«New Dimension» Pippo D’Ambrosio

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Si chiama «New Dimension» il nuovo lavoro discografico (pubblicato dall’Abeat) del batterista e percussionista pugliese Pippo D’Ambrosio. Ne parliamo con lui.

Pippo, qual è il tuo background musicale?

Ricordo la mia prima band, suonavamo punk-rock. Era tra la fine degli anni Settanta e inizio anni Ottanta, quando ascoltavamo gruppi come i Clash, Sex Pistols, P.I.L., e tutta la nuova scena post-punk. Dopodichè il mio interesse si spostò verso la musica reggae, afro-beat e rap. In quegli anni suonavo reggae e iniziai a girare parecchio in Italia. Ero un autodidatta e i vinili erano i miei maestri. Nel 1987 iniziai a studiare la batteria e pianoforte, e attraverso gli studi approdai alla musica jazz che non mi ha più abbandonato. Ho seguito svariati seminari, e per tre anni partecipai ai corsi di Siena Jazz. Poi è arrivata New York, dove ho studiato al Drummers Collective. In seguito ho frequentato, per cinque anni, il corso di percussioni classiche presso il conservatorio di Bari, ma non mi sono mai diplomato. Solo nel 2011 ho conseguito il diploma Accademico di II livello in musica jazz. Le esperienze sui palchi sono state tante, condividendo la musica con artisti come: Mal Waldrom, Paolo Fresu, Bobby McFerrin, John Surman, Antonello Salis, Ralph Alessi, Steve Potts, Eugenio Colombo, Javier Girotto, Roberto Ottaviano, Mederic Collignon, Michel Godard, Maria Pia De Vito, Gianluca Petrella, Jacqui Naylor, Marco Sannini, Robert Bonissolo e tanti altri.

«New Dimension» è il tuo terzo album da solista. Un titolo evocativo di una tua nuova dimensione musicale?

I primi due lavori, «Arte Senza Volto» (Velnet 2004) e «Unus Mundus» (Digressione 2012), sono molto diversi da quest’ultimmo. Nei primi ho scelto di far eseguire una musica tutta scritta e arrangiata, senza dare spazio alle improvvisazioni. Compaiono anche brani per solo quartetto d’archi: una mia sfida personale. Sono composizioni che gravitano tra la musica ambient, l’elettronica, il minimale e la classica. «New Dimension» è un titolo che determina una nuova rotta musicale, ma è anche un appello a cercare in tutti noi una «nuova dimensione» di ‘Uomo’, in una realtà dove si sta perdendo sempre più la consapevolezza delle nostre azioni, dei pensieri ed emozioni, con risultati catastrofici. Lo possiamo constatare giornalmente. Vorrei vedere questo titolo come un augurio per il futuro dell’umanità, e quindi per le future generazioni.

Pippo D’Ambrosio & The Arkam Prospect. Ci spiegheresti questa composizione?

The Arkam Prospect vuole essere un contenitore musicale, il debutto è in trio ma può essere  aperto a qualsiasi organico. Arkam è una parola che deriva da Arka che in sanscrito vuol dire raggio, sole. Io lo interpreto come uno spiraglio di luce che porta benessere.

Hai scelto, ancora una volta, il piano jazz trio, fatta eccezione per il violoncello di Davide Viterbo in Quiete apparente. E’ questo l’ambito in cui ti senti più a tuo agio?

Il pianoforte è uno strumento che amo e che continuo a studiare. Compongo sul pianoforte, e il sound che spesso mi prefiguro è il piano jazz trio. Ma non posso dire che sia in assoluto il mio ambito preferito, anzi a volte mi piace anche suonare senza appoggi armonici. Davide Viterbo è un musicista con una sensibilità artistica di spessore. Insieme abbiamo missato l’album e compare anche nei due vecchi lavori discografici, così come Mirko Signorile e Giorgio Vendola.

Infatti, hai confermato i tuoi compagni di viaggio Mirko Signorile e Giorgio Vendola. Qual è il loro peso anche nelle tue composizioni?

Sono dei musicisti splendidi, in più degli amici fraterni. Con Mirko per molti anni abbiamo suonato in duo e ci siamo affiatati e sintonizzati, creando un nostro sound. Con Giorgio condividiamo da quasi un decennio il progetto Pinturas di Roberto Ottaviano e si sa cosa significa quando una sezione ritmica suona insieme da tempo. Loro hanno dato un contributo notevole alle composizioni, senza ombra di dubbio, hanno delle personalità molto forti e sono sempre pieni di idee. Con loro ho trovato la giusta alchimia. Quando ho composto ho pensato a loro, e quindi ad un suono preciso, ma non sono stato influenzato dal fatto che avrebbero eseguito la mia musica.

Il tuo sound è molto vicino a quello nord europeo. Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Ciò che mi vivo è la musica, non penso al Nord Europa o agli States, non penso che una composizione debba per forza di cose portare la bandiera di un solista o di un leader famoso, o rifarsi ad una area geografica di appartenenza. Certamente l’ascolto fa tanto, ma a volte la composizione esula dall’ascolto. Ancor di più oggi dove il jazz, e specie negli States, la sua culla, è sempre in trasformazione. Perché, seconde me, quest’arte muta sempre: è nato per essere così e Miles Davis e John Coltrane ne sono una conferma. I miei riferimenti musicali sono molto diversi tra loro, ma il mio principale interesse è rivolto a musicisti oltreoceano come Brad Mehldau, Joshua Redman, Aaron Parks, Vijay Iyer, Steve Lehman, Ambrose Akinmusire, Steve Coleman, David Binney, Robert Glasper, Jonathan Finlayson e altri. Di europeo ascolto ben poco, e a mio avviso una etichetta come la Ecm produce musica sempre meno interessante rispetto agli anni passati. Per il resto ascolto molta musica classica e musica etnica proveniente dall’est: Turchia, Iran, India.

