Tempo Reale: Aria

La nuova edizione del festival fiorentino si è tenuta dal 21 al 23 giugno.

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La Limonaia di Villa Strozzi - foto di Simone Petracchi/The Factory

Firenze, Limonaia di Villa Strozzi

21-23 giugno

Aria. I responsabili di Tempo Reale non potevano scegliere un titolo più azzeccato per questa nuova edizione del festival, sottolineando così – idealmente e con forza – la volontà di ripresa dopo tanti mesi di chiusura. Secondo i piani originari la rassegna avrebbe dovuto svolgersi sulla terrazza retrostante la Villa Strozzi. Un provvedimento del Comune di Firenze, giunto intempestivamente a soli due giorni dall’inizio, ha dichiarato inagibile la terrazza, nonostante che certi problemi strutturali fossero stati segnalati un anno prima. Questo ha comportato il dirottamento degli eventi nella Limonaia della Villa, proverbiale sede delle manifestazioni organizzate da Tempo Reale.

Michele Rabbia – foto di Simone Petracchi/The Factory

Come sempre attenti a cogliere i segnali più significativi dalle aree della sperimentazione, i responsabili di Tempo Reale hanno allestito un programma ricco e non privo di sorprese, in qualche misura aperto anche all’improvvisazione. Questo giustificava in pieno la presenza di Michele Rabbia, percussionista di rara sensibilità, frequentatore dell’improvvisazione di matrice jazzistica ma anche perfettamente a suo agio con l’elettronica. Per Rabbia il supporto elettronico è un mezzo per modificare, espandere o, a seconda delle esigenze, moltiplicare i suoni ricavati dal suo armamentario percussivo, per l’occasione limitato (si fa per dire) a un tom basso, piatti di varia foggia e dimensione, campane tibetane e oggettistica varia: un diapason, un metronomo, perfino un accendino piezoelettrico e un pettine (!). Tutte fonti sonore che Rabbia mette in condizione di interagire con l’elettronica, ricavandone una vastissima gamma di timbri inediti e sfumature imprevedibili. Così facendo, costruisce un’autentica narrazione sonora di cui si apprezzano in particolar modo la varietà, l’alternanza tra pieni e vuoti, il valore del tocco e del gesto, nonché i momenti di rarefazione giocati su dinamiche sottili.

Julien Desprez – foto di Simone Petracchi/The Factory

Proveniente da esperienze nel rock e dalla frequentazione della scena jazzistica francese, il chitarrista Julien Desprez ha elaborato una propria cifra stilistica assolutamente eterodossa e radicale. Ruolo e funzione dello strumento vengono totalmente ridefiniti, addirittura stravolti: corde stoppate e picchiettate, corpo percosso, acide distorsioni e picchi di saturazione. Un corpus sonoro che viene arricchito dall’uso del tutto insolito della pedaliera, a volte trattata indipendentemente come se il chitarrista francese stesse suonando i bassi di un organo. Una sperimentazione spietatamente iconoclasta, spinta oltre il limite (simbolo della società post-industriale?), in cui influenze e richiami – credibili o ipotetici che siano – risultano letteralmente spazzati via. Sembra quasi che Desprez intenda riprendere frammenti delle esperienze e delle innovazioni introdotte da Lee Ranaldo, Thurston Moore, Derek Bailey, Marc Ducret, Elliott Sharp, Marc Ribot e Otomo Yoshihide per poi farne tabula rasa. Rimane però il dubbio che il ripetersi di certi approcci e procedimenti nasconda a tratti carenze nello sviluppo delle idee e che tutto questo si traduca in un gioco intellettuale.

Vincenzo Scorza – foto di Simone Petracchi * The Factory

A volte anche la sperimentazione può cadere nel già sentito. Lo dimostra Vincenzo Scorza, che ama costruire lunghe sequenze elettroniche via via stratificate in un andamento ciclico. Un processo lento e graduale ma coerente, dall’effetto gradevolmente ipnotico, che comunque evoca esperimenti pionieristici condotti negli anni Settanta da alcuni musicisti tedeschi. Vengono alla mente i Tangerine Dream di «Atem» e «Phaedra», o il Klaus Schulze di «Irrlicht» e «Timewind».

