così generoso nei nostri confronti, non solo in Italia, ma dalla Norvegia al Giappone, dalla Tunisia all’Etiopia, alla Serbia, la risposta è sempre la stessa, ovunque. Nel 2015 abbiamo iniziato la collaborazione con l’etichetta sarda S’ard Music, che sotto la guida di Michele Palmas, produce il nostro album. Il disco è uscito nel maggio 2016.

Tu sei di Torino, ma a un certo punto della tua vita hai deciso di trasferirti in Sardegna. Quali sono i motivi di questa scelta?

Nel 2005, per svariati di motivi, decisi di lasciare Torino. Stavo cercando un luogo nuovo in cui vivere, ma a condizione che avesse un buon fermento musicale per poter continuare il mio percorso ed esplorare nuove dimensioni.  La scelta era tra la Puglia e la Sardegna e alla fine, un po’ per motivi  famigliari e un po’ spinto dalle mie origini sarde optai per l’isola.

L’aver cambiato vita, luoghi, ha influenzato anche la tua musica?

Sicuramente, arrivando in Sardegna sono entrato in contatto con  una realtà bellissima, fresca, fertile e totalmente nuova per me. Da subito mi ha colpito lo spessore, la complessità e il sapore primordiale della musica tradizionale sarda, in particolare nei canti a tenore e a concordu; poi molto importante fu la scoperta del mondo improvvisativo, la ricerca delle dimensioni sonore, il contatto con la terra e i suoi elementi che spesso diventano strumento o cassa di risonanza, basti pensare al genio di Pinuccio Sciola. Poi, per me che venivo da una grande città come Torino, fu molto importante l’incontro con  un’altra percezione del tempo. Il tempo della creazione e della sperimentazione è un «non tempo» sull’isola, non quantificabile in ore o minuti, questa è forse, la cosa che più di tutto mi ha colpito e influenzato.

Dal punto di vista, diciamo, commerciale, il fatto di suonare l’oud è una limitazione o un vantaggio nel momento in cui ti proponi ai jazz festival italiani?

Dipende, ci sono festival in cui io difficilmente potrò mai suonare, mentre in altri è più facile. Spesso alcuni vedono lo strumento e associano subito la nostra musica a quella araba, questo ovviamente ci limita un po’, ma  in alcuni casi può essere un vantaggio in quanto crea interesse. Dunque dipende da caso a caso, tuttavia, lavorando molto all’estero, devo dire che  spesso l’oud viene associato a un sound genericamente mediterraneo e questo mi agevola in quanto, anche se non sono di origine araba o turca, vengo comunque percepito, in qualche modo come un esponente del sound mediterraneo.

Cosa è scritto nell’agenda di Mauro Sigura?

Come quartetto continueremo la presentazione del disco e stiamo lavorando alla programmazione del resto del tour con date in Tunisia, India, Montenegro, Norvegia, Belgio e nuovamente in Giappone. Inoltre, con la mia produzione, sono impegnato nella ricerca del management più adatto alle nostre esigenze. Probabilmente avremo un ospite nel quartetto, un musicista italiano importante di cui però non faccio ancora il nome per scaramanzia. Mentre, al di fuori del quartetto, sto avviando alcune collaborazioni, ma è tutto ancora allo stato embrionale: vedremo!

Alceste Ayroldi

Il link della recensione: https://www.musicajazz.itmauro-sigura-4tet-the-colour-identity/