Paolo Vinaccia: «I love Norway»

di Alceste Ayroldi

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Paolo Vinaccia

Il batterista marchigiano si è trasferito in Norvegia fin dal 1979 e, in breve tempo, è diventato un elemento fondamentale del jazz scandinavo. Così gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua singolare esperienza.

Paolo, tu sei nato a Camerino nel 1954 ma fin dal lontano 1979 risiedi in Norvegia, dove hai lavorato e inciso con centinaia di artisti. Citiamo, tra i tanti, Arild Andersen, Terje Rypdal, Tommy Smith, Palle Mikkelborg, Bugge Wesseltoft, Nils Petter Molvær, Mike Mainieri, Jon Christensen, David Darling e chissà quanti altri. Quali sono stati i motivi che ti hanno portato a trasferirti dalle Marche in Scandinavia?
È stato un po’ per caso. Giravo l’Europa con un gruppo che faceva musica funky e capitai a Oslo, dove incontrai dei musicisti norvegesi diretti a Nashville per suonare con J.J. Cale, così finii per unirmi a loro. Successivamente mi resi conto che la Norvegia era uno dei pochi paesi al mondo dove i musicisti sono sinceri e suonano per amore della musica: non ci sono capi d’orchestra, doppi contratti e tutte le altre manfrine di bassa specie che circondano il mondo della musica, ma solo un gruppo di amici che vogliono divertirsi. Infatti qui ci sono tanti musicisti eccellenti e di prestigio internazionale come Nils Petter Molvær, Bugge Wesseltoft, Arild Andersen, Terje Rypdal e tanti altri con i quali ho sempre lavorato benissimo. Quindi mi è stato molto facile capire che dovevo rimanere qui.

Di recente abbiamo intervistato Arild Andersen, che ci ha parlato del vostro trio con Tommy Smith. Un trio che potremmo definire longevo. Secondo te, qual è il segreto di questa longevità?
Il segreto è che noi ci divertiamo. Abbiamo un colloquio aperto senza regole e limiti. Ogni brano che suoniamo è sempre diverso: c’è molta apertura all’improvvisazione e soprattutto un grande interplay, che è l’ingrediente fondamentale nel jazz. In Italia, così come nel resto del mondo, quando c’è l’assolo del contrabbasso tutti smettono di suonare. Noi, invece, no; anzi io spingo, intralcio, stuzzico il contrabbasso affinché possa cambiare direzione, esplorare altre strade.

Vuoi parlarci di questo ultimo lavoro discografico con Arild Andersen e Tommy Smith?
Il nuovo disco, come sai, è registrato dal vivo. In verità avevamo registrato dei concerti che, almeno a noi, sembravano meglio riusciti, ma Manfred Eicher, stranamente, ha scelto proprio questo.

Paolo, per te cos’è l’improvvisazione?
L’improvvisazione vera è come comporre un brano impegnativo. Purtroppo questo aspetto viene sempre taciuto, ma i veri improvvisatori sono i migliori compositori: è questo ciò che separa i veri musicisti dai lavoratori della musica.

Arild Andersen Trio
Arild Andersen Trio

Non hai mai abbandonato la cultura italiana. C’è qualcosa, in particolare, che rimpiangi dell’Italia?
Ma neanche per sogno! L’attuale situazione culturale italiana è un sacrilegio, uno scandalo. Dove sono finite la commedia dell’arte e l’opera, dove sono finiti i bravi registi, gli attori, i cantautori? Questo problema mi mette tristezza: è come se i media sottovalutassero il popolo italiano somministrando solo canzonette, film con donne discinte. Chissà, forse ci vorrebbe una rivoluzione culturale, ma vedo che i giovani sono interessati solo a Internet e ai social network…

Negli ultimi tempi sembri voler privilegiare la formula del duo. Pensiamo a quello con Daniele Di Bonaventura e all’altro con Eivind Aarset. Cosa ti attrae di questa formula? In duo c’è una marcia in più?
Certo! In duo bisogna avere più fantasia e, naturalmente, non cercare di riempire i suoni che può creare un’orchestra ma usare il silenzio, le pause; aprire e dare all’ascoltatore la possibilità di partecipare al dialogo. Il duo è molto interessante, ma è difficile non essere monotoni.

Proprio con Aarset all’Oslo Jazz Festival hai utilizzato anche visuals e video/images. Mi sembra che il tuo concetto di concerto, di esibizione, sia più ampio di quello tradizionale. Mi sbaglio?
No, hai detto bene. Il concerto tenuto in chiesa era un po’ come il giudizio universale: sono riuscito con musiche e immagini a far venire il rimorso di coscienza a tutti gli spettatori! Molti hanno pianto, e tutti si sono commossi. Purtroppo la musica da sola non basta più, per questo l’opera ha ancora molto successo, tra suoni, testi, vestiti, luci: sono tutti ingredienti molto importanti per il risultato finale.

Hai mai pensato di esibirti da solo?
Se sapessi suonare la chitarra o il pianoforte lo farei, ma con la batteria è difficile non stancare il pubblico con un’ora e passa di concerto. Ho provato diverse volte, ma sempre con l’aiuto di computer, loops, suoni, rumori. Ma l’idea non mi convince molto.

