Polemonta: intervista a Luz Trio

126

[youtube width=”590″ height=”360″ video_id=”h4Q1cdpCbpw&feature=youtu.be”]

Suonando un jazz fuori dagli schemi e con – per ora – un solo album all’attivo («Polemonta», uscito a marzo per la Auand), hanno bruciato le tappe girando in poco tempo mezza Europa con un tour di quaranta date. Basterebbe questo a fare dei Luz (Igor Legari, Giacomo Ancillotto e Federico Leo) un piccolo, grande “caso” nel jazz italiano.Li abbiamo incontrati nel loro quartier generale – il centro sociale Centocelle Aperte – per parlare di questo e di molto altro.

Vorrei cominciare da quello che mi ha subito colpito della vostra storia artistica: come ha fatto una band con un solo album appena uscito per la Auand Records (etichetta pugliese anch’essa piuttosto giovane) a mettere in piedi un tour di quasi 40 date in giro per l’Europa?

FL: Le date sono state fissate da me con largo anticipo. Ho cominciato intorno a ottobre del 2013 a recuperare nomi di locali in giro per l’Europa, prendendoli da locandine di tour di perfetti sconosciuti. Alcuni amici poi mi hanno dato una mano passandomi delle folte liste di contatti. Il punto è che questi amici suonavano musiche molto differenti dalle nostre, perciò i locali che hanno risposto alle numerose (circa 1200) mail inviate sono stati delle tipologie più disparate: jazz club, certo, ma anche squat anarchici e associazioni culturali, fino a singole persone che organizzavano house concert.

IL: Siamo partiti non sapendo praticamente dove avremmo suonato, in che tipo di locali, né dove avremmo dormito, se e quanto ci avrebbero pagati. Ma è stata un’esperienza entusiasmante, che fra l’altro ci ha fatto scoprire che il jazz in Italia, a dispetto di quanto si dica, gode di ottima salute. Soprattutto per quello che riguarda il lato economico.

GA: La cosa più bella di questo nostro primo tour all’estero è stata presentare la nostra musica a un pubblico eterogeneo, e molto spesso anche lontano dalle atmosfere dei jazz club. In Svizzera, in questa sorta di centro sociale, ci hanno accolto indossando giacche e cravattini e mettendo candele sui tavoli: un’atmosfera surreale considerando che ci trovavamo in uno squat, ma anche piuttosto indicativa di quella che sia la percezione del jazz al di fuori dei luoghi ad esso deputati.

Come vi siete conosciuti e da quanto tempo suonate insieme?

IL: Io e Giacomo ci siamo incontrati nel 2008, durante un Master della Fondazione Siena Jazz che si chiamava “InJaM”, esperienza peraltro condivisa con tutti i giovani musicisti che oggi si vedono girare di più, come Francesco Diodati, Alessandro Lanzoni, Ermanno Baron, Gabriele Evangelista e molti altri. Con Federico ci siamo incontrati dopo e c’è stato subito feeling, tanto che dopo aver parlato per lungo tempo dell’idea di fare qualcosa insieme  – e aver trascorso quasi un anno chiusi in sala prove senza fare concerti – sono nati i Luz. Ci abbiamo messo almeno 8 mesi per fare il primo concerto, esordendo il 5 luglio 2012 per il festival “Jazz al popolo”, e da lì non ci siamo più fermati.

Non è semplice definire il vostro stile, un caleidoscopio di suoni e di rimandi più o meno espliciti alla tradizione che però non ha paura di rischiare.

GA: Qualcuno potrebbe definirci un “guitar trio”, ma non amiamo molto le etichette. Abbiamo cercato di fare una cosa che fosse ascoltabile anche da chi non fa jazz, che potesse piacere a un pubblico non specialistico: veniamo tutti e tre da contesti molto diversi.

IL: Federico suonava – e suona tuttora –  in gruppi più rock alternativi, io sono quello più radicato nel jazz e Giacomo è molto aperto nei confronti degli altri generi musicali. Immagino sia (anche) questo a rendere difficile definirci in qualche modo, ma preferiamo che sia la nostra musica ad essere “semplice” e di facile ascolto. Che non significa non avere spessore.

