Steve Coleman ipnotizza il pubblico di Torino

Un concerto maestoso al Teatro Alfieri davanti a 1500 spettatori

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I Five Elements con la loro musica ipnotica hanno mandato in visibilio il pubblico di Torino
Il gruppo perfettamente allineato sul palco

Il ricco cartellone del Torino Jazz Festival toccava uno dei punti più alti in occasione del 25 aprile con la formazione di Hamid Drake all’Hiroshima Mon Amour alle 18 e Steve Coleman al teatro Alfieri di Piazza Solferino alle 21.

Hamid Drake

Hamid Drake si era già esibito nello stesso locale la sera precedente con Majid Bekkas e Shabaka Hutchings, il quale ha dovuto sostituire all’ultimo momento Peter Brötzmann, dopo l’annuncio di un (si spera) momentaneo abbandono delle scene. Anche per il concerto del 25 aprile del sestetto Turiya la formazione concordata ha visto la defezione di Pasquale Mirra. Nonostante in cartellone non fossero previsti sostituti, Gianluca Petrella è salito sul palco per l’ultima mezz’ora del set, regalando incursioni di pregevole fattura ad un concerto che ha un po’ deluso le aspettative. L’amplificazione ha oscurato gli interventi dell’ottimo Jamie Saft e del basso di Brad Jones, mentre la musica che omaggiava la figura di Alice Coltrane non ha saputo raggiungere quel grado di spiritualità che ci si poteva attendere.

Steve Coleman al sax alto

La serata si è poi conclusa con il sensazionale concerto di Steve Coleman che apriva la sua tournée europea a Torino. L’impresa di riempire il teatro Alfieri con i suoi 1500 posti non solo è riuscita ma parecchie persone sino all’ultimo istante sono rimaste fuori dal teatro alla disperata ricerca di un biglietto. Ed il pubblico è rimasto attonito, in religioso silenzio davanti ad uno spettacolo davvero unico. Non ci sono dubbi che il quartetto abbia preparato con grande cura un programma musicale molto complesso ed articolato, sia da un punto di vista intellettuale che sintattico.

Fynlayson alla tromba ha confermato ancora una volta il suo immenso talento.

Chi si aspettava la totale contaminazione con la musica di strada afroamericana, dal rap al drum’n’bass, ed un jazz sporcato dalla polvere del terreno è rimasto spiazzato. L’assoluta nitidezza ed essenzialità dei fraseggi di Steve Coleman e di Jonathan Fynlayson faceva da matematico contraltare agli ipnotici giri di basso elettrico ed alla inarrestabile propulsione della batteria. Lo spazio lasciato alla improvvisazione era veramente poco o poco avvertibile, sax alto e tromba si ritrovavano a memoria in una infinita serie di contrappunti ed unisoni, con una precisione e lucidità chirurgiche. Fraseggi brevi, mai torrenziali. Nessun affanno, solo il piacere di incontrarsi agli appuntamenti prestabilititi, come se le due voci strumentali (peraltro stupende di per se) fossero guidate da una ferrea logica geometrica per allontanarsi, alternarsi e riunirsi magicamente.

Rich Brown al basso elettrico, immobile sul palco ha ipnotizzato il pubblico

Ogni brano era caratterizzato da un giro di basso differente ma sempre reiterato, martellante ed ipnotico, Il bassista Rich Brown faceva impressione per la sua compostezza sul palco, praticamente sempre quasi immobile, facendo il pari con la lucidità e precisione di Sean Rickman alla batteria, che rientra nello stile sincopato e propulsivo di artisti come Mark Giuliana o Nate Wood. I quattro musicisti perfettamente allineati sul palco, a confermare la volontà di essere un gruppo, ove ognuno è pedina essenziale alla riuscita, e non un mero comprimario o accompagnatore in secondo piano.

I Five Elements di Steve Coleman allineati sul palco del Teatro Alfieri

L’impressione è che Coleman e Fynlayson abbiano voluto sublimare in un linguaggio moderno tutta la storia del jazz, raccogliendo negli unisoni dei temi la lezione del Bebop, nella geometria degli spazi quella di Ornette Coleman, nella intima libertà di movimento tutto il peso della AACM ed in particolare di Richard Muhal Abrams, che fu mentore di Fynlayson prima della propria scomparsa. Il trombettista stesso dopo il concerto ci ha raccontato come abbia avuto solo tre volte l’occasione di suonare con questo guru del pianoforte e della composizione: una volta a Milano al Teatro Manzoni e due volte negli States, e che considera oggi quelle tre date come il momento più alto della propria carriera musicale.

Sean Rickman alla batteria, uno stile estremamente moderno

I riferimenti tanto “colti” quanto dissimulati non sono certo mancati, dalle frasi di Thelonios Monk a quelle di Charlie Parker. Ogni noia di mainstream e di routine è stata letteralmente spazzata via, tenendo sempre alta la tensione nel pubblico, liberatasi nell’ovazione finale. Alla fine del concerto i musicisti sono rimasti sul palcoscenico a firmare dischi e a scattare foto con il pubblico: una bella maniera di essere vicini a quegli spettatori che sono parte stessa dello spettacolo con l’energia che riescono a trasferire ai musicisti stessi.

Testo di Francesco e Giancarlo Spezia

Foto di Alessandro Bosio, eccettuata quella di Hamid Drake a cura di Carlo Mogavero.