Arild Andersen «In-House Science»
Arild Andersen «In-House Science»

Sei un elemento fondamentale della scena jazzistica nordeuropea; scena che utilizza abbastanza spesso l’elettronica. Cosa ne pensi, quindi, del jazz che utilizza l’elettronica?
Il jazz mischiato con l’elettronica lo abbiamo inventato noi in Norvegia negli anni Novanta, con Bugge Wesseltoft, Nils Petter Molvær e alcuni dj. È interessante, a mio avviso, il fatto che oggigiorno i giovani pensano che sia sufficiente mettere un loop nel computer e farci dei rumori sopra per realizzare musica: non è così, ci vuole rispetto per tutti i tipi d’arte!

Sei un musicista che fa della ricerca una delle tue armi vincenti. Da dove parte la tua ricerca?
Dal pubblico. Osservo con attenzione il pubblico. Sono uno di quelli che non sottovalutano gli spettatori. In Giappone, con Makoto Ozone, abbiamo suonato una specie di «kamikaze jazz»: più spingevamo e più il pubblico reagiva; un pubblico di un’età compresa tra i venti e gli ottantacinque anni!

Il concetto di rumore (quello teorizzato da John Cage) in qualche modo influenza il tuo suono?
I rumori sono interessanti e stimolanti. In Italia, già dal XVI secolo, esistevano compositori che usavano i rumori cittadini nelle loro musiche.

Hai iniziato suonando rock e pop. Al jazz, invece, come ci sei arrivato?
In verità non mi domando mai che tipo di musica suono. Adoro il blues, Jimi Hendrix, i Led Zeppelin e molto altro. E ancora oggi suono di tutto. Il jazz, forse, ti da più libertà di espressione.

Chi è stato il tuo mentore?
Sono sempre stato ispirato da Fred Astaire.

Utilizzi in modo del tutto personale i piatti, che creano coloriture e timbri particolarmente espressivi. Hai qualche riferimento in particolare?
Li costruisco io e sono perfettamente intonati. In studio li cambio a seconda della tonalità del brano e accordo anche la batteria. Purtroppo è difficile trovare dei piatti buoni, perché in buona parte sono stonati; quindi ho deciso di utilizzare i miei con le mie tonalità.

Forse la particolare cura del suono dipende dal fatto che sei anche un fonico?
Certo. È molto importante questo aspetto. Da anni uso i miei microfoni con i miei effetti e utilizzo una modalità di amplificazione tale che i fonici non possono regolare nulla. Il suono esce come lo sento io: pochissimi microfoni ma ottimi.

Paolo Vinaccia «Dommedag Ifølge Paulus»
Paolo Vinaccia «Dommedag Ifølge Paulus»

Quanto ha influenzato il tuo modo di suonare la collaborazione con Manfred Eicher ed ECM?
Onestamente non vado molto d’accordo con Manfred. Secondo me lui frena l’improvvisazione e gli esperimenti e, sempre secondo me, per questo motivo ECM non vende più come un tempo.

Hai collaborato – e collabori – con tanti musicisti. C’è qualcuno che ha influito maggiormente sulla tua formazione professionale?
No, nessuno. Sicuramente la mentalità aperta verso l’improvvisazione, che abbiamo in Norvegia, penso che aiuti il musicista a svilupparsi non solo musicalmente, ma anche psicologicamente, perché da noi si suona senza scendere a compromessi.

Svolgi anche attività didattica?
Di tanto in tanto, con allievi del conservatorio o dei licei musicali. Cerco di insegnare loro non tanto come suonare, quanto come imparare ad ascoltare sia gli altri sia sé stessi. Questa è per me la chiave della musica.

Molti parlano di jazz scandinavo come di un brand forte e significativo. Tu cosa ne pensi?
Sembrerà strano, ma il livello dei jazzisti norvegesi è altissimo come forse in nessun altro posto del mondo accade. Questo perché i norvegesi sono gente seria e pronta a sacrificarsi; poi, per fortuna, nel Paese non ci sono grandi problemi economici, quindi i musicisti possono continuare a studiare senza dover sempre pensare a come pagare l’affitto e sbarcare il lunario…

A tal proposito, in Norvegia com’è la situazione jazzistica dal punto di vista politico-economico-culturale?
L’ho detto, siamo molto fortunati. Lo stato ci aiuta economicamente e chi governa ha capito che il jazz norvegese è un ottimo investimento nell’ambito internazionale. Ci riteniamo davvero soddisfatti.

Cosa consiglieresti a un giovane musicista di jazz italiano? Di restare in Italia?
No, assolutamente. Gli consiglierei di trasferirsi in Germania, in Scandinavia, ma soprattutto di non copiare nessuno e di trovare uno stile personale.

A quali altri progetti stai lavorando e quali sono i tuoi prossimi impegni discografici e concertistici?
Sto lavorando a un dvd con un gruppo rock, anche se i musicisti sono quasi tutti dei jazzisti; però i brani sono veramente rock! Siamo venticinque musicisti che si alternano in quattro diverse fasi del dvd. È tutto pronto, sto aggiustando i suoni. Poi, ovviamente, ho un sacco di concerti un po’ per ogni dove.

Alceste Ayroldi

[da Musica Jazz, agosto 2018]