Shai Maestro: The Dream Thief

di Alceste Ayroldi

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Shai Mestro (foto di Gabriel Baharlia)
Shai Mestro (foto di Gabriel Baharlia)

Il pianista israeliano Shai Maestro è uno dei nomi in più rapida ascesa nel mondo del jazz contemporaneo, e il suo recente debutto su ECM, «The Dream Thief», lo rivela anche compositore di pregio.

Hai iniziato a suonare all’età di cinque anni musica classica. Quando hai iniziato a interessarti al jazz?
Mia madre, che suonava il pianoforte classico, amava il jazz e lo ascoltava quasi sempre. E io ero lì con lei, quindi pian pianino mi sono abituato a certe sonorità che fin dall’inizio mi avevano colpito. Il jazz ha fatto parte delle mia infanzia, della mia adolescenza: è un pezzo di me.

Nell’ascoltare la tua musica ci si accorge da subito che conosci molto bene la tradizione jazzistica ma che la stai portando avanti secondo la tua prospettiva. Qual è il tuo punto di partenza nel jazz?
Nel jazz Thelonious Monk, John Coltrane, soprattutto Oscar Peterson, ma in genere tutti i grandi del jazz sono stati il mio punto di partenza. Così come amo Beethoven, Bach, Stravinsky e Bartók amo anche Michael Jackson, Skrillex e la musica cubana. Non dico che tutti costoro influenzino la mia musica ma, come punti di partenza di ciò che faccio, hanno lo stesso valore e come tali trovano posto nel mio lavoro.

Un giorno, senza preavviso, ricevesti una telefonata dal contrabbassista Avishai Cohen e iniziasti a lavorare nel suo nuovo trio. Perché accettasti subito la sua proposta? Cosa ti attraeva della musica di Cohen?
Già conoscevo Avishai perché è mio connazionale, e poi la sua musica mi è sempre piaciuta. Poter far parte del suo nuovo trio con un batterista formidabile come Mark Guiliana era una ghiotta occasione che non potevo farmi scappare. Ho imparato tantissime cose da Avishai. E quando ho lasciato la sua band ho imparato tante altre cose da altri musicisti. Il segreto è di non smettere mai di imparare. Da Avishai, così come dagli altri, ho assorbito come una spugna.

In seguito hai collaborato con Mark Guiliana nel suo quartetto e anche con Theo Bleckmann. Come valuti queste esperienze?
Anche adesso sono in tour con Theo Bleckmann. Amo la musica di entrambi, il loro modo di concepire la musica, per quanto siano due musicisti completamente diversi. Theo è un incredibile, fantastico musicista creativo. Adora lavorare sui contrasti, sui colori del suono in opposizione tra loro, così come gli piace lavorare sulle dissonanze. Sono gli aspetti che ammiro della sua concezione musicale. Lui mi ha insegnato a pensare alle dissonanze non in quanto tali ma come una diversa valutazione del suono. Con Mark, invece, avevo lavorato nella band di Avishai Cohen, e suonare nel suo gruppo è stata un’esperienza bellissima. Ho registrato con lui un album e abbiamo fatto un tour. È un batterista esplosivo e, a mio avviso, uno dei migliori in circolazione. È incredibilmente creativo, ha una forte capacità ritmica ed è dotato di un’incredibile sensibilità e capacità organizzativa a livello di gruppo; è capace di cogliere perfettamente il momento e di far sì che la musica cresca naturalmente. Anche come persona è fantastica, ed è uno dei miei migliori amici.

Shai Maestro (foto di Gabriel Baharlia)
Shai Maestro (foto di Gabriel Baharlia)

Poi hai voluto intraprendere la carriera solistica e hai formato un tuo trio. Come hai scelto i musicisti che ti accompagnano?
Dunque, nel mio primo trio alla batteria c’era Ziv Ravitz, che conobbi a Boston mentre suonava con un altro pianista in una sala prove. Avevo quattordici o quindici anni, ero seduto sul pavimento a seguire la performance e rimasi colpito da come Ziv suonava la batteria. Quando il pianista si alzò per andare in bagno, mi affrettai ad andare al pianoforte e fu così che suonai con lui per la prima volta. Ziv è stato anche il primo batterista con cui ho suonato quando sono arrivato a New York: ci esibimmo allo Smalls. Invece il bassista Jorge Roeder suona con me fin dal mio primo trio: l’ho conosciuto in Perù e, quando ci siamo rivisti a New York, abbiamo avuto l’opportunità di suonare insieme con Ziv, capendo tutti quanti che si era creato un collegamento istantaneo tra noi tre, senza bisogno di spiegazioni, di parole o di altro. Così ho avuto il piacere di suonare con loro per circa sei anni. Adesso, invece, nel mio trio c’è un altro batterista meraviglioso, anche lui israeliano, Ofri Nehemya; in pratica il trio del mio ultimo album pubblicato da ECM. Ofri ha già una notevole esperienza perché ha suonato con Omer Avital, Rickie Lee Jones, Eli Degibri, i due Avishai Cohen, Aaron Goldberg e molti altri. È un vero e proprio talento, un batterista fenomenale che suona anche il pianoforte e conosce molto bene le leggi dell’armonia. Ed è ancora giovanissimo: ha solo ventiquattro anni.

