Stefano Giust: contro tutte le convenzioni

di Sandro Cerini

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Stefano Giust
Stefano Giust (foto di Patrizia Oliva)

Setola di Maiale, etichetta di musiche geniali, pure e anticonformiste, ha più di un quarto di secolo. Ne parliamo col suo fondatore

Stefano Giust, puoi offrire ai lettori una breve descrizione di Setola di Maiale e – se non della sua storia – dei suoi e tuoi scopi?
Setola di Maiale nasce nel 1993, per dare opportunità e corpo a tutte le musiche creative. In quegli anni c’erano poche etichette – inflazionatissime e spesso stereotipate, o talvolta talmente specializzate che le musiche trasversali faticavano a trovare spazio – serviva insomma un’opportunità in più. Doveva essere agile, pratica, anticonformista e indipendente. Avevo molti progetti musicali che non avrebbero mai trovato un’etichetta (o, forse, non ero disposto per inclinazione a stare tutto il tempo a cercarne una), dovevo insomma inventarmi qualcosa se volevo salvare il mio lavoro e quello degli amici musicisti a me più vicini. Questo identico problema lo avevano e lo hanno tantissimi artisti, e così doveva essere questa la «missione» da intraprendere. Senza compromessi e senza cedimenti: e, incredibilmente, questo è stato fino a oggi.

Esiste una specifica nozione di improvvisazione (o composizione istantanea) cui ti sei ispirato per la tua musica e per quella di Setola di Maiale?
La musica improvvisata è certamente il focus dell’etichetta. È un modo di pensare e fare musica che ha radici profonde e antiche e grazie al jazz afro-americano – e in una certa misura anche alla musica classica sperimentale del Novecento – questa pratica artistica è riuscita a stabilire uno spazio importante nella produzione della musica contemporanea, nella sua accezione più ampia. Nella nuova musica infatti, è indispensabile l’apporto attivo e vero dell’interprete: si chiede cioè all’esecutore una partecipazione creativa, non «meccanica», né scolastica. Questo, il jazz lo sapeva bene fin dall’’inizio. La musica classica invece ha dovuto riscoprirlo (non dimentichiamo che nella musica barocca l’improvvisazione era fondamentale), e grazie all’alea e all’indeterminatezza ha cominciato a introdurre questi elementi nel suo processo compositivo. La musica improvvisata, o musica creativa per antonomasia, è una musica d’arte raffinatissima: è seria, impegnativa, complessa oltre misura e sa anche essere selvaggia e brutale, liberatoria e ludica. È musica viva, come lo è la vita ed è la forma più democratica di partecipazione che esista tra gli esseri umani: tutti i musicisti hanno eguali responsabilità nella riuscita della musica, hanno gli stessi privilegi e le stesse limitazioni, non c’è un capo, un compositore, un organizzatore. Tutti lo sono allo stesso modo e nello stesso istante. Bisogna anche aggiungere che il pubblico, con la sua presenza, partecipa alla musica che viene suonata, perché il suo essere presente in sala influenza certamente quella musica (anatomie sottili); non solo, ma la musica improvvisata entra inevitabilmente in rapporto anche con lo spazio architettonico, acustico e vibrazionale. Tutte queste caratteristiche fanno della musica improvvisata una cultura musicale progressista, libertaria, pericolosa per l’establishment in ragione delle sue implicite asserzioni filosofiche. Personalmente non amo la definizione di «composizione istantanea», la trovo un po’ snob, perché la musica può prendere tante direzioni, inclusa quella – auspicabile – dell’estrema cura dei dettagli e della forma. È proprio il termine «composizione» che avvilisce il processo improvvisativo, rendendolo implicitamente subordinato alla scrittura, intesa come approccio più «nobile». Non dimentichiamoci che esistono soltanto due metodi, ben distinti, per creare musica: l’improvvisazione e la composizione. Una corre il massimo dei rischi, l’altra li evita o li circoscrive.

Stefano Giust - Setola di Maiale
Qui e di seguito alcune copertine scelte tra quelle dei molti cd pubblicati da Setola di Maiale, tutte caratterizzate da un’intensa ricerca grafica.

