Avishai Cohen, quegli indimenticabili anni Settanta

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Avishai Cohen. Photo: Andreas Terlaak

Alla vigilia di un ampio tour europeo a sostegno della promozione del recente «1970», abbiamo scambiato alcune battute con Avishai Cohen. Alla testa del proprio quintetto, il valoroso contrabbassista e compositore israeliano si esibirà a Udine il 4 luglio, unica data italiana. «1970» è un disco composito, decisamente meno jazzistico rispetto ad altri lavori di Cohen, che qui riversa il suo interesse per generi musicali diversi e il suo amore per la musica degli anni Settanta.

 Il tuo più recente lavoro, «1970», da una parte conferma il tuo interesse per il canto; dall’altra, evidenzia varie similitudini con «Sensitive Hours». Infatti, D’ror Yikra era stata incisa in quel disco del 2008 e Move On è una versione riarrangiata di Ahava Hadasha. A parte le tue composizioni originali e l’inno succitato, D’ror Yikra, hai anche eseguito un canto tradizionale yemenita, Se’ i’ Yona, uno spiritual (Motherless Child), una canzone sottovalutata di Lennon e Mc Cartney, For No One, più una composizione di Eddie Palmieri, Vamonos pa ‘l monte. Perché hai scelto una gamma così ampia di fonti e materiali?

In primo luogo, l’album è una combinazione e una miscela di canzoni corredate da  testi e di alcuni dei miei pezzi preferiti, su cui ho lavorato in studio assieme al gruppo. In realtà, «Sensitive Hours» fu pubblicato ufficialmente solo in Israele. D’ror Yikra è un pezzo forte dal vivo, che eseguiremo anche a Udine.

Motherless Child e Vamonos dovevano essere inclusi nella registrazione anche in considerazione del fatto che li eseguo dal vivo già da alcuni anni e che si adattano bene all’approccio e al tema di «1970». In generale, gli anni Settanta hanno rappresentato per me una grande esperienza, avendo ascoltato molta della musica di quel periodo da ragazzo. Un decennio ricco di musica e di influenze provenienti da tanti artisti e generi diversi.

Ahava Hadasha (Move On) è un altro pezzo originariamente pubblicato per il mercato israeliano, che la gente ama molto. Così l’ho arrangiato per questo progetto e questo gruppo, e da un anno a questa parte ho portato il brano altrove per sperimentarlo davanti a un altro tipo di pubblico.

Avishai Cohen, foto Andréas Terlaak

La combinazione tra basso, oud e violoncello (o altri strumenti ad arco) sembra essere diventato un marchio distintivo del tuo gruppo.

Sì, tutti gli strumenti e i musicisti con cui mi esibisco hanno sempre fatto parte della mia musica e della mia scrittura, indipendentemente dal fatto che si tratti degli album precedenti, degli attuali concerti dal vivo o dei tour degli ultimi dieci anni o giù di lì. Quegli strumenti suonano autentici alle mie orecchie e formano parte del mio ascolto, della mia scrittura e del mio piacere.

Presenterai la stessa formazione per il tour europeo?

Il gruppo con cui sto girando non è formato da jazzisti puri. Alle tastiere abbiamo Shai Bachar, un mio vecchio amico con cui suonavo all’età di sedici anni; alla batteria Noam David, anche lui un vecchio amico e membro del mio attuale trio. Quindi, Mark Kakon alla chitarra e al basso elettrici e Karen Malka , la cantante con cui  ho collaborato per più di dieci anni nei concerti e in parecchie incisioni. Lo spettacolo dal vivo si è sviluppato con una vibrazione degli anni Settanta. Spero che il pubblico di Udine vorrà alzarsi in piedi e muoversi seguendo il groove

 

Avishai Cohen, foto Andréas Terlaak

La tua musica può essere considerata un tentativo di individuare un equilibrio tra le tradizioni occidentale e mediorientale?

Molte delle mie influenze derivano senz’altro dalla musica afroamericana: artisti come Stevie Wonder, tutto il soul e il funk affermatisi molto prima dello hip-hop, che comunque apprezzo. Credo che tutte queste influenze, così come le mie radici, siano presenti nell’album e lo definiscano.

Oltre ad essere anche la tua data di nascita, «1970» è dunque connesso sotto vari aspetti al tuo interesse per la musica di quel decennio?

Ho deciso che la musica del disco doveva fare un tuffo nel passato ed avere una relazione spirituale con gli anni Settanta e il mio anno di nascita. Sono stato fortemente influenzato da quel periodo e dai suoi contenuti musicali: da ragazzo a casa ascoltavo continuamente la radio e il giradischi della mia famiglia. Ciò ha fatto sempre parte della mia vita e del mio piacere di ascoltatore. Per me «1970» è stato un canale per collegare tutte queste cose.

Enzo Boddi