Talos Festival 2019 – Ruvo di Puglia, 31 agosto / 8 settembre

di Libero Farnè

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Jaques Morelenbaum (foto di Cinzia Cantatore) - Talos Festival 2019
Jaques Morelenbaum (foto di Cinzia Cantatore)

Talos Festival: l’evento pugliese nel segno delle bande, della danza e dell’improvvisazione più autentica e visionaria.

Il Talos è un festival orgogliosamente del Sud. Lo è perché riflette le idee, le convinzioni, la passione incrollabile del suo fondatore Pino Minafra, che negli ultimi anni viene affiancato nella direzione artistica dal figlio Livio. “La melodia, la ricerca, la follia. Bande” è il significativo sottotitolo dell’evento. Non si tratta infatti di un festival di jazz tout court, in quanto il programma è prevalentemente frutto di incroci culturali e comprende anche altre musiche con una propria storia e identità; in primo luogo il patrimonio bandistico, che in Puglia ha una tradizione prestigiosa e che sta tornando ad essere oggetto di un vitale rinnovamento con esiti altrettanto ineludibili. La valorizzazione delle bande prevalentemente pugliesi, alle quali come di consueto sono state dedicate le prime cinque serate dell’anteprima sul sagrato della stupenda cattedrale di Ruvo, è divenuto il fiore all’occhiello della manifestazione.

Ma un ruolo preminente alle bande è stato dato anche all’interno delle quattro giornate del festival internazionale. La Banda per antonomasia, la medesima formazione di una quarantina di elementi, attiva dal 1993 e documentata dall’emblematico doppio cd edito dalla Enja, col tempo è diventata una vera e propria istituzione, viva e malleabile sotto le mani di Pino Minafra e dei musicisti di volta in volta chiamati a collaborare. Rispetto alla scorsa edizione il concerto della Banda ha visto direttori d’orchestra, solisti e repertori totalmente diversi, fatte alcune eccezioni. Sotto la direzione di Michele Di Puppo la formazione ha dato la sua interpretazione della tradizione, con arrangiamenti di brani tratti dalla Carmen di Bizet e del Bolero di Ravel, confermando una compattezza, una potenza espressiva e una varietà di accenti sorprendenti.

Gianni Lenoci (foto di Cinzia Cantatore) - Talos Festival 2019
Gianni Lenoci (foto di Cinzia Cantatore)

Gli altri brani proposti in successione hanno dimostrato come una simile compagine possa essere piegata ad una attualizzazione rivitalizzante. Con la direzione di Giovanni Pelliccia e Gianluigi Trovesi in veste di motivatissimo solista, di quest’ultimo è stata riproposta buona parte del cd “Profumo di violetta”: un percorso che, iniziato con la trascinante Toccata, sorta di fanfara che introduce l’Orfeo di Claudio Monteverdi, poi deformata in forme jazzistiche e stravinskiane, è proseguito con rivisitazioni dalla Traviata di Verdi e dalla Tosca di Puccini. La notevole composizione Heraklion di Vincenzo Anselmi con il fisarmonicista Leonardo Di Gioia in evidenza, entrambi ruvesi, ha esplorato ulteriori possibilità dell’ampio organico. E così via, passando ai brani proposti dalla fisarmonicista ucraina Eugenia Cherkazova e da Livio Minafra, che ha concepito una composizione partendo da un testo che affronta il fenomeno della taranta di Athanasius Kircher, filosofo ed erudito gesuita del Seicento. Fino ad arrivare a Sacra romana Rota, suite di brani tratti ovviamente da Nino Rota riproposta da Bruno Tommaso, che ha rappresentato il vertice del concerto per il puntiglio delle variate soluzioni armoniche e timbriche. In chiusura non poteva mancare l’esaltante Fantozzi di Pino Minafra, scatenata sfilata finale di sapore felliniano. 

Oltre alla “Notte della Banda”, i concerti serali del main stage nella Piazzetta Le Monache hanno ospitato altre due bande di sicuro richiamo. L’organico variabile e multietnico dell’Orchestra di Piazza Vittorio è un progetto che coagula esperienze di varie origini culturali con l’intento di promuovere una pacifica integrazione e convivenza. Nel concerto ruvese, alla kora, rappresentativa del centro Africa, si è affiancato l’ud, utilizzato in molti paesi del bacino del Mediterraneo, oltre a canti evocativi, momenti percussivi di vario tipo… ma non sono mancati nemmeno riferimenti a cadenze andine o alla musica cubana. Nessun membro della formazione si è imposto come una guida autorevole o un virtuoso strumentista; lo spettacolo si è pertanto svolto dapprima in modo un po’ frammentario, per poi crescere notevolmente nel finale, rivelando una scansione delle situazioni preconfezionata, di matrice pop. In definitiva non si può negare che la proposta possegga una sua onesta e lineare semplicità comunicativa.

