STACEY KENT: OLTRE IL FASCINO

418

[youtube width=”590″ height=”360″ video_id=”PYdrhTL3VBk”]

Stacey Kent: Nel gioco del jazz, Bari, teatro Forma, 28 novembre 2013.

«Cantare è più che ricordare, più che vivere, più che sognare». A dirlo è Caetano Veloso e a farlo proprio è Stacey Kent, in base a quanto si è visto e udito al teatro Forma di Bari, per l’occasione stracolmo nel primo set e bello pieno nel secondo: una rarità, da queste parti.  L’introduzione è affidata ai padroni di casa: prima Donato Romito e poi Roberto Ottaviano, rispettivamente presidente e direttore artistico dell’associazione Nel gioco del jazz, che da un po’ di anni porta belle sorprese nel capoluogo pugliese. E una novità, almeno per il pubblico di Bari, è Stacey Kent, nonostante il suo ricco palmarés di successi musicali e lussuose onorificenze.

La poliglotta cantante del New Jersey ammalia immediatamente per simpatia ed eleganza e parte a spron battuto nel declinare il suo personale verbo immortalato nel suo ultimo lavoro discografico, «The Changing Lights» (Parlophone Music France, distr. Warner), con This Happy Madness. Il canto accarezza e intriga, la voce elastica si distende in un succedersi di note nude e rifiuta tutti gli artifizi voluttuosi e le spirali neo-barocche della decorazione: è veramente personale, e ciò sbalordisce ancor più il pubblico. Al suo fianco un gruppo scelto con accuratezza, che lascia respirare a meraviglia anche il connubio artistico e di vita con il polistrumentista Jim Tomlinson, ai sassofoni soprano e tenore, al flauto e anche alla chitarra: Josh Morrison alla batteria, che dà ampia prova di conoscere il repertorio percussionistico brasiliano, Jeremy Brown al contrabbasso e Graham Harvey al pianoforte. Canta senza sosta, Stacey, ma non risparmia neanche parole che attraversano parecchi mari, alternando inglese, portoghese, francese e italiano. Va avanti con la main title del suo ultimo album, per proseguire attingendo dall’album «Breakfast on the Morning Tram», con le carezze firmate da Serge Gainsbourg in Ces Petits Riens e Tomlinson che ne contrappunta irreprensibilmente il canto.

Poi, spazio al Brasile tanto amato: O barquinho, che anticipa Waiter, Oh Waiter, altro original che reca il marchio di Tomlinson sul testo dello scrittore nippo-britannico Kazuo Ishiguro. Stacey imbraccia la chitarra e fa capire che le lezioni dei maestri brasiliani hanno colto nel segno, sfoderando anche una batida di buona fattura e intonando prima Dreamer e poi la luminosa e toccante How Insensitive, che fiorisce anche nel tenore di Tomlinson, dal fraseggio ritmicamente malizioso. Il passo è breve per arrivare all’hit One note samba, dove la cantante mostra ancor più quanto sia padrona del palco. The Face I Love e Waters of March rimarcano il punto, e il brano di Jobim risuona di un’inedita gioia nella voce sempre più imbevuta di swing della leader. Dal cilindro magico fuoriesce poi Smile di Charlie Chaplin, che si apre come un pezzo da camera nel dialogare serrato tra Tomlinson e Graham Harvey per mettere in moto tutto il lirismo che la voce della Kent sa dipingere, e si tuffa nelle note di O Bêbado e a Equilibrista. Sul finire Stacey saluta – attraverso le ispirate note di So Nice – il suo mentore nell’universo sonoro latino: Marcos Valle.

Il bis sul filo del rasoio del tempo e l’uscita giustamente affrettata, per consentire l’ingresso al secondo set, non affievoliscono gli applausi scroscianti e convinti del pubblico barese nei confronti di una star come da tempo non s’ascoltava.

A Ayroldi