Premio Internazionale della Fisarmonica

Dalla rivisitazione di Astor Piazzolla alla sperimentazione elettronica, all’improvvisazione jazz dei duo Salis – Zanchini e Bollani – Salis.

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Antonello Salis e Simone Zanchini

Giunto alla 46^ edizione, il Premio Internazionale della Fisarmonica ha visto la cittadina marchigiana di Castelfidardo letteralmente invasa dai numerosi partecipanti al concorso; varie le sezioni in gara, dalla world music all’elettronica al jazz, senza dimenticare gli ensemble da camera e i veri virtuosi dello strumento, suddivisi nelle categorie student, junior e senior. Ogni giorno del PIF si è svolto un vasto calendario di audizioni e di concerti, gratuiti o a pagamento in varie sedi della città, che hanno esplorato l’uso della fisarmonica nei vari ambiti linguistici e stilistici. Limitandoci al resoconto degli appuntamenti delle ultime tre giornate, va detto che spesso i concerti in programma erano preceduti dall’esibizione di alcuni dei vincitori di quest’anno: senza addentrarci in specifiche segnalazioni, bisogna riscontrare che tutti indistintamente hanno dimostrato capacità tecniche e interpretative notevolissime.


Il versante più sperimentale e improvvisativo, ampiamente caratterizzato dal ricorso alle cangianti possibilità permesse dall’elettronica, è stato percorso dalla solo performance del polacco Zbigniew Chojnacki. Varie componenti hanno contribuito a imbastire la sua visione estetica e la parabola del suo concerto: basi preregistrate di rumori industriali o della natura, linee melodiche o esili basi ritmiche eseguite in diretta, loop che si stratificano all’infinito, interferenze squassanti che all’improvviso intervengono nei momenti di apparente distensione… Questa improvvisazione elettronica ha creato un andamento imprevedibile, portando a un risultato musicale saturo di soluzioni contrastanti, di rumorismi indecifrabili e inquietanti, di cambi di direzione. Il tutto si è rivelato indubbiamente di un certo impatto, che non ha lasciato indifferenti gli ascoltatori presenti. È un vero peccato che la collocazione di questa performance sperimentale, già prevista da programma all’Auditorium San Francesco, sia stata all’ultimo momento spostata per motivi logistici sul palco della centrale piazza della Repubblica, di libero passaggio e quindi meno adatta all’ascolto di una proposta così impegnativa.

Inaki Alberdi

Alcune delle possibilità del connubio fra fisarmonica e contesto sinfonico sono state evidenziate da tre composizioni eseguite da due solisti, che si sono alternati sul palco del Teatro Astra assieme all’Orchestra Filarmonica della Calabria, organico attivo dal 2011 e per l’occasione diretto dell’ucraino Volodymyr Runchak. In “Five Tango Sensations”, scritta nel 1989 da Astor Piazzolla, sono spiccati in particolare evidenza i movimenti dispari. Il primo, Asleep, si regge su un tema struggente, che cresce a spirale su se stesso, creando un’atmosfera evocativa e avvolgente. Il marcato Anxiety, sottolineato dai cadenzati unisoni dei violoncelli, rappresenta invece una situazione fosca e minacciosa. Il quinto movimento, Fear, tonico e ardimentoso, è tutto sviluppato su fughe che s’inseguono fra le varie sezioni degli archi dell’orchestra e l’esposizione del solista. In questo capolavoro del maestro argentino la parte solistica era affidata alla fisarmonica dello spagnolo Inaki Alberdi, che è emerso con autorevolezza per la personalità e la sensibilità della sua interpretazione, integrandosi perfettamente con l’orchestra.
Toni epici e incalzanti si sono verificati anche in Il bosco della musica, per fisarmonica, orchestra d’archi e percussioni, del compositore anconetano Roberto Molinelli. In questa esecuzione ad Alberdi è subentrato il collega Mirco Patarini, gloria della scena italiana, che è risultato più trattenuto e meditativo nel suo approccio interpretativo. Sempre Patarini, in duo con Giuseppe Baldi al clarinetto, ha eseguito l’eclettica partitura di Strambotti, composizione del brasiliano André Mehmari che avvia una serie di rielaborazioni e citazioni di famose composizioni del passato, da Vivaldi a Villa-Lobos. Nel complesso, sia a livello compositivo che interpretativo, la composizione di Piazzolla che ha aperto la serata è parsa più geniale e unitaria, più coinvolgente rispetto alla seconda parte del concerto che, pur con momenti di audace complessità tecnica affrontati con correttezza e disinvoltura dai solisti, è sembrata decisamente più accademica.    
Piazzolla è stato anche il dedicatario e l’ispiratore di Duettango, spettacolo ideato nel 2008 dal pianista Filippo Arlia in duo con il bandoneonista Cesare Chiacchiaretta. Recentemente il progetto si è del tutto trasformato, venendo integrato dalla presenza di chitarra, violino, contrabbasso e batteria e soprattutto con l’inserimento di Silvia Mezzanotte, ex cantante dei Mattia Bazar che ha assunto un ruolo da protagonista, non solo canora. Nel concerto di Castelfidardo infatti lunghe e concatenate introduzioni verbali della cantante hanno raccontato le vicende umane che trapelano dai testi delle canzoni di Piazzolla, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. L’interpretazione poi è stata affrontata da Mezzanotte con voce forte, piena, diretta, di grande estensione partendo dal registro medio, senza eccedere in sfumature languide. Il contesto strumentale, anch’esso diretto e marcatamente cadenzato, ha visto emergere gli spunti solistici del violinista e soprattutto del pianista-leader, oltre che del bandoneonista con la sua pronuncia schietta e sgranata.
Quando nel finale, solo da parte dal gruppo strumentale è stato proposto l’immancabile Libertango, è risultato evidente, anche per gli interventi estremamente percussivi di Arlia, che il tipo di approccio molto scandito, stentoreo, con esiti quasi parossistici fa parte di una scelta estetica precisa. Una scelta forse non del tutto condivisibile, riduttiva nei confronti del composito mondo di Piazzolla; una scelta comunque decisa, fortemente motivata, a tratti quasi estrema e proprio per questo apprezzabile. Si è attesa la fine del concerto per dare il giusto rilievo alla presentazione del bandoneon appartenuto al giovane Piazzolla e a lui coetaneo essendo stato costruito nel 1921; restaurato per l’occasione dagli artigiani di Castelfidardo, lo strumento è stato imbracciato da Chiacchiaretta per pochi minuti all’inizio dell’esecuzione di Libertango.

