«SPACES». INTERVISTA A FRANCESCO CATALDO

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Francesco Cataldo, chitarrista e compositore siciliano, partirà nel prossimo autunno in tour per far conoscere il suo ultimo lavoro discografico «Spaces», pubblicato dalla AlfaMusic.

Francesco, «Spaces» è un disco dove hai al tuo fianco un bel po’ di collaboratori eccellenti. Come è nata l’idea di questo lavoro?

«Spaces» contiene tredici brani scritti tra il 2010 e il 2012. Nella primavera del  2012 ho contattato Scott Colley; avevo da tempo il desiderio di coinvolgere questo grandissimo artista nel mio progetto. Sapevo che Scott aveva registrato in Italia solo con Stefano Bollani ed Enrico Pieranunzi, quindi avevo già compreso quanto selettivi fossero i suoi criteri di scelta dei musicisti. A maggio 2012 Scott mi ha risposto dandomi la sua piena disponibilità ed invitandomi a registrare a New York. Registrare a New York non rientrava nei miei programmi iniziali, ma di fronte a questa occasione mi sono organizzato ed ho convocato anche gli altri musicisti: Dave Binney, Salvatore Bonafede, Clarence Penn ed Erik Friedlander. A settembre 2012, quindi, ci siamo dati appuntamento  presso i Sear Sound Studios a Manhattan.

Perché hai scelto Spaces come titolo dell’album? Che significato hai voluto dare al tuo lavoro?

Spaces significa «spazi», «Spazi sonori», «respiro musicale». Da anni, il mio obiettivo nella composizione è esclusivamente quello di trovare un equilibrio tra gli strumenti, senza dare prevalenza alla chitarra o ad altro solista. Credo che la prima cosa che dovrebbe arrivare immediatamente al cuore dell’ascoltatore sia la personalità del compositore e non le sue capacità tecniche. I temi, quindi, diventano un prezioso ed imprescindibile veicolo per  trasmettere i sentimenti di chi ha composto i brani. In questo disco, la chitarra, non ha un ruolo predominante, ma si unisce al gruppo cercando di creare una sorta di cerchio. Immagino sempre un cerchio in cui tutti i musicisti sono equidistanti dal centro, dal nucleo che è proprio la mia musica. Lo sviluppo degli assolo è funzionale ai temi, alle melodie, agli arrangiamenti scritti da me in ogni singolo dettaglio. Le pause, l’interplay continuo ed incessante, diventano elementi fondamentali per creare e ri-creare di volta in volta questi «spazi».

Hai registrato negli States, hai scelto compagni di viaggio statunitensi (fatta eccezione per Salvatore Bonafede). Eri alla ricerca di un suono americano o qualcosa è accaduta per caso?

In realtà non cercavo un suono americano, ma desideravo tanto avere il sound di Scott nel disco. Il resto del gruppo è arrivato dopo. Ho scelto i musicisti non per la loro “americanità” ma per la loro eleganza, la loro grazia musicale. Non avevo intenzione alcuna di sfruttare la tipica «muscolarità». Non volevo assolutamente che venisse fuori l’ennesimo disco «americano», «muscolare». Ho scritto le parti e gli arrangiamenti, quindi, pensando anche al loro sound, ma dando comunque priorità assoluta alle mie esigenze espressive: ai temi!

Però, non si perde il tuo dna mediterraneo, che si ascolta nelle linee melodiche delle tue composizioni. Quanto sono importanti per te, musicalmente parlando, i tuoi natali? Quanto influiscono sulla tua musica?

Infatti, come dicevo, ho dato priorità assoluta alle mie esigenze espressive. Sono nato e vivo a Siracusa, quindi inevitabilmente nella mia musica riecheggiano gli spazi mediterranei, siciliani. Credo che ogni compositore debba seguire, esprimere, codificare in musica le proprie origini. Non avrebbe alcun senso provare ad imitare o semplicemente emulare altre culture musicali. Farsi contaminare, invece, è fondamentale! La contaminazione arricchisce, fa crescere gli “Spazi” dentro ciascuno di noi.