Girodibanda (foto di Cinzia Cantatore)
Girodibanda (foto di Cinzia Cantatore)

Ben diverse la carica ritmica e la coesione interattiva profuse dalla leccese Girodibanda, attiva da anni sotto la direzione sicura e scanzonata di Cesare dell’Anna, trombettista dalla pronuncia opportunamente sbavata. L’imponente dispiegamento di forze sul palco ha visto ogni elemento perfettamente nella parte, a cominciare dalle personali sette voci maschili e femminili che si sono via via succedute in scena. Si è così condensata una formicolante musica collettiva, senza un momento di cedimento, che ha realizzato un denso sincretismo culturale, intrecciando le diverse tradizioni che si fronteggiano sulle sponde dell’Adriatico. La genuina anima popular di fondo è stata esasperata e resa ridondante da una buona dose di eccessi e di follia, corroborata dalla presenza di clown sui trampoli e mangiafuoco, trasformando lo spettacolo di chiusura del festival in una festa ubriacante.  

Rispetto alle ribollenti e interminabili performance bandistiche, totalmente diversa, di grande equilibrio formale e di pensosa concentrazione, è stata la serata in cui si è esibito il duo formato da Renaud Garcia-Fons e Dorantes, a cui ha fatto seguito il Cello Samba Trio di Jacques Morelenbaum. 

Come già su disco, si è rinnovato il sodalizio fra il contrabbassista francese e Dorantes, pianista sivigliano di solidissima formazione classica. Il flamenco era l’esplicito riferimento comune, ma la forma espressiva della tradizione spagnola ha perso gran parte del suo carattere popolare e della sua coinvolgente comunicativa. Nelle loro mani, soprattutto in quelle del pianista, il modello è stato trasceso, complicato, diventando musica colta. Anche Garcia-Fons, che ha usato quasi esclusivamente l’archetto, ha “mascherato” il suo virtuosismo sensazionale di un tempo per trarne un discorso narrativo concatenato e di grande efficacia, appunto di equilibrio classico.

Nel Cello Samba Trio, Morelenbaum era affiancato dai fidi Lula Galvão alla chitarra e Rafael Barata alla batteria. In questo caso è la samba a costituire il comune patrimonio di riferimento, che però, in un repertorio di composizioni del violoncellista-leader e di altri classici brasiliani, è stato sottoposto a una profonda reinterpretazione. L’interplay sensibilissimo fra i tre musicisti, tutti eccelsi interpreti del proprio strumento, ha creato un sound  generale decantato in una raffinatezza meditativa. La samba appunto, pur conservando l’esplicita cadenza ritmica, ha quindi acquisito una poetica dimensione cameristica, per nulla furbescamente ammiccante, anzi a tratti dalla vena malinconica, quasi dolente. La coerenza stilistica e la ricorrenza di queste situazioni hanno dato al concerto un’impronta un po’ troppo uniforme.     

Günther «Baby» Sommer (foto di Cinzia Cantatore) - Talos Festival 2019
Günther «Baby» Sommer (foto di Cinzia Cantatore)

Un secondo elemento che caratterizza la fisionomia del Talos degli ultimi anni è il connubio fra musica e danza, fra improvvisazione sonora e corporale. Questo a seguito della collaborazione avviata con la Compagnia Menhir Danza, diretta da Giulio De Leo, infaticabile coordinatore di vari laboratori fin dai mesi primaverili. Gli appuntamenti di queste esperienze inedite e affascinanti, di elevato grado sperimentale, si sono svolti il mattino, utilizzando vari spazi della città, e soprattutto nel tardo pomeriggio, nell’ampia e accogliente corte quadrata della Pinacoteca, ex convento di San Domenico.

Il duo formato da Pino Basile (percussioni) e Giuseppe Doronzo (sax baritono ed altro) ha messo in campo un confronto fra uno strumento ad ancia, che appartiene a vari generi musicali, ed un’infinità di strumenti effimeri della tradizione popolare meridionale, dall’intonazione precaria. L’incrocio timbrico e ritmico fra le diverse fonti sonore, sulla base però di una stringente struttura organizzata, ha comportato un’autentica ricerca di rinnovamento della tradizione popolare.

Lo stesso contesto sonoro ha poi supportato la danza esperta e affiatata di  Erika Guastamacchia e Antonio Savoia. Le loro movenze sono andate alla ricerca di un contatto fisico con lo spazio, prendendo possesso di un’area circolare, seguiti lentamente dai due musicisti sulla circonferenza perimetrale, essendo il pubblico disposto su quattro lati della corte quadrata.

Un’altra decisa reinterpretazione della tradizione si è avuta con il duo in cui Livio Minafra ha interagito con Eugenia Cherkazova, insegnante di fisarmonica al Conservatorio di Kiev e perfettamente a suo agio con la persistente memoria folclorica della sua terra. Si sono così succedute danze tartare e balcaniche, decantate in una qualità melodico-ritmico-armonica non stentorea, ma anche una rivisitazione della Tarantella napoletana di Rossini, nell’arrangiamento del pianista. A tratti la sua diteggiatura e l’amplificazione hanno prodotto una sonorità simile a quella del cimbalom. Non sono mancati da parte di Minafra anche dichiarati omaggi ad Antonello Salis, in particolare nella delicatezza trattenuta del suo Cum grano Salis

Il duo si è quindi inserito dapprima con prudenza, come un tessuto interstiziale, poi con linee melodiche via via più decise, nella coreografia che Giulio De Leo ha organizzato con un gruppo di utenti diversamente abili e di operatori del servizio L’albero dei desideri. L’esito è risultato emozionante, per la caparbia ma serena partecipazione di ognuno e per l’intreccio dei ruoli personali tesi a costruire un percorso collettivo.