Parliamo del tuo ultimo lavoro discografico «The Dream Thief». Innanzitutto ci spiegheresti il significato del titolo dell’album?
«The Dream Thief» è sempre latore per me di nuove associazioni di idee e giocare con le parole può dare luogo a diverse interpretazioni: così ho deciso di lasciare aperta ogni possibilità. Tutti noi sogniamo, tutti condividiamo e ho voluto che ognuno potesse immaginare la sua personale storia, così da diventare un tutt’uno con la musica del disco.

Questo disco rappresenta il tuo debutto su ECM. Lo ritieni un traguardo importante?
Certo che sì. Sono un fan di ECM da tantissimi anni. Ricordo che quando la scoprii stavo lavorando in giardino con mio padre e mia madre mise un album sul giradischi: si trattava di «The Köln Concert» di Keith Jarrett. E ricordo che mollai mio padre in giardino e corsi in casa a chiedere a mia madre che cosa fosse quella musica meravigliosa. Lei mi porse la copertina dell’album e io la studiai con estrema attenzione. Fin da allora, avrò avuto tredici anni, ritengo quel disco un capolavoro. Questa è stata la porta che mi ha condotto nel mondo ECM. Così ho scoperto anche tanti artisti che hanno inciso – o a tutt’oggi incidono – per l’etichetta, come Charlie Haden, Arvo Pärt, Aaron Parks, Mark Turner, soltanto per nominare alcuni dei fantastici musicisti che fanno parte della scuderia ECM, come l’altro mio idolo Steve Reich. Così, quando è balenata questa occasione e ho incontrato il leggendario produttore Manfred Eicher, ero molto emozionato. Ma quando sono entrato nel suo studio, mi sono subito sentito in uno stretto legame con Manfred. Vediamo la musica nello stesso modo e condividiamo gli stessi valori. È stata un’empatia immediata, naturale e così abbiamo deciso di iniziare a lavorare assieme. Ritengo che per me questa sia un’occasione irripetibile.

Qual è il filo rosso di questo album?
Fammi pensare. Non si tratta di un concept album , perché comprende alcuni brani che ho scritto anni addietro e altri più di recente. Diciamo che ho cercato di essere il più onesto possibile, musicalmente parlando. Non voglio impressionare nessuno per tecnica o virtuosismo, né cercare di manipolare l’ascoltatore con musica che possa blandire le sue orecchie. Non è questo il mio obiettivo. Il mio obiettivo è quello di essere il più autentico e sincero possibile. La musica che compongo oggi rappresenta il mio essere in questo periodo e voglio essere il più onesto possibile con me stesso e verso gli altri, senza apparire quello che non sono.

Shai Maestro - The Dream Thief
Shai Maestro «The Dream Thief»

Il primo brano in scaletta è del compositore israeliano Matti Caspi che, come indica il titolo My Second Childhood, ha un importante significato perché sottolinea le tue origini. Cosa rappresenta per te questo brano?
Matti Caspi è uno dei miei compositori preferiti e questo brano è molto vicino al mio cuore. Lo ascoltai la prima volta quando ero poco più di un bambino. Le parole sono molto belle e toccanti e riguardano i genitori e, in particolare, un padre che vive una seconda infanzia attraverso gli occhi di sua figlia. E penso che questa storia che racconta dell’amore di un padre verso la propria figlia sia veramente bella. In realtà non l’avrei dovuta né suonare, né includere in questo album. Il secondo giorno di registrazione chiesi a Manfred di poter restare in studio soltanto con lui e registrai un’ora di musica in piano solo, tra improvvisazioni e anche Childhood, che ha assunto una sonorità speciale in questa particolare seduta di registrazione che ha visto impegnati solo me e Manfred.

Tutte le composizioni dell’album sono a tua firma, eccezion fatta per quella di Caspi e per lo standard These Foolish Things. Hai scelto questo brano come omaggio alla tradizione jazzistica?
Si tratta di un brano che mi piace particolarmente, ma nella versione che si ascolta nell’album ho iniziato improvvisando in libertà, senza partire da – o pensare a – These Foolish Things ma iniziando da zero. Dopo circa trenta o quaranta secondi che suonavo, la musica stessa mi ha avvertito che si trattava di These Foolish Things. Così ho detto alla musica: va bene, allora suoniamo These Foolish Things! E ho messo ordine nel caos che si stava creando nella composizione. Non è stata una scelta: è il brano ad aver scelto me.

