«PSYCHEDELIC LIGHTS». INTERVISTA AD ANTONIO TOSQUES

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«Psychedelic Light» è il titolo del Lithium J Quartet di Antonio Tosques. Ne parliamo con lui.

Una formazione insolita: trombone, chitarra, contrabbasso e batteria. Come è nata l’idea e come è nato il connubio con Pietro Iodice con il quale condividi la leadership del quartetto?

L’idea nasce ai seminari di Rodi in jazz istituiti dal conservatorio di Foggia. Ci siamo incontrati e, durante il concerto di chiusura, abbiamo capito che si poteva costruire un bel sound sfruttando la timbrica del trombone e della chitarra. Non conoscevo Mario Corvini di persona, però conoscevo Pietro con il quale avevo già collaborato in passato. In seguito, ci siamo rincontrati a Roma per una serie di concerti, con anche Jacopo Ferrazza al contrabbasso. Qui è nata l’idea di un progetto discografico che ha visto la luce grazie a Claudio Donà di Caligola.

Perché Lithium J Quartet?

Pensavo a un nome che si potesse dare al gruppo e alla fine mi sono imbattuto in questa parola litio (lithium). Mi sono documentato e ho scoperto che viene utilizzato in medicina per scopi terapeutici contro le turbe maniacali. Mi è sembrato pertinente al progetto: musica un po’ folle in alcuni frangenti, ma al tempo stesso ricca di spunti melodici.

Un disco particolarmente narrativo. Che storia racconta «Psychedelic Light»?

In effetti il disco racconta un po’ la nostra storia. Mario Corvini è un grande arrangiatore e un musicista di vaglia; Pietro Iodice rappresenta, a mio avviso, una delle eccellenze a livello europeo della batteria; io provengo da esperienze e collaborazioni molto variegate: mi piace soprattutto ricordare la lunga collaborazione con il bassista pugliese Pierluigi Balducci. Jacopo Ferrazza è un giovane talentuoso musicista e ha all’attivo importanti collaborazioni.

Qual è stato il criterio che avete utilizzato per la scelta delle composizioni?

Il criterio credo sia la nostra collaborazione. Mi piace dire che il disco nasce sul campo; un disco fatto di composizioni individuali, ma soprattutto di sinergie tra i vari componenti. Ci sono tre brani mie, tre di Mario e due di Jacopo. Non c’è nessun brano di Pietro, ma c’è la sua sapiente collaborazione nell’arrangiamento dei brani e nell’organizzazione del progetto insieme al sottoscritto.

Nei brani a tua firma (Back Up, Psychedelic Light e Seven) si ascolta il tuo background e la tua conoscenza della tradizione jazzistica, ma si fa anche un salto in avanti.

La conoscenza della tradizione per me è fondamentale senza di quella non si va da nessuna parte. Cerco di coltivarla sempre al meglio scoprendo continuamente nuovi autori e nuovi brani. Sono affascinato attualmente dalle nuove proposte che arrivano dagli Stati Uniti ma, allo stesso tempo, credo che bisogna cercare nella tradizione europea gli elementi di maggiore interesse. Ad ogni modo, credo che il dovere di un musicista sia quello di ricercare e lavorare su sé stessi per poter proporre qualcosa di personale. Non è assolutamente facile, ma bisogna perlomeno provarci.

Anche il tuo fraseggio sembra cambiato.

Sono sempre curioso e amo la ricerca armonica finalizzata a un gusto melodico efficace. Credo anche che dare un apporto ritmico differenziato contribuisca a rendere la musica più bella, funzionale e non statica.

Un disco che non prevede standard o cover. E’ stato una scelta casuale o causale?

Diciamo che è stata una scelta. In realtà non ci siamo posti il problema perché è venuto tutto in corso d’opera. Credo che fare un disco di standard oggi non serva a nessuno. La storia del jazz è piena di dischi con songs americane suonate da illustri musicisti.

Tra tutti i musicisti con cui hai collaborato c’è uno in particolare che ha influenzato maggiormente questo tuo ultimo lavoro discografico?

Credo che ogni musicista possa insegnarti qualcosa umanamente e musicalmente. Penso che ognuno sia la summa di tutto ciò che gli è capitato, nel bene e nel male. Sta poi a noi sintetizzare e distillare le emozioni. Penso che quasi tutti i musicisti che ho incontrato finora hanno influenzato ciò che sono oggi, ma ovviamente bisogna tener conto anche dell’ascolto e degli studi.

E’ difficile essere un jazzista in Italia?

Purtroppo sì. Lo è per tutta una serie di problematiche legate alle organizzazioni, alla politica, al clientelismo. Sono anche stanco di dire che suonano sempre gli stessi. Sicuramente i nomi eccellenti del jazz italiano hanno meritato ciò che si sono costruiti nel tempo. Il problema è veramente  generalizzato e abbraccia un po’ tutti, dai musicisti agli organizzatori, al pubblico. Spesso mi sento dire, quando parlo con gli organizzatori: «Mi piace il tuo progetto, ma se non chiamo tizio o caio la gente non viene». Diciamo che tutto questo è avvilente. In Italia ci sono musicisti di alto livello che non hanno modo di poter far conoscere i loro lavori. Credo ci voglia una buona dose di intraprendenza da parte degli organizzatori di festival e rassegne, perché a differenza dei club, che hanno bisogno di fare cassa e quindi in qualche modo possono essere giustificati nelle scelte artistiche (pur non condividendo tale posizione), gestiscono soldi pubblici e hanno il dovere di far conoscere nuovi progetti, nuovi musicisti. Solo così si può dare alla gente la possibilità di ascoltare più musica possibile e crearsi una propria opinione.

Svolgi anche attività didattica. Qual è l’applicazione e dedizione al jazz dei nostri giovani musicisti?

Ci sono dei giovani in gamba preparati e soprattutto volenterosi. Ma incontro anche giovani che in realtà cercano il pezzo di carta senza sapere perché si sono iscritti al corso di jazz. Credo che ci sia ancora un po’ di confusione. Penso che un giovane debba arrivare al triennio con la consapevolezza di ciò che sta affrontando. Ecco perché penso che i corsi pre-accademici o i licei musicali, qualora entrassero a pieno regime, hanno un importanza e una responsabilità fondamentale nella preparazione, ma soprattutto nell’orientamento musicale.

Quali sono i tuoi obbiettivi futuri?

Vorrei realizzare un disco in quintetto: è da un po’ che ci penso e spero di realizzarlo presto. Ora sono impegnato nella promozione di «Psychedelic Light».

Alceste Ayroldi