Sergey Kuryokhin: come combinare passione e divina follia

di Gennaro Fucile

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Sergey Kuryokhin
Sergey Kuryokhin

A oltre vent’anni dall’improvvisa scomparsa, facciamo il punto sulla situazione discografica di Sergey Kuryokhin, uno dei più singolari musicisti degli anni Ottanta.

Dalla Russia con amore. Suonava così in italiano il titolo del secondo film dedicato alle gesta dell’agente segreto più famoso del mondo. Era il 1963 e le musiche di John Barry servivano un cocktail al quale il jazz conferiva un gusto irresistibile, aiutando James Bond ad averla vinta su un mondo senz’anima, grigio, feroce e ingabbiato in rituali sempre più polverosi e obsoleti. Il mondo andava così, all’epoca. Due anni prima, a Berlino, era stato eretto il Muro a difesa del socialismo e nessuno avrebbe mai sospettato che appena lì dietro qualcuno potesse fare del jazz e tantomeno che quella musica così a stelle e strisce fosse di casa in Unione Sovietica sin dagli Anni Venti.

Il jazz russo/sovietico aveva infatti già allora una lunga storia (si veda a tal proposito l’eccellente sunto di Luigi Onori in Il jazz in Russia, Musica Jazz 11/1998), ma occorrerà attendere il 1980 per farne conoscenza diretta grazie alla Leo Records, l’etichetta discografica creata da un esule russo che lavorava a Londra presso la BBC: Leo Feigin.
Al pari di un’astronave extraterrestre, la Leo iniziò a far sbarcare i reietti di un altro pianeta nel mondo occidentale. Il primo incontro ravvicinato avvenne, appunto, nel 1980 e fu quello con un trio lituano composto dal pianista Vyacheslav Ganelin, dal sassofonista Vladimir Chekasin e dal batterista Vladimir Tarasov. Tutti abili sia nel comporre sia nell’improvvisare. L’album, intitolato «Catalogue: Live In East Berlin», documentava un concerto tenuto dall’altra parte del Muro e inaugurava l’attività della Leo. Tuttora in frenetica attività e titolare di quasi mille titoli, lungo tutto quell’ultimo decennio dell’Unione Sovietica l’etichetta di Feigin fece conoscere un’intera generazione di artisti che operavano regolarmente in condizioni di precarietà e di conflittualità con il regime e che fino ad allora – avventurosamente ed episodicamente – incidevano per l’etichetta di Stato, la Melodya. Summa di quella decade di uscite discografiche sorprendenti della Leo fu il maestoso cofanetto di otto cd intitolato «Document – New music From Russia – The 80’s», che proponeva, oltre ai tre musicisti già citati, altri nomi fino ad allora pressoché ignoti al grande pubblico occidentale, come la violinista Valentina Goncharova, le cantanti Valentina Ponomareva e Sainkho Namtchylak, il sassofonista Anatoly Vapirov, band di varie dimensioni come i Dearly Departed, il Jazz Group Arkhangelsk e la Vladimir Chekasin Big-Band e piccole formazioni quali i duo Homo Liber e Orkestrion, il Tri-O, il Moscow Improvising Trio e altro ancora. Altro, e molto di più.

Perché c’era Sergey Kuryokhin. Pianista, bandleader, compositore, attivista della libertà in tempi difficili, quando la piazza in cui agiva si chiamava Leningrado e lui era un cittadino sovietico che, insieme ad altri musicisti sopraffini come i citati Chekasin e Vapirov, spargeva jazz nell’URSS, Sergey Kuryokhin era Sergey Kuryokhin: unico e inimitabile.
Sergey Kuryokhin non suonava esclusivamente jazz, tantomeno rock, musica circense, tradizionale, cioè folk, d’intrattenimento o quella di qualsivoglia avanguardia. Sergey Kuryokhin suonava Sergey Kuryokhin. Lo si è apparentato con Frank Zappa e le Mothers of Invention e con il Willem Breuker Kollektief, per via delle gag teatrali inscenate dal suo open group Pop Mechanics e dei loro happening, un modo di stare sul palco che ha suggerito anche agganci con l’Eternal Theatre di Don Cherry.

I collage arditi e inaspettati hanno indotto a supporre collegamenti con Mauricio Kagel e soprattutto con John Zorn, quello «prebiblico» che ancora non ci tormentava mensilmente con i suoi libri della legge masadica, ma nelle bizzarrie di Sergey Kuryokhin c’era una vena di follia estranea a tutti gli altri. Pazzia come scelta stilistica, che egli stesso indicava come peculiare del modo russo di fare arte (lo spiegò bene a Walter Rovere in un’ampia intervista pubblicata sul numero 8/1990 di Musiche). In lui risuona ancora il manifesto dei cubofuturisti, Schiaffo al gusto corrente, quello firmato da David Burljuk, Aleksandr Kručënych, Vladimir Majakovskij e Viktor Chlebnikov a un passo dalla Grande Guerra. In scena, con Kuryokhin alla regia, c’era di tutto: i suoi gruppi, cavalli, bande di paese, attori, ginnasti.