Come pensi il tuo ruolo di produttore e come sei venuto via via caratterizzandolo?
Ricevo molte proposte da ascoltare e faccio delle scelte. Presto naturalmente attenzione al motto «musiche non convenzionali» che da sempre accompagna il nome della label, o almeno a ciò che a me suggerisce questa frase. In verità penso che le musiche che pubblico non dovrebbero essere più considerate «non convenzionali». Lo rimangono perché il gusto comune è quello che è, ossia stereotipato e conformista, a volte retrogrado. Penso al free jazz, alla musica classica contemporanea: sono linguaggi che oggi dovrebbero essere compresi da chiunque. Penso alla musica sperimentale, quella che pratica gli incroci impossibili. Penso alla free improvisation, alla free improvised music, alla musica radicale, non idiomatica. Mi capita di essere in pena per una pubblicazione che mi piace, ma che non posso pubblicare perché la musica non osa abbastanza. Questo per me è molto importante, anche come musicista. Presto molta attenzione ai giovani e vorrei pubblicare più musica di giovani musicisti. Succede anche che sia io a chiedere al musicista o al gruppo, di pubblicare qualcosa con Setola e, in questo caso, cambia un poco la relazione tra etichetta e artista, nel senso che mi sobbarco un impegno maggiore per la realizzazione e la promozione, che altrimenti rimarrebbero condivise. E capita pure che io mi occupi soltanto della grafica, mentre a curare la stampa siano i musicisti stessi, nel proprio Paese, i quali a cose fatte mi inviano un po’ di copie per il sito: questo accade quando i musicisti sono lontani e i costi lieviterebbero di molto per le spese postali; faccio così con alcuni musicisti newyorkesi. Infine mi piace molto pubblicare musica registrata nel passato e che, per un motivo o per l’altro non è mai uscita, o appartiene a dischi ormai introvabili. Molte etichette stampano dischi di musicisti che successivamente porteranno in tournée quel progetto, per ovvie ragioni economiche, ma è un aspetto che non mi interessa.

Setola di Maiale

Quale ruolo pensi che possa o debba occupare l’elettronica nel processo di improvvisazione?
L’elettronica in musica è un’acquisizione del tutto storicizzata; ha dapprima ampliato la tavolozza sonora dei compositori occidentali (per esempio Cage, Varèse, Stockhausen, Maderna) e, successivamente, quella degli strumentisti e improvvisatori (Sun Ra, Braxton, Evan Parker e così via). È un ingrediente molto interessante, stimolante e il suo apporto cambia a seconda del progetto con cui si pone in relazione, perché le sfumature e le modalità dell’elettronica sono davvero molteplici e possono svilupparsi su piani molto differenti. Basti pensare alla differenza tra la manipolazione in tempo reale del suono di uno strumentista acustico, oppure alla pura produzione e sintesi di suono, a prescindere dagli altri strumenti. In un processo di improvvisazione libera, l’elettronica può essere anche un elemento di rottura e di destabilizzazione del materiale musicale, mentre nella composizione istantanea – se vogliamo tenere questa definizione, intesa qui come una specializzazione meramente compositiva e colta del materiale musicale improvvisato – il suo ruolo è sovente più vincolato, più oculato. Alla fine è uno strumento come un altro.

Setola di Maiale

Nella tua visione il «prodotto discografico» è ancora attuale, utile o necessario?
I dischi, e più in generale tutti i supporti fonografici, sono un aspetto importante della cultura umana. Guardando un poco oltre, mi rifiuto di pensare a internet come all’unico luogo deputato al deposito – e quindi alla trasmissione – della parola, dell’immagine e del suono.

Le pubblicazioni di Setola denotano una cura estrema per gli aspetti grafici. Quali sono le ragioni di questa scelta?
Ho fatto il grafico professionista per dieci anni, formandomi nello studio di comunicazione di un bravo e colto grafico pugliese che vive e opera tuttora a Pordenone: Luigi de Bellis. Come per la musica, mi appassionano i linguaggi moderni e contemporanei, mi piacciono la rivoluzione tipografica operata da David Carson ma anche il rigore svizzero, la creatività olandese e il minimalismo di AG Fronzoni. Per le produzioni di Setola avevo adottato inizialmente una immagine coordinata ma, con il passar del tempo, ho preferito tralasciare questo vincolo prendendomi la libertà di adottare ogni volta un progetto grafico peculiare a ogni lavoro, e così ho fatto anche per alcune ristampe.