Puglisi e Günther «Baby» Sommer (foto di Cinzia Cantatore)
Fabrizio Puglisi e Günther «Baby» Sommer (foto di Cinzia Cantatore)

Fra i tanti appuntamenti del Talos-danza, succedutisi in vari spazi nei nove giorni del festival, non si può trascurare la partecipazione dell’ospite Virgilio Sieni, che nell’estemporanea performance “Di fronte agli occhi degli altri” era accompagnato dalla chitarra di Roberto Cecchetto. Come in altre occasioni già sperimentate in passato, interfaccia del coreografo e danzatore toscano era un gruppo di non professionisti, uomini e donne prevalentemente attempati, preparati in precedenza da suoi collaboratori.

Mentre Cecchetto tramava un tappeto pigro, malleabile, senza sussulti, vagamente circolare e non prevaricante, Sieni ha coinvolto di volta in volta i partner (ma anche un paio di bambine invitate dal pubblico), portandoli a scoprire le potenzialità del proprio corpo, a prendere confidenza con lo spazio, a interagire strettamente con lui, modello dalle proprietà maieutiche ma anche compagno di strada alla pari. Una concentrazione pacata e sofferta al tempo stesso ha dato risultati forse un po’ troppo insistiti.

Se fin qui ci siamo soffermati sui due filoni portanti del festival pugliese, quello della banda e quello della danza, bisogna sottolineare che non sono mancate presenze prettamente jazzistiche e di elevatissima qualità.

La solo performance di Gianni Lenoci è stata intesa non tanto come interpretazione di singoli brani, ma come improvvisazione aperta, liberatoria, dai contenuti autobiografici, come flusso continuo, coagulato di volta in volta su alcune suggestioni tematiche. Nel suo pianismo di forte personalità si sono succeduti lacerti di melodie stravinskiane, accenni a standard, a temi di Monk e di Tristano, all’insopprimibile matrice del blues… fino a giungere ad una versione di Ida Lupino di Carla Bley, esposto in modo più esplicito e sviluppato conseguentemente. Tutto era lasciato germinare spontaneamente, ma anche filtrato da un autocontrollo latente e austero, come può capitare in un sogno un po’ faticoso e angoscioso prima di distendersi su linee più trasparenti e pacificate.

Trovesi e Tommaso (foto di Cinzia Cantatore)
Gianluigi Trovesi e Bruno Tommaso (foto di Cinzia Cantatore)

Ospite d’onore del festival e artista residente era Günther “Baby” Sommer, che assieme a Nicola Pisani ha tenuto anche una master class di musica d’insieme, i cui esiti compositi sono stati esposti nella giornata conclusiva.

Il settantaseienne batterista di Dresda, che è tornato a Ruvo dopo ventiquattro anni dal primo invito, ha aperto la programmazione del main stage con una solo performance dedicata a Max Roach, a Philly Joe Jones, ad Art Blakey, cioè ai maestri afroamericani dai quali venne influenzato negli anni Sessanta. Sul suo ampio set batteristico, che trasporta personalmente in auto in ogni angolo d’Europa, egli ha generato un’energia debordante, organicamente strutturata, pienamente radicata nella tradizione jazzistica, ma nello stesso tempo consapevolmente europea ed anche con primitive inflessioni etniche. Due giorni dopo Sommer ha intrapreso un duo, già collaudato in altre occasioni, con l’amico Fabrizio Puglisi, pianista siciliano che meriterebbe un riconoscimento ben più ampio. Il loro set, trasferito all’interno della Pinacoteca a causa dell’instabilità del meteo, per rompere il ghiaccio ha esordito con un brano di Monk dapprima riconoscibile, nodoso e frammentato, poi deviato verso l’astrazione. Si sono poi susseguite situazioni dalla forte componente teatral-gestuale alla ricerca della delimitazione e della presa di possesso dell’ambiente. Sempre evidente comunque la qualità, la spaziatura, il respiro dell’aspetto musicale, per lo più abrasivo, grumoso, ora ludico ora più problematico. Dal magma surreale sono emersi altri temi monkiani, subito tradotti in ritmi sbilenchi e accordi stralunati, fino a concludere le improvvisazioni approdando a soluzioni secche e repentine all’unisono. La loro inventiva di matrice espressionista e dada, tipicamente europea, ha procurato un godimento assoluto, mentale e fisico-sensoriale, sia ai ricettivi ascoltatori come agli stessi motivati, simbiotici improvvisatori.

Libero Farnè