«SCUOLA MILANESE»: MILANO E LE FORME

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16 gennaio, Milano, Salumeria della musica

PROSEGUONO LE SERATE A TEMA DI «SCUOLA MILANESE» 

1556281_781720298510176_679654299_o-e1392394842773Raccontiamo qui la serata del 16 gennaio dedicata a Milano e le Forme.

Con la Scuola Milanese ci si diverte e ci si distrae, piacevolmente interessati per più di due ore; si ascolta musica intrecciata a cabaret e a panoramiche su Milano, con serate a tema; alla terza erano liberi soltanto posti in piedi. Fa piacere che l’iniziativa funzioni.

Musica Jazz ne ha già parlato qui: www.musicajazz.it/la-scuola-milanese-alla-salumeria-della-musica

Il tema – Milano e Le Forme, tra architettura, arte e design – è stato affidato a tre ospiti (lo scrittore, l’architetto-urbanista, l’artista-critico-esteta) che hanno contribuito a tenere alta l’attenzione del pubblico.

Il Ponte: «lo … ZioArmando, tutto attaccato …» di Gianni Biondillo, che non era suo zio e nemmeno suo parente, era un’anima ribelle, era «… l’incarnazione della milanesità: un lampione dai baffi spioventi, …». Gli disse che aveva costruito il ponte di Quarto Oggiaro in una notte, per lui quando era bambino, per arrivare prima a casa: un caratteraccio generoso della Milano popolare degli anni Settanta» (sono scorci dal racconto di Biondillo, liberamente adattati).

L’Arte «nascosta»: Stefano Boeri ci «svela» la Pietà Rondanini, ultima opera incompiuta di Michelangelo, e il suo impegno nel darle una sede più adeguata per accessibilità ed esposizione. Dal 1956 l’opera si trova nella Sala degli Scarlioni del Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco, in una nicchia che fu appositamente allestita.

Gillo Dorfles: un’opera d’arte in lavorazione dal 1910, tra medicina, neuropsichiatria, pittura, scultura, scrittura, estetica, critica d’arte-architettura-design. E’ entrato subito nello spirito della serata creando quel poco di disorientamento che rende vivo lo spettacolo in diretta: dapprima, non volendo fare una conferenza ma un dialogo con Stefano Boeri, diventato invece un’intervista di Carlo Fava al Maestro, e poi, riducendo al minimo i tempi dell’intervista con l’estrema sintesi delle sue risposte di garbata ironia. La sua partecipazione si è conclusa al pianoforte, anche qui in un fugace batter d’occhio.

Insieme ai tre ospiti invitati per l’occasione, ritroviamo gli irrinunciabili tre protagonisti residenziali – Carlo Fava, Claudio Sanfilippo, Folco Orselli – accompagnati e affiancati dalla fidata, a volte complice, band stabile e dai suoi solisti – Danilo Minotti (chitarre), Marco Brioschi (tromba, flicorno), Marco Ricci (basso, contrabbasso), Max Furian (batteria). Marco Ricci si è anche staccato per accompagnare al violoncello Stile Libero, in un insieme con chitarra voce e testo di Claudio Sanfilippo dal risultato particolarmente suggestivo.

In realtà – con l’eccezione di alcuni pezzi corali ispirati dai loro maestri d’arte Jannacci e Gaber, e questa volta anche da un Celentano, ed eseguiti con spirito goliardico – le diverse atmosfere create dai tre cantautori sono suggestive e avvincenti, con linguaggi ed espressività verbale e musicale del tutto personali, con argomenti forse ritagliati sulle loro proprie visioni del mondo o di quello che nel mondo vogliono vedere e vanno a cercare.

Sia da vedere sia da ascoltare, Folco Orselli appare il più esuberante dei tre e anche il più crudo; canta, recita e racconta il disagio, il tormento, la rassegnazione e l’amore dando loro la stessa importanza di sentimenti, usando toni e suoni aggressivi o arresi indifferentemente. Decisamente in tema (urbanistico) i due brani La Strada e Legato a un palo della luce, che suonano come un film girato passo passo tra ciò che in strada si trova e quelli che in strada vivono.

Di altro stile, e aderente al tema con La meraviglia e Stile libero, Claudio Sanfilippo si concentra su un ricordo d’altri tempi e sulle immagini che gli arrivano dalle emozioni, o forse è il contrario, e dice che “la meraviglia si grida», ma il suo tono e il suo suono non vogliono convincere nessuno. Eppure, ugualmente rimangono in testa.

Le storie di Carlo Fava non finiscono subito, forse perché i ricordi di una storia sono tanti e per farci capire tutto non bastano due strofe: ci vuole un vivido racconto che leghi la «Milano immobile» ai «sorrisi della tua libertà” Sotto il quadro di Chaplin; così anche per il vivido Uomo flessibile, che vuole spiegare tutte le sue ragioni e, alla fine, a lui per primo viene il dubbio che gli manchi la felicità.

E così i tre instancabili showmen si dividono nel tenere la scena, che si svolge in un intreccio di ruoli e personalità. Pare proprio che la formula adottata dagli autori per questa idea di spettacolo articoli bene la serata, sia per i tempi vivaci che per la curiosa varietà, e ci sorprende come gli ospiti invitati si amalgamino subito con il sapore genuino dei padroni di casa, per irresistibile magia o per abilità di scouting poco importa.

Anticipiamo alcuni tra i prossimi temi e, tra parentesi, alcuni ospiti: cinema (Silvio Soldini, Paolo Mereghetti, Alina Marazzi), moda (Elio Fiorucci), fumetto (Antonio Crepax), jazz (Enrico Intra, Franco Cerri). 

P. Landriani