Dario Fariello – foto di Simone Petracchi/The Factory

Conferma l’assunto di cui sopra anche Dario Fariello. Quando imbraccia il sax sopranino o il soprillo (ancia di 30 centimetri, più alto di un’ottava del soprano e di mezza ottava del sopranino stesso) sembra volersi riallacciare – fatte le dovute proporzioni – al giovane Braxton o a Roscoe Mitchell: uso del soffiato nell’imboccatura, suoni parassiti, suoni frullati, gorgoglii. Ne scaturisce però un discorso discontinuo, sfilacciato e avulso dall’elettronica, utilizzata quasi sempre in alternanza invece che in simbiosi con le ance.

Zumtrio – foto di Simone Petracchi/The Factory

Di tutt’altro spessore la proposta di Zumtrio, formato da due membri di Tempo Reale (Francesco Giomi all’elettronica e Francesco Canavese alla chitarra) e da un jazzista come il batterista Stefano Rapicavoli. Un flusso continuo nella sua varietà nasce da segnali elettronici paragonabili a dei richiami e dall’interferenza delle frequenze di una radio analogica, mentre l’improvvisazione prende gradualmente il sopravvento su qualsiasi traccia prestabilita. Si succedono così impulsi elettronici, passaggi free form, progressioni parossistiche sottolineate ora da scansioni nettamente marcate, ora da ritmi tribali, alternate a fasi statiche dove risalta maggiormente la ricerca su timbri e dinamiche. Canavese tratta la chitarra con magistrale controllo delle varie risorse offerte dalla pedaliera, producendo sussulti, contorcimenti e improvvise esplosioni che rimandano al rock più sperimentale. Rapicavoli arricchisce la propria gamma espressiva e coloristica con un set di piccole percussioni. Giomi cura un’impeccabile regia sonora, fonte di un’interazione tanto vitale quanto incisiva.

Anthony Pateras – foto di Simone Petracchi / The Factory

Protagonisti della serata finale due compositori di rilievo quali l’australiano Anthony Pateras e l’americana Lea Bertucci. Pateras ha presentato due brani per pianoforte, realizzati con un criterio interattivo. Infatti, il pianoforte dell’autore dialogava con nastri di piano registrato: il primo stereofonico, il secondo quadrifonico. Un dialogo distillato e centellinato con parsimonia e con attenzione alle altezze, alle nuances e alla relazione tra spazio e tempo. Un approccio in qualche misura riconducibile alla poetica di Morton Feldman. Un suggestivo gioco di specchi tutt’altro che narcisistico. Semmai, un’efficace dimostrazione del doppio dualismo tra autore/esecutore e strumento, tra uomo e macchina.

Lea Bertucci – foto di Simone Petracchi/The Factory

Bertucci è una giovane artista che finora ha condotto parecchi esperimenti incentrati sulla dialettica con spazi e ambienti. Un concetto senz’altro interessante, ma pressoché impossibile da sviluppare all’interno della Limonaia, pervaso all’inizio della performance dalla fissità monolitica di un bordone prodotto dall’armonium con inevitabili richiami a Terry Riley e Brian Eno. Un flusso immoto bruscamente disturbato da effetti (tratti dalla natura?) trasmessi dal laptop e interrotto dal sax contralto con ampie frasi, prima in solitudine e poi in combinazione con l’elettronica, a cui in seguito Bertucci abbina anche un flauto. Un percorso non privo di suggestioni e intuizioni, che però appare tutt’altro che organico e finisce per rimanere a metà del guado.

Si è assistito dunque a una rassegna di indubbio interesse, che ha messo in evidenza pregi, problematicità, rischi e contraddizioni del fare musica oggi nel campo della ricerca elettronica.

 

Enzo Boddi