FL: Fin da subito abbiamo avuto le idee chiare su quello che non volevamo. Per capirci, nessuno di noi aveva intenzione di fare un gruppo in cui ci fosse l’esecuzione di un tema e due assoli. Volevamo qualcosa di nuovo, che rimescolasse un po’ le carte.

GA: E in questo ha pesato – in positivo – il fatto di essere cresciuti all’interno del Collettivo di Franco Ferguson, tutto basato sull’improvvisazione.

 Parliamone un po’.

GA: Io sono stato tra i fondatori, 6 anni fa. L’idea principale del Collettivo era quella di far suonare insieme le persone senza grandi limiti o recinti. C’è stato un periodo, alcuni anni fa, in cui Roma era un posto in cui il mainstream la faceva da padrone. Bisognava suonare in un certo modo, con un certo stile. Quelli come noi, che oggi hanno 30 anni, quando ne avevano 24 e si affacciavano al mondo del jazz dal vivo faticavano a inserirsi in questo circuito. Ferguson ha cambiato tutto: basta esclusione, mettiamo insieme persone che fanno cose diverse senza un canovaccio, lasciandole libere di esprimersi. In questo clima noi siamo cresciuti come singoli musicisti e come gruppo.

IL: Alla base della filosofia del collettivo c’era e c’è soprattutto l’Improring: una volta al mese 20/30 musicisti si incontrano e vengono sistemati in 5 gruppi diversi, improvvisando per 20 minuti ciascuno senza limiti, tranne quello del tempo. Immaginati che cosa può uscirne fuori ogni volta!

FL: I centri sociali, e soprattutto il Collettivo di Ferguson, sono stati molto di più che una palestra per noi: sono stati una “casa”. Basti pensare che “Polemonta” è nato tutto qui, nella sala prove di Centocelle Aperte, che oggi è sede di un altro collettivo importante, Agus Collective. Il circuito del jazz negli spazi sociali in questi anni ha rivoluzionato questa città, restituendo questa musica anche a degli spazi non elitari.

 In che modo questo approccio massiccio all’improvvisazione influenza la composizione dei pezzi di “Polemonta”?

FL: Ecco, la cosa paradossale è che, pur venendo da questo mondo, fin dall’inizio abbiamo sempre improvvisato pochissimo. I Luz sono un gruppo che ha ricominciato a improvvisare dopo che il disco è uscito. In questo senso abbiamo un percorso molto lineare, nel senso che scriviamo tutto.

IL: Questa è una band che suona moltissimo. Insieme, intendo. A differenza di tanti altri gruppi jazz che magari hanno più progetti contemporaneamente e suonano insieme due o tre volte in un anno, noi proviamo molto e suoniamo altrettanto: in meno di due anni abbiamo fatto 75 concerti.

GA: Il punto è che il nostro non è l’Igor Legari Trio, o il Giacomo Ancillotto Quartet. Noi ci sentiamo lontanissimi da questo tipo di dinamiche. Ci sentiamo una band, in tutto e per tutto. Nessuno di noi è sostituibile.

Infatti quando abbiamo iniziato a collaborare con Tomeka (Reid ndr) e nelle locandine dei posti in cui suonavamo scrivevano “Luz with Tomeka Reid” lei ci rimaneva male, ci diceva “Ma come? Mi considerate ancora un ospite?”.

Tomeka Reid è attualmente una delle violoncelliste più interessanti sulla scena jazzistica d’oltreoceano e non solo. Com’è iniziata questa collaborazione?

FL: Io la definirei una grande fortuna, nel senso che siamo partiti con l’idea di provare a coinvolgerla e alla fine è diventata parte integrante del gruppo.

A un certo punto abbiamo sentito l’esigenza di aggiungere un elemento: non volevamo dei fiati, e volevamo che fosse qualcuno che suonasse uno strumento ad arco. Ci piaceva l’idea del violoncello, che richiamasse un po’ anche il quartetto di Bill Frisell.

GA: Va anche detto che noi, essendo un trio, avevamo bisogno di uno strumento che non squilibrasse troppo il gruppo arricchendone il suono senza però diventare imprescindibile. E così abbiamo pensato a Tomeka, o meglio, Igor se l’è andata a prendere!

