Paolo Di Sabatino

342

 

Paolo Di Sabatino, pianista, compositore e didatta, dedica un progetto discografico al piano elettrico Fender Rhodes e uno librario alla sua vita musicale.

Con Electric Job sembri aver avvertito l’esigenza di sonorità ben più rocciose rispetto a quelle che ti caratterizzavano. Cosa è successo? Si tratta di una «sbandata»?

In realtà, da un po’ di tempo pensavo di trasformare in qualcosa di concreto il mio amore per le sonorità più squisitamente elettriche. Il gruppo Trace Elements rappresenta il mio progetto internazionale, aperto a collaborazioni diverse e quindi a concezioni anche differenti dal punto di vista sonoro e interpretativo. Nel primo (allegato a Musica Jazz dell’agosto 2014) c’era Peter Erskine alla batteria e la musica ha preso una direzione più intima. Per come adoro il Rhodes, con la seconda formazione ho deciso di virare verso un sound elettrico.

E’ un disco dal vivo ma non è nato per caso. Come ti è venuta l’idea, e come hai conosciuto Christian Galvez e Jojo Meyer?

Galvez ho avuto modo di incontrarlo durante un mio tour in Sudamerica. Ho suonato con lui (e con mio fratello Glauco alla batteria) in un paio di festival cileni. Ho deciso di coinvolgerlo nel progetto Trace assieme a Jojo Mayer, un batterista che adoro. Non avevano mai suonato assieme ma io avevo intuito che si sarebbero trovati bene. E così è stato.

Hai voluto devolvere i proventi delle vendite all’Unicef. Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?

In verità, dopo aver trovato un accordo e, quindi, aver evidenziato la nostra collaborazione sul retro del cd, i referenti dell’organizzazione non hanno più risposto né alle mail né al telefono, lasciandomi completamente solo. Anche per onestà e per rispetto di chi ha comprato il cd, farò sicuramente una donazione ma non so quando e in che termini. Massima disponibilità ed efficienza ho invece riscontrato dalla referente Unicef della mia città, Amelia Rubicini Gattone. Non credo sia accaduto per mancanza di rispetto nei miei confronti o in quelli del mio progetto, però una maggiore attenzione sarebbe stata auspicabile.

Alla fin dei conti, meglio il pianoforte o il piano Fender Rhodes?

Diciamo che sono due facce della stessa medaglia. Il pianoforte rimane il mio faro, ma il suono del Rhodes mi fa cambiare anche l’approccio all’improvvisazione. Quindi mi dedicherò a entrambi.

Il tuo libro Tienimi dentro te è una biografia a metà, perché parli solo del tuo vissuto musicale. In sintesi, cosa rappresenta la musica per Paolo Di Sabatino ?

Diciamo che ho posto l’accento su alcuni avvenimenti che hanno avuto come fulcro la musica. Mi resta difficile trovare delle esperienze di vita che non contemplino la musica, che è sempre stata il motore trainante della mia esistenza. La musica convoglia tutte le mie emozioni, amplifica tutte le mie percezioni positive e attutisce quelle negative: fortunatamente tutte si trasformano quasi sempre in note sul pentagramma. In un certo periodo della mia vita, per esempio, scrivevo solo ninnananne, ispirato dai miei figli Caterina e Luigi. Oggi quei brani fanno parte di una pubblicazione che ho fatto assieme ad Altan e che si chiama Le ninne nanne di Pimpa. Inutile dire che, emotivamente, è una delle cose più coinvolgenti che mi sia capitato di fare.

Nel libro parli di tante cose, quindi anche della strada che l’Italia dovrebbe intraprendere per valorizzare il suo patrimonio culturale, nonché della disgraziata abitudine di masterizzare