C’è un episodio particolarmente bello e toccante, What Else Needs To Happen, con alcune parti estrapolate da un celebre discorso di Barack Obama.
Stavo suonando con un mio amico, un sassofonista (preferisco non dire il suo nome per rispettare la sua privacy) che è un musicista bravissimo, una persona meravigliosa e dalla mentalità aperta, uno dei migliori esseri umani che conosco. Qualche anno fa venni a sapere che la sua figlia di appena cinque anni era stata assassinata in una strage avvenuta in una scuola nel Connecticut. Già quando la stessa cosa era accaduta nel Missouri, e altrove, mi era venuto da pensare: che cosa sta succedendo agli Stati Uniti d’America? Perché questa ondata di follia? Ma in questo caso ero stato colpito da vicino perché era rimasto coinvolto un mio amico, un importante membro della comunità jazzistica. Durante la composizione dei brani per questo album avevo fatto caso al discorso tenuto dal presidente Obama proprio in relazione alla strage della scuola del Connecticut, e mi aveva colpito il fatto che il presidente piangesse per la frustrazione di non riuscire a spuntarla con la lobby dei costruttori di armi. Così il brano è venuto fuori quasi da solo, con l’obiettivo di mostrare alle persone la follia di poter praticamente acquistare un’arma al supermercato, senza il benché minimo controllo sullo stato di salute mentale di chi la sta acquistando. Penso che sia importante parlare di ciò in cui si crede, anche per dare un segnale a tutti quelli che non riescono ad accorgersi che molti comportamenti sono del tutto sbagliati e pericolosi.

Sei nato in Israele. Oggi dove vivi?
Brooklyn, New York City.

E l’esserti trasferito a New York ha cambiato il tuo processo creativo e il tuo modo di fare musica?
Parecchio. Il ritmo di New York è da pazzi. Anche se non esci ogni sera, senti l’odore dell’energia della città. New York è una sfida continua. Vivere a New York è come vivere in un grande festival del jazz. Esci di casa e puoi andare al Village Vanguard, al Lincoln Center, alla Carnegie Hall oppure allo Smalls. Ci sono centinaia di musicisti incredibili. Però, se ti comporti in modo arrogante o pensi di meritare di più, New York ti punisce. Bisogna essere sempre attenti, come degli scolaretti. Impari sempre cose nuove, sia dal punto di vista tecnico sia da quello musicale. È una città che mi ha insegnato molto, è il luogo dove puoi crescere e imparare, anche a comportarti nella maniera migliore. È una città fatta di occasioni e che ti apre un mondo sempre nuovo.

Resta il fatto le tue composizioni e il tuo stile sembrano più influenzati dalle correnti europee più che da quelle americane.
Sì e no. Una delle cose che preferisco è suonare gli standard del jazz. Amo il jazz di Bill Evans e di John Coltrane e lo suono tantissimo dal vivo a New York, ma ho deciso di non fare standard nei miei dischi. Proprio in questi giorni sto lavorando con Chris Potter e Joshua Redman e suoniamo in larga parte il grande repertorio jazzistico. Certo, nella mia musica si ascolta anche quanto ho assimilato negli studi e nell’ascolto della musica classica, perché fa parte della mia personalità di artista. Comunque i confini tra jazz europeo e jazz americano sono sempre più sottili. Anzi, direi che non esistono più. Pensa al nuovo disco di Ambrose Akinmusire, «Origami Harvest», dove convivono un quartetto d’archi, un rapper, musica elettronica e jazz: le barriere sono finalmente crollate.

In ciò che suoni, quanto sono importanti le tue origini, la cultura del tuo Paese?
Sono fondamentali. Come ho detto, sono cresciuto ascoltando musica classica e jazz ma anche musica israeliana. Israele è un Paese molto giovane, è nato solo nel 1948. La sua musica è influenzata da quella yemenita e da quella marocchina, da quelle di Sud America, Russia, Polonia, Romania, Bosnia, anche dalla musica italiana. Tutto ciò fa parte della mia personalità di artista, così come il flamenco o la musica araba, che mi piacciono moltissimo e che ascolto con una certa frequenza.

Dal tuo punto di vista di giovane artista, c’è qualcosa che vorresti cambiare nell’attuale sistema dell’industria discografica e concertistica?
Eccome. Vorrei tanto che ci fosse un po’ più di amore. Dovremmo essere tutti compatti nel voler tirar fuori la bellezza e far stare bene le persone.

Cos’è la musica per te?
Domanda impegnativa… Un’amica, un’amante, uno specchio, una sfida, una maestra, la libertà, un conforto e molto altro.

Quali sono gli incontri che ti hanno maggiormente ispirato e che ritieni più importanti per la tua formazione?
Uno degli incontri più formativi penso sia stato quello con Joe Sanders, musicista eccezionale che, non soltanto secondo me, è uno tra i più forti contrabbassisti in circolazione. Da lui ho imparato a essere di mentalità aperta e a ricercare sempre la libertà e la vera improvvisazione: a essere pronto a cogliere ciò che sta accadendo in un particolare momento. E gliene sarò sempre grato.

Quali sono i tuoi programmi futuri?
Parecchi. Suonerò con un’orchestra sinfonica, poi in duo con Chris Potter. E ho dei concerti in solitudine e poi anche in trio, per promuovere il nuovo album.

E il tuo sogno artistico?
Suonare con Wayne Shorter, che ritengo un genio.

Alceste Ayroldi