Stefano Bollani e Antonello Salis

La serata conclusiva del PIF 2021, forse la più attesa, si è svolta all’insegna del jazz italiano più estroverso, all’interno del parco delle Rimembranze, dominato dall’imponente Monumento Nazionale che rievoca la storica battaglia del 18 settembre 1860. Si è partiti con il duo Liberi di Antonello Salis e Simone Zanchini. Cosa si può dire che non sia già stato detto di questo sodalizio sinergico, rodato da un’esperienza pluriennale e da un’incredibile affinità d’intenti? Il polistrumentista sardo, al pianoforte, ha rappresentato l’agente catalizzatore dell’incipit, muovendosi come un amorevole “demolitore” nei confronti degli spunti tematici portati a galla dal convulso magma improvvisativo. Il fisarmonicista romagnolo, partner ideale, reattivo e intrigante, altrettanto immaginifico, gli ha tenuto testa con una concentrazione, una sensibilità ed anche un’eleganza estreme nel trattare di volta in volta le melodie e le armonie. Un suo episodio solitario e “liturgico”, come lui stesso definisce questo tipo di situazioni, ha dato modo a Salis di passare dal pianoforte alla fisarmonica, una Ottavianelli nuova di zecca suonata per l’occasione. Come sempre la loro improvvisazione aperta e focosa ha lasciato emergere temi più o meno noti di varie provenienze culturali e loro original di sapore neo-folk, alternando in modo funzionale momenti di tensione trascinanti e fasi di distensione, preparatorie ed allusive.
Nel secondo set, dopo aver affrontato in solitudine un paio di brani, sobri e di gande raffinatezza pianistica, Stefano Bollani, ha intrecciato il previsto duo con Antonello Salis, tornato sul palco. Anche questo sodalizio, come il precedente, vanta una lunga frequentazione anche se molto più saltuaria e all’interno di altri contesti. A Castelfidardo i due hanno messo in atto un interplay non molto diverso dal precedente: un ascolto reciproco ha permesso di ghermire e sviluppare i brani affrontati, di procedere con inventiva e voglia di sviscerare di volta in volta le varie possibilità combinatorie ed espressive. Tuttavia, a motivo soprattutto delle diverse scuole e personalità dei due comprimari, è risultata una più marcata distinzione dei ruoli, passando vicendevolmente dalla funzione di accompagnamento a quella di solista. La scaletta dei brani inoltre, più o meno preordinata, è stata esposta come una sequenza riconoscibile: temi dei Beatles, composizioni di Bollani, fra cui Prima o poi io e te faremo l’amore, un sorprendente The Good Life di Ornette Coleman, la gioiosa vena folk del quale è stata quasi offuscata dall’ardita trama improvvisativa dei due. È indubbio che la presenza di Bollani abbia apportato una maggiore rifinitura formale; non sono mancati tuttavia aspetti trasgressivi e di carica espressionista, ma, come anche nel caso di Liberi, i moderati “eccessi” non si sono mai ridotti a trovate gratuite e sono sempre stati finalizzati a un’alta qualità musicale. Nel bis Zanchini è stato richiamato sul palco e l’inedito trio ha interpretato Loro di Egberto Gismonti, immancabile trampolino di lancio per un frenetico finale, per un avvincente e inscindibile succedersi d’intrecciati protagonismi.
Libero Farnè