Roberto Cecchetto

305

 

«Live At Cape Town»  (Nau Records) è il nuovo lavoro discografico di Roberto Cecchetto. Ne parliamo con lui.

Roberto, come nasce il Core Trio?

Nasce da una precisa esigenza: suonare con due musicisti con i quali ero certo di poter fare musica senza pormi alcun limite stilistico. Ho sempre rifiutato qualsiasi tipo di etichetta e non mi sono mai posto vincoli lungo tutto il mio percorso. È così che da quell’esigenza di fare musica e di esprimere visioni, nasce il Core Trio: Andrea Lombardini e Phil Mer sono due musicisti di alto livello e sono molto felice di condividere con loro questo progetto.

Con «Live at Cape Town» inauguri una collana della Nau Records dedicata ai live. Perché hai scelto proprio la registrazione di questo live?

Si è trattato di un one-shot: non abbiamo avuto scelta tra varie registrazioni, ma abbiamo fatto questo concerto sapendo già che sarebbe finito su disco. Rischioso sicuramente, ma molto stimolante. Abbiamo suonato in un locale di Milano, il Cape Town Café di Giancarlo Chiodaroli – ideatore insieme a Gianni Barone (owner della Nau Records) di questa nuova collana dell’etichetta milanese -, un posto molto carino sui navigli che ricorda per certi versi alcuni locali di Brooklyn.

I brani li hai composti appositamente per questo trio?

Certo, sono tutti brani inediti, eseguiti per la prima volta con questa formazione. Le composizioni sono appositamente nate pensando alle caratteristiche dei musicisti che le avrebbero poi eseguite. Per la prima volta nella mia musica ho deciso di mettere molta più scrittura che improvvisazione.

Alla luce di questa esperienza di registrazione, preferisci la session live o in studio?

Sono due aspetti diversi della stessa cosa e mi piacciono entrambe. In sala di registrazione si ha la possibilità di usare lo studio come uno strumento e, quindi, si ha tutto il tempo per decidere le varie soluzioni da adottare, mentre in una registrazione live si ha una fotografia di un momento, di uno o più concerti.

Questo trio è aperto anche ad altre soluzioni, a ospitare qualcun altro?

Credo proprio di sì. La mia intenzione è quella di formare un organico centrale stabile, il trio appunto, aperto però a possibili ulteriori sviluppi con l’aggiunta di altri musicisti.

Com’è il tuo stile di oggi in confronto con quello del tuo passato?

Con il passare del tempo si acquisisce esperienza nella vita e si impara a rispettare le proprie esigenze e il proprio sentire, senza lasciarsi influenzare dalle cose che ci allontanano da noi stessi. Non so come sia il mio stile oggi e non so come sia stato in passato, quello che so è che ho sempre cercato di essere sincero con me stesso.

Roberto, il tuo stile è riconoscibile. Come si crea uno stile personale?

Domanda da mille milioni. Non ne ho la più pallida idea o, forse, in realtà qualcuna ce l’avrei: credo che la prima cosa da fare sia suonare ciò che si desidera ascoltare. In generale, è necessario essere consapevoli di ogni minima variazione della propria voce per potersi concentrare su ciò che ci rappresenta. Nella musica credo che gli elementi determinati siano il tocco, ovvero il peso che mettiamo nel suono, e il modo di stare sul tempo, intendo dire il rapporto con il ritmo, la capacità di variare ritmicamente.

Delle tue numerose collaborazioni, quale ha lasciato, in positivo o negativo, un segno indelebile?

Senza dubbio Enrico Rava, con il quale ho collaborato per diversi anni (dal 1993 al 2001) e Roswell Rudd, che ho conosciuto durante una session di registrazione. Entrambi mi hanno lasciato un segno indelebile: ho imparato moltissime cose da questi grandi musicisti.

Edgar Varèse disse: «No, l’avanguardia non esiste. Esistono persone un po’ in ritardo». Sei d’accordo con questa affermazione?

Affermazione interessante e con la quale mi trovo d’accordo. Credo che oggi nella musica, qualunque genere o definizione siano relativi, tutto si sta contaminando e in modo anche veloce. Come in qualunque altra espressione artistica, ascoltare e definire la musica in un determinato modo dipende in buona misura dal fatto che ciascuno di noi è un individuo con proprie specificità e personalità: ciò che per me risulta avanguardia può non esserlo per qualcun altro.

 «La vita si può capire solo all’indietro, ma si vive in avanti» (Søren Kierkegaard). Quanto è importante per te la tradizione jazzistica?

La tradizione jazzistica è senza dubbio fondamentale, ciò che siamo oggi è frutto delle ricerche del passato e, per capire il nostro presente, è assolutamente necessario guardare al passato. Per quanto mi riguarda ascoltare chi mi ha preceduto è molto utile per poter comprendere dove sto andando e dove voglio andare.

Quali consideri i passaggi fondamentali della tua vita artistica?

Sicuramente aver incontrato Enrico Rava è stato un passaggio fondamentale del mio percorso artistico. Ma devo dire che tutti i musicisti che ho incontrato mi hanno aiutato a crescere musicalmente ed umanamente e li ringrazio tutti, dal primo all’ultimo.

Che cosa pensi del futuro del jazz?

Penso che finché ci sarà curiosità e voglia di scoprire, la musica non si fermerà. Ciò accadrà solo quando anche l’uomo si fermerà. Ma al momento ci sono in giro musicisti sempre più bravi in tutto il mondo e le cose sembrano muoversi ad una grande velocità.

Con chi vorresti collaborare?

Nel mio percorso musicale ho incontrato moltissimi musicisti con cui ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare, mi auguro di poterlo fare ancora con altrettanti. In questo periodo il musicista con cui mi piacerebbe collaborare è Mark Guiliana, un batterista stellare che sta facendo grandi cose nella musica. E così anche Steve Lehman, e poi Ben Wendel, musicisti che stanno lasciando un solco indelebile nell’universo musicale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Molti progetti bollono in pentola, un nuovo disco con Downtown Trio, un nuovo progetto che al momento non voglio anticipare e poi un nuovo tour con Lionel Loueke, con cui registreremo un disco entro l’anno.

Alceste Ayroldi

Foto di copertina: Amedeo Novelli