IL: Tutto è cominciato un paio di anni fa a Umbria Jazz. Avevo visto la band di Dee Alexander dove c’era al violoncello proprio Tomeka Reid. Dopo averla ascoltata ho capito che era l’elemento che mancava ai Luz, così sono andato a conoscerla. Ci siamo scambiati i contatti e, dopo poco tempo, lei è venuta a suonare a Roma con Silvia Bolognesi e Mazz Swift.

Mi sono presentato al suo cospetto a testa bassa, deciso a convincerla a fare almeno una prova con noi. Lei si è dimostrata subito molto disponibile e professionale, così – dopo averle mandato anche dei nostri pezzi – ci siamo messi d’accordo.

Ricordo ancora il nostro stupore durante la nostra prima prova insieme: Tomeka in poco tempo aveva già studiato tutti i nostri brani. Non sapevamo più come contenere l’entusiasmo!

FL: Per darti la misura del privilegio che abbiamo avuto a incontrare Tomeka, ti basti pensare al fatto che noi l’abbiamo incrociata proprio nel momento in cui iniziava a diventare una delle voci top del suo strumento negli Stati Uniti. Mentre iniziava a suonare con noi l’avevano chiamata, nell’ordine: Dee Alexander, Nicole Mitchell, Roscoe Mitchell e infine Antony Braxton, del cui gruppo è diventata ormai membro fisso.

“Polemonta” è un album composito, molto denso, che risente anche di influenze che vanno dalla musica mediterranea al rock progressive passando per la classica. Se vogliamo poco ortodosso, jazzisticamente parlando.

GA: Da subito volevamo fare un disco che avesse un suo sound unico e particolare, il cui ascolto prevedesse il ritorno di certi temi – seppur impercettibili – in modo da creare un’opera che fosse il più possibile unitaria, pur nel suo essere variegata. Abbiamo cercato di far sì che il disco avesse un fluire unico, tant’è che anche dal vivo suoniamo molti brani senza pause. Quanto alle influenze, i nostri gusti eterogenei hanno fatto il resto, credo.

FL: Siamo affascinati dalle opere d’arte e volevamo rendere questo disco necessario nella sua interezza. Quando me lo chiedono per me è sempre difficile scegliere “il” brano più rappresentativo dei Luz. Ogni singolo pezzo contribuisce a costruire un tassello di quello che siamo.

A cosa state lavorando adesso? Riusciremo a riascoltarvi presto anche in Italia?

IL: Siamo in partenza con il nuovo tour europeo con Tomeka. Il 28 ottobre saremo in Germania, il 29 in Austria e il 31 in Svizzera, per poi ritornare in Germania il 2 e 3 novembre.Ma prima di queste date saremo in tour anche per l’Italia, con concerti a Siena, Mantova , Cremona e Ferrara.

GA: Per Roma, invece, bisognerà aspettare. Dopo il concerto per la presentazione del disco a marzo scorso, preferiamo suonare di nuovo nella nostra città quando avremo i nuovi brani e qualcosa di diverso da proporre. Non sentiamo l’esigenza di essere presenti a tutti i costi – magari per suonare quattro volte al mese ripresentando sempre lo stesso repertorio – solo per poter dire: noi ci siamo. Non è un approccio che ci appartiene. Piuttosto in questa fase crediamo sia importante farci conoscere fuori dai confini di casa – dove peraltro finora abbiamo ricevuto un’ottima accoglienza – e non fossilizzarci.

Lucilla Chiodi

Ecco le date del Polemonta Tour

07/11      Rossini Art Cafè – Faenza 

05/11      Schönegg Varieté – Zürich (Svizzera) 

04/11      TBA – Brescia (w/ Frontal)

03/11      Schon Schon – Mainz (Germania)     

02/11      Cafè Amelie – Giessen (Germania) 

31/10      Labiu – Biel (Svizzera) 

29/10      Stadtwerkstatt – Linz (Austria)

28/10      Cafè Museum – Passau (Germania) 

27/10      Torrione – Ferrara 

25/10      Centro Arci – Cremona

24/10      Arci Virgilio – Mantova

23/10      Un Tubo – Siena 

19/10      New Magazine – Massafra (TA)

18/10      Bar Pino – Campagna (SA)

17/10      Barcollo Live – Torre S. Susanna (BR)