Roma Jazz Festival 2017: C. Corea e S. Gadd Sextet, D. Arocena, M. Astatke; T. Hamasyan, O. Sosa, Ezra Collective

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Roma Jazz Festival 2017 - foto Adriano Bellucci
Roma Jazz Festival 2017 - foto Adriano Bellucci

Roma Jazz Festival, varie sedi, Roma – dal 5 al 30 novembre 2017

Non poteva aprirsi che con due grandi nomi il Roma Jazz Festival 2017, che per la sua 41esima edizione – seguendo la consuetudine ormai consolidata della scelta di un tema portante – ha intitolato la rassegna “Jazz is My Religion“.

Roma Jazz Festival.

A inaugurare l’edizione 2017 sono stati – il 5 novembre scorso – il leggendario pianista Armando ‘Chick’ Corea e Steve Gadd, batterista che ha influenzato generazioni di colleghi, con il loro sestetto.  

Chi si aspettava un live senza grandi colpi di scena, complice magari l’età non proprio verdissima dei due, ha fatto in fretta a ricredersi. Corea e Gadd insieme costituiscono una miscela esplosiva, perfettamente coadiuvati da Lionel Loueke alla chitarra, Carlitos Del Puerto al basso, Luisito Quintero alle percussioni e Steve Wilson al sax e al flauto.

My Spanish Heart – grande classico del repertorio di Corea, tratto dal suo omonimo album del 1976 – infiamma la platea dell’auditorium. Il brano è aperto dal pianista alle tastiere e su cui si innesta velocemente l’imponenza della sezione ritmica – Gadd e Quintero massicci come se fossero in grado di sdoppiarsi – prima dell’intervento al sax di Wilson. Incredibile.

Chinese Butterly, che dà il titolo al lavoro pubblicato da Gadd e Corea quest’anno, affascina con l’ipnotico piano iniziale di Corea, seguito da Serenity, brano decisamente più melodico che mette in luce il favoloso affiatamento tra i musicisti. Con A Spanish Song e la trascinante Chick’s Chums, brano dall’appeal decisamente più funk, il sestetto strega con la capacità di costruire attorno a un semplice riff un atmosfera unica.

Roma Jazz Festival
Roma Jazz Festival – auditorium Parco della Musica, sala Santa Cecilia: Chick Corea & Steve Gadd Sextet

Direttamente da Cuba, per scaldare il freddo novembre romano di un 7 novembre all’Alcazar è arrivata la giovane Daymé Arocena con il suo quartetto.

Considerata da più parti una delle stelle del firmamento musicale cubano, Arocena non può ancora contare su un repertorio particolarmente solido ne su degli arrangiamenti che brillino per originalità ma è, di sicuro, una voce tra le più interessanti in questo momento. In alcuni brani come Negra Caridad e Nuevo Amor le sue doti di interprete trovano la loro migliore espressione, coadiuvate da una band che sa accompagnarla valorizzando al meglio la vocalità piena della giovane cubana.

Roma Jazz Festival
Dayme Arocena sul palco dell’Alcazar Live! – Roma Jazz Festival

Chi non ha avuto davvero bisogno di presentazioni è stato l’immarcescibile Mulatu Astatke e la sua Steps Ahead Band, il 12 novembre all’auditorium Parco della Musica. Con il loro concerto hanno regalato, ancora una volta, un’esibizione di ottimo livello. Il maestro dell’ethio jazz è un musicista che dell’innovazione ha fatto la sua cifra stilistica. Nel live romano presentava il suo ultimo album «Sketches From Etiopia» ed ad accompagnarlo erano Richard Olatunde Baker alle percussioni, Danny Keane al violoncello,  Byron Wallen alla tromba, James Arben al sax tenore Alexander Hawkins al piano e tastiere, Neil Charles al contrabbasso e Tom Skinner alla batteria.

Nell’ensemble ciò che più ha spiccato è stato il perfetto funzionamento di ogni ingranaggio, oliato alla perfezione delle evoluzioni al vibrafono di Mulatu, maestro di cerimonie capace di miscelare la tradizione africana con il jazz di matrice più classica.

Roma Jazz Festival
Mulatu Astatke, Roma Jazz Festival – foto Adriano Bellucci

Il concerto che si ricorderà come uno dei migliori degli ultimi anni al Roma Jazz Festival, è stato sicuramente quello del pianista armeno Tigran Hamasyan il 17 novembre alla Chiesa evangelica metodista. L’atmosfera unica della location scelta per il live, unita alla ieratica presenza del musicista armeno, hanno dato vita a un’esibizione intensa per la presentazione del suo ultimo lavoro, «An Ancient Observer». Nel suo pianismo sempre ricercato, capace di attingere con grazia alla tradizioni popolari armene e alla influenza della sua decennale permanenza negli Stati Uniti, Hamasyan fa ampio uso di effetti elettronici che aggiunge a una palette sonora estremamente ricca.

Il concerto del 23 novembre, ancora una volta all’auditorium Parco della Musica a Roma, ha chiuso il lungo tour di Omar Sosa e Seckou Keita per la promozione del loro disco «Transparent Water», un concept album interamente dedicato all’acqua e all’emergenza idrica nei paesi del Terzo Mondo. Un concerto, quello del duo, che fonde con sapienza la tradizione musicale occidentale e quella latinoamericana, andando ben oltre i generi e le classificazioni. Tra i numerosissimi strumenti impiegati sul palco spicca la kora suonata da Keita: strumento a metà tra un’arpa e un liuto su 21 corde tipico dell’Africa occidentale, nelle capaci mani di Keita –  che ne è maestro  plasma un suono di inaudita bellezza. Ma non chiamatela world music, la musica di Sosa e Keita è una preziosa miscela di tradizioni diverse che mette al centro di tutto una forte spiritualità, che è forse l’anima più forte delle loro composizioni.

Il live indimenticabile di questa edizione è stato, infine, quello degli Ezra Collective il 25 novembre all’Alcazar. Formazione di giovanissimi musicisti di stanza a Londra, gli Ezra Collective – con soli due album all’attivo – negli ultimi anni si sono imposti come una delle band più importanti nel panorama jazz contemporaneo. TJ Koleoso (basso), Femi Koleoso (batt.) batteria, Joe Armon-Jones (p.), Dylan Jones (tr.) e James Mollison (sax ten.) sono autori di una musica potente e ricca di riferimenti che vanno da Fela Kuti al funk e all’hip hop, mescolando jazz e soul music. Nella travolgente Enter The Jungle, un groove martellante su due accordi, infilano una citazione di Caravan di Duke Ellington, mentre in People In Trouble si può apprezzare l’anima più intimista della band, con la tromba di Jones che traccia la via per poi lasciare spazio a un crescendo nel quale tutta la band entra gradualmente dando vita a un pezzo maestoso.

Con James Speaks To The Galaxy Mollison dà il meglio di sé, mostrando la personalità del suo suono e che riveste un ruolo importante in questo collettivo di giovani musicisti per la potente capacità di trascinare e coinvolgere.

Questa band è certamente destinata a far parlare di sé e, senza dubbio, merita di essere vista dal vivo ancora prima d’esser ascoltata su disco.

Lucilla Chiodi

Roma Jazz Festival
EZRA COLLECTIVE sul palco dell’ALCAZAR LIVE!, Roma Jazz Festival