Il suo primo album a passare il confine grazie alla Leo fu «The Ways Of Freedom», registrato in solitudine al pianoforte. In poco più di quaranta minuti Kuryokhin riassumeva magnificamente il suo immenso talento ed esibiva virtuosismi che avevano del prodigioso. Kuryokhin suonava velocissimo: andava davvero su e giù dalle montagne russe. Nell’arco della sua carriera, il pianista continuò a pubblicare in patria, oltre che con la Leo, e le difficoltà di Feigin e la difficile reperibilità delle pubblicazioni in Russia fanno sì che oggi la sua discografia presenti non poche assenze dal mercato. Difficile per esempio reperire uno dei vertici della sua arte, «Sparrow Oratorium», pubblicato dalla label Pop Mechanics nel 1995, singolare pasticcio di leggerezze assortite, fughe operistiche, acquarelli e rumorismi, rock rude e un po’ di techno dell’epoca a fare da sostegno alle straordinarie voci di Olga Kondina e Marina Kapuro. Ritmo, melodia e vodka, sempre sull’orlo del kitsch.
Ancora più osé, anche nella copertina, lo «Iblivyi Opossum (Live In France)» dato alle stampe dalla Kurizza nel 1994 e altrettanto arduo da recuperare. È la testimonianza di un concerto tenuto a Nantes il 22 ottobre 1991 con otto suoi fidi musicisti e altri tredici reperiti in loco e gettati nella mischia a pestare insieme jazz e heavy metal. Sono subito fuochi d’artificio con il clarinetto basso di Sergey Letov e il sassofono di Mikhail Kostynshkin a fronteggiare il frenetico picchiettare sui tasti di Kuryokhin e, di seguito, tutto un susseguirsi di riff nerboruti, stacchi e sberleffi, svolte circensi e via di questo passo. Tutte le produzioni russe andrebbero riscoperte, ristampate e distribuite, Ci sono quelle dove il percorso è più prossimo all’avanguardia e al jazz in senso stretto, come il pirotecnico duo con la voce di David Moss. L’album è «2 For Tea» e lo pubblicò la Long Arms Records, etichetta per la quale uscì anche un altro affascinante lavoro in duo, realizzato con il sassofonista statunitense (e altro strano personaggio) Keshavan Maslak/Kenny Millions nel 1996, «Dear John Cage», dove per l’occasione Maslak suonava un flauto di bambù. La coppia appare anche in un secondo disco uscito nello stesso anno, «Friends Afar» (Sound Wave Records), con una grottesca e acrobatica versione di Those Were The Days. Li trovi chi può.

Anche i dischi della Leo non sono tornati tutti disponibili. Lo è ancora «Absolutely Great!»  riepilogo in sette cd dello sbarco di Kuryokhin in California, avvenuto nel 1988. In realtà il settimo disco è un bonus: la ristampa di «Popular Science», uscito all’epoca per la Rykodisc e realizzato a quattro mani con Henry Kaiser. Ma i primi sei contengono tutto materiale inedito con spettacolari performance insieme a un membro del Rova Saxophone Quartet (Andrew Voigt), sempre Kaiser e con un nugolo di musicisti della Bay Area. Ancora più variegato e inclassificabile il materiale contenuto in un altro box (quelli di Kuryokhin sono i prodotti editoriali dalle maggiori dimensioni del catalogo Leo): i quattro cd di «Divine Madness». Postume sono anche le pubblicazioni, da parte dell’etichetta indipendente Solyd, delle sue performances con i Pop Mekhanika in Italia (all’Europa Festival Jazz di Noci, il 15 luglio 1990), in Giappone nella primavera del 1989 e a Liverpool, all’inizio di quell’anno. Dischi usciti in Russia, anche perché nel suo zigzagare, Kuryokhin lasciò cadere la possibilità di trasferirsi in Occidente e se ne tornò a casa, scrivendo anche musiche per la televisione e lasciando alla Leo il compito di fare da suo tramite con il resto del mondo.
Purtroppo manca all’appello un altro disco inciso in solitudine nel 1991, dove il pianista ritorna a far bella mostra di inventiva e tecnica: «Some Combinations Of Fingers And Passion», prova eccelsa di maestria, sapienza e sregolatezza. Come un fiume in piena, Kuryokhin affastella Frédéric Chopin, Conlon Nancarrow, Cecil Taylor, Renato Carosone e chi più ne ha più ne metta. Sono giusto delle coordinate per avvistare il Nostro. Si avverte con forza il fremito più jazzistico nel brano A Combination Of Power and Passions (Blue Rondo À La Russ – A Tribute To Dave Brubeck). Il titolo dice tutto. Lo salvi davvero chi può.
Sergey Kuryokhin ci ha lasciato nel 1996. Aveva 42 anni e 150 milioni di idee, per tornare a Majakovskij.

Gennaro Fucile

[da Musica Jazz, luglio 2018]