I tuoi lavori non hanno molti riferimenti a standard jazz. Qual è il tuo rapporto con la tradizione jazzistica?

I primi due lavori discografici sicuramente col jazz non hanno nulla a che fare volutamente. «New Dimension» non ha riferimenti con gli standard, però le strutture delle composizioni, con le improvvisazioni fanno si che il lavoro sia jazz. Il mio rapporto con la tradizione jazz è vitale per le mie orecchie e per la mia esperienza da musicista, mi emoziona ancora e spesso il mio ascolto non è più incentrato sulla batteria (come facevo quando ero in fase di studio), e riesco a cogliere nuove sfumature.

Il fatto di tenere, per così dire, lontana la tradizione jazzistica, di non eseguire standard, ti crea problemi nel proporre il tuo progetto?

Certo che chi è davvero legato con la tradizione, e non riesce a vedere oltre e altro, è un po’ difficile fargli ascoltare il mio progetto come tanti altri, tipo i musicisti menzionati prima. Ma noto che è un problema (se problema vogliamo chiamarlo) di alcuni gestori di locali che pensano che il jazz sia solo lo standard, o un qualsiasi brano, magari anche de ricchi e poveri, col ritmo di swing.

L’unico brano non a tua firma, è Energy Flow di Ryuichi Sakamoto.

Un omaggio a Ryuichi Sakamoto, a mio avviso tra i compositori e musicisti più all’avanguardia a cavallo dei due secoli, è stato per me quasi un obbligo farlo. A parte le colonne sonore che tutti conoscono esiste una registrazione che prende il nome di «Casa», registrato appunto a casa di Antonio Carlos Jobim con Jaques Morelenbaum al violoncello e Paula Morelenbaum alla voce, un viaggio strepitoso nel mondo del magico compositore brasiliano. Ritornando a Sakamoto sento che le sue composizioni si prestano ad una reinterpretazione in chiave jazz. Senza dimenticare che musiche dei Beatles, Radiohead, Bjork, Nick Drake ed altri sono stati ben rielaborati dai musicisti di jazz.

Riesci a condurre il gruppo in maniera non invasiva, suggerendo ritmo e variazioni. Chi è il tuo batterista e percussionista di riferimento?

Il mio drumming è di natura poco invasivo, e spesso cambia a seconda dei musicisti coi i quali collaboro. Nelle mie composizione, che sottopongo anche in altri combo, do delle indicazioni ritmiche, ma per lo più lascio che ognuno poi segui il proprio istinto. Dire chi è il mio batterista di riferimento è di una difficoltà immensa, sono davvero tanti e ognuno diverso. Se mi guardo indietro non potrei che citare Philly Joe Jones, Elvin Jones e Max Roach, che sono stati i batteristi che ho studiato trascrivendo soli e comping, ma a malincuore non nomino altri che sono stati importanti. Anche nel panorama moderno sono davvero tanti, e sono batteristi di punta per la maggior parte americani. Sicuramente Brian Blade e Eric Harland sono i mie riferimenti ma ce ne sono davvero tanti altri che mi emozionano come Chris Dave, Damion Reid, Jeff Ballard, Tyshawn Sorey, Justin Brown, per esempio. Avendo intrapreso anche lo studio delle percussioni indiane e mediorientali, da un ventennio circa, i miei percussionisti di riferimento sono Zakir Hussain e Glen Velez, che hanno collaborato, tra l’altro, con diversi jazzisti. Ma anche in questo ambito ce ne sono tanti altri. No per ultimo il mitico Nana Vasconcelos, che con i suoi colori ha fatto sognare il mondo.

Pippo, ma in fin dei conti, ti senti un jazzista?

Ma in fin dei conti chi è un jazzista? Da trenta anni ascolto, studio e pratico questa musica, sono un jazzista? Quando ascolto Erik Satie o Claude Debussy mi emoziono, sono un jazzista? Ascolto musica sufi e mi emoziono, sono un jazzista? Faccio improvvisazione totale e mi emoziono, sono un jazzista? Sì, mi sento un jazzista perché conosco il linguaggio del jazz e la storia.

Come è il tuo stile di oggi in confronto con quello del passato?

Indubbiamente più maturo sia nel mio drumming che nella composizione. E comunque mi sento sempre in trasformazione quindi da domani può essere già tutto diverso.

Un disco e un libro che hanno cambiato…la tua vita.

Il libro è sicuramente il Faust di J.W.Goethe, letto nel lontano 1984. E’ stato un testo che mi ha fatto riflettere molto sulla vita ed in un certo senso me l’ha direzionata. Se penso ad un disco vedo il mio vinile preferito, «A Love Supreme» di John Coltrane.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?

Sicuramente ho il nuovo lavoro da promuovere, e quindi con The Arkam Prospect ci sono delle…prospettive. Per il resto si prepara l’estate e ci sono i concerti alle porte, con i Pinturas di Roberto Ottaviano, Roots Of Unity di Rino Arbore, il nuovo lavoro del fisarmonicista Giorgio Albanese con Steve Potts come guest e altri ancora. Per il nuovo anno ci sarà una nuova session in studio con The Arkam Prospect, e quindi sono nuovamente in fase di composizione.

Alceste Ayroldi

foto di copertina: Marina Damato