Pat Metheny e Ron Carter: un live bello a metà

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Pat Metheny & Ron Carter

con Gwilym Simcock

Napoli, arena Flegrea, 12 luglio 2016

La serata è magnifica, con un leggero zefiro che tiene a bada il caldo e l’arena Flegrea è ariosa e ben organizzata, tanto quanto la corposa e articolata programmazione ideata da un direttore artistico attento e competente qual è il Maestro Stefano Valanzuolo, che l’11 aveva ospitato Diana Krall, il 16 riceverà Chick Corea e il 19 aprirà le porte a Stefano Bollani.

C’era attesa per questo inedito incontro che prima del 2015, complice il Detroit Jazz Festival, non era mai avvenuto. E anche perché il chitarrista del Missouri mancava da Napoli da circa sei anni. Un’attesa lievemente smorzata da Elton John che era lì a pochi passi a tenere desta la curiosità di curiosi e appassionati di musica.

La luce naturale lascia spazio a quelle artificiali: suggestive e non invadenti, giusto il tempo per accogliere Pat Metheny che sfoggia un dress code da soirée con tanto di giacca. Solo soletto imbraccia la Pikasso guitar, che un cavo dispettoso non lascia suonare; l’imprevisto è prontamente risolto dalla sua fidata assistente, che riesce a liberare tutto il florilegio di note che possono fuoriuscire da quarantadue corde sistemate su di un unico corpo solido, seppur toccate di maniera. Il duettare sarà diviso in due versanti, e così presenta al pubblico il trentacinquenne pianista inglese Gwilym Simcock, che presto entrerà a far parte del Pmg. Simcock è un virtuoso determinato, dalla sincera e appassionata grazia e da un passato – magari poco noto in Italia – solido (incide abitualmente con la casa discografica tedesca Act). Have You Heard riscalda le mani a tutti e sottolinea il fraseggio pieno, orchestrale e ricco di vari idiomi di Simcock, che entra così nell’universo methenyano. Anzi, nelle mille sfaccettature del Pat Metheny Group: ecco, qui ciò che manca è proprio quel tetragono che riusciva a cristallizzare ogni nota, quella dirompente forza lirico-ritmica che ha fatto la fortuna dell’ensemble. Il duet lascia un po’ d’amarognolo tra le labbra e rende vivida l’immagine di Metheny con la lanterna di Diogene in mano alla ricerca del novello Lyle Mays. Grosso modo il dialogo va avanti per quaranta minuti: tra alti e bassi, soprattutto di Metheny che declama il suo discorrere ricco di cromatismi con algida andatura. E’ la volta di Ron Carter, e di tutto ciò che la sua storia racconta. Largo agli standard con qualche puntata negli anfratti methenyani. My Funny Valentine trova la sua ennesima via di fuga dagli stereotipi, con il timbro felpato di Carter a rendere ghiotte le invasioni del chitarrista sulla struttura armonica.  Gentile e agile si fa largo il tema di Manhã de Carnaval. Giù il cappello al blues, ben coniugato da entrambi, ma con alcune perle che si perdono negli ampi spazi dell’anfiteatro, nonostante il pubblico abbia fatto di tutto per rispettare il teso camerismo dei due attori. Si dividono la scena anche in due esecuzioni solipsistiche: la prima di Carter, dal groove squadrato e swingato; poi il classico medley di Metheny, tanto per infiocchettare la serata, con anche Phase DanceThis Is Not America e Last Train Home. Si arriva al primo bis e Metheny torna in scena con i suoi compagni di viaggio: la triade intona Cantaloupe Island, con qualche svarione iniziale nel mettere insieme le tante corde sul palco e un paio di attacchi del chitarrista che non trovano l’accordo temporale di Carter. Incipriato il rossore, per il secondo encore è il solo Metheny a regalare la beatlesiana And I Love Her.

Alceste Ayroldi