Stefano Giust - Setola di Maiale

Hai mai pensato che Setola potesse svolgere una precisa funzione rispetto al mondo dei musicisti?
Sì, e in parte ti ho già risposto. La prassi seguita delle etichette è ormai comune per quasi tutte e risponde a una logica di condivisione economica do it yourself. Fuori dall’Italia, le etichette in questi ambiti musicali che producono regolarmente molti dischi sono poche e le opportunità di accedervi sono altrettanto poche e onerose. Per questo spero che Setola di Maiale possa contribuire, in qualche misura, a facilitare i musicisti nella pubblicazione e diffusione del proprio lavoro, con una label che negli anni si è guadagnata un respiro internazionale. Va anche detto che molti artisti stranieri sono più avvantaggiati ,rispetto ai musicisti italiani, in termini di sostegno economico dalle istituzioni dei Paesi d’origine e anche in termini di visibilità. Purtroppo la presenza italiana nel panorama internazionale è molto poco considerata, insieme a Paesi come il Portogallo, la Slovenia, la Grecia eccetera. Un recente libro americano, A Listener’s Guide To Free Improvisation di John Corbett, sciorina i soliti nomi noti ma di italiani ve ne sono soltanto due! Questo non è un buon giornalismo musicale, perchè tendenzioso o semplicemente ignorante. Anche il sito Free European Improvisers è terribilmente monotono. Di fatto non abbiamo molto peso internazionale, questa è la verità. Comunque, le produzioni che curo sono in tiratura limitata, facili da ristampare, ben fatte e professionali. Per scelta, non ho mai voluto avere distribuzione: così possono farlo i musicisti stessi con le loro copie e gestire in questo modo ogni cosa, senza intermediari. Non solo: possono ristampare il disco con altre etichette, possono mettere in download la musica del disco quando vogliono, a pagamento o gratis. Il musicista è totalmente al centro del processo produttivo! Sono sincero se dico che penso a Setola di Maiale come a un archivio di musiche geniali, pure e anticonformiste. Sono certo che proprio la scelta di mantenere l’etichetta piccola, libera e indipendente dal mercato e dal perseguimento a tutti i costi di una logica di massimizzazione del profitto economico, le abbia permesso di sopravvivere fino a oggi.

Setola di Maiale

Qual è il tuo ruolo di musicista all’interno dell’etichetta?
Direi fondamentale. Il fatto di essere un musicista mi ha indirizzato a costruire una label che metta al primo posto l’artista e le sue esigenze, proprio perché conosco i problemi di chi fa musica non di consumo, i bassi budget e i cachet altalenanti, il disinteresse della stampa tradizionale, etc. Stampare cinquecento dischi di musica che non ha un vero mercato è costoso, troppe copie rimangono sugli scaffali, meglio adottare allora delle soluzioni più agili, come il controllo della tiratura con possibilità di una ristampa facile. L’ampia versatilità del catalogo rispecchia i miei interessi di musicista: io stesso ho inciso dischi di musica elettronica, ho composto, ho suonato rock sperimentale e musica contemporanea e soprattutto suono free jazz e libera improvvisazione. L’improvvisazione è certamente parte integrante di ogni mio lavoro, anche nei dischi dove la composizione è presente. Ho una buona cultura musicale e vi riconosco un denominatore comune che mi aiuta nella scelta dei lavori da pubblicare. Per esempio, con la musica improvvisata i criteri di giudizio devono essere diversi rispetto a una musica composta, dove cioè i materiali sono stati organizzati nel tempo e con tutta calma, contrariamente alla musica improvvisata in cui le decisioni sono prese all’istante, nel momento in cui si suona. È una distinzione davvero importante. Come musicista e ascoltatore sono molto esigente, soprattutto con la musica organizzata e scritta. Non è necessario essere così estrosi per scrivere sul pentagramma delle note orizzontali e saperne curare le relazioni verticali, è solo un linguaggio da imparare e approfondire: ben altra cosa è far suonare le note e i suoni in maniera inedita, intelligente e interessante. E con le dovute distinzioni, questo discorso vale anche per la musica improvvisata: c’è musica improvvisata brutta che non comunica nulla, rimane cioè solo un sistema, un processo il cui risultato non è andato a buon fine. Un improvvisatore dedica molto tempo al lavoro sul proprio strumento, che è duro e quotidiano; parallelamente, la sua curiosità musicale e la voglia di progredire lo portano a immergersi in un costante approfondimento teorico, storico ed estetico attraverso la lettura di saggi musicali e così via. A questo si aggiungono i concerti e, se c’è anche la gestione di una etichetta, si capisce che tutto l’impegno non può essere assolto nei fine settimana. La musica può occupare davvero una vita intera.

Sandro Cerini

[da Musica Jazz, agosto 2017]