In «Spaces» sei impegnato alla chitarra elettrica e anche a quella baritona. Come mai hai optato per questa soluzione?

Per questo progetto ho pensato ad un sound prevalentemente elettrico. Ho concepito però la mia chitarra come una tromba, uno strumento a fiato. Nei brani, la chitarra suona spesso col sax, e questa intesa va poi a «contagiare» tutto il resto del gruppo; obiettivo è proprio fare gruppo! La chitarra baritona 8 corde invece rappresenta per me uno strumento unico, diverso dalle altre chitarre e semplicemente meraviglioso. Ho suonato con la baritona un solo brano: Your Silence. Ho deciso in questo brano di ritagliarmi un momento esclusivo di chitarra solo. La baritona ha una ricchezza ed una varietà timbrica che la avvicinano al pianoforte; ho provato quindi a suonarla pensando esclusivamente all’armonia, ai suoni.

Hai scritto pensando ai musicisti che ti avrebbero accompagnato, oppure avevi già tutto in testa?

Ho scritto dando priorità assoluta alle mie esigenze espressive. Negli arrangiamenti, ovviamente, ho tenuto conto del sound di ciascun musicista per ottenere al meglio una summa che non fosse solo il risultato dell’insieme degli strumenti, ma un suono unico.

Francesco, della tua laurea in giurisprudenza che ne hai fatto?

Ricordo con tenerezza gli anni dell’università a Catania. In quel periodo studiavo e allo stesso tempo cominciavo a muovere i primi passi nel mondo del jazz. Dopo la laurea ho deciso di seguire la mia vocazione per la musica. L’esperienza universitaria mi ha dato tanto e comunque è rimasta nel mio bagaglio culturale.

Dopo «Spaces», che è del 2013, cosa è successo?

Dopo l’uscita di «Spaces», sono arrivate tantissime recensioni positive da diverse parti del mondo (Downbeat, Jazzwise, MMjazz Korea, Tokyo Jazz, Jazzit ecc…). Ad Aprile 2013 ho presentato il disco in un breve tour in Italia con Kenny Werner ed altri grandi musicisti. Quest’anno partirà una tournee in autunno per proseguire la presentazione in Europa.

Chi ti ha spinto verso il jazz e chi ti ha fatto imbracciare la chitarra?

Ho cominciato a studiare chitarra ad undici anni. Prima, da sette a dieci anni avevo studiato pianoforte. Fino a ventidue anni ho studiato chitarra classica; poi, giunto ai ventitré ho scoperto il jazz ed ho cominciato a studiarlo intensamente. Anche se cominciare questo percorso a ventitré anni sembrava un’impresa ardua, sono sempre andato avanti cercando in questo genere di esprimere e soprattutto potenziare la mia creatività. Il disco che mi ha fatto innamorare del jazz è stato «Kind of Blue» di Miles Davis. In questo disco capolavoro, ho sentito per la prima volta gli «spazi» di cui parlavo prima, ed ho deciso di avviare la mia ricerca incessante.

Qual è la tua filosofia musicale?

Dare risalto ai temi, alle melodie. Sviluppare i soli in maniera esclusivamente melodica senza voler dimostrare. Suona ciò che sei, non ciò che sai!

Quale traguardo più imminente ti sei prefisso?

Attualmente desidero fortemente suonare «Spaces» in giro per il mondo. Ho tanti brani nuovi da registrare ma prima preferisco presentare per bene questo progetto.

E il traguardo «di una vita»?

L’equilibrio. Trovare in maniera definitiva il modo di esprimermi nella musica in maniera piena e completa.

A parte i musicisti con cui hai collaborato, con chi altri vorresti collaborare?

Attualmente il panorama mondiale pullula di grandi musicisti; il mio desiderio è quello di continuare a collaborare con quelli che ritengo più affini al mio piccolissimo universo musicale per imparare e crescere sempre di più!

Quali sono i tuoi prossimi impegni?

In autunno dovrebbe partire una tournée in Europa, che mi vedrà al fianco di grandi musicisti europei e non.

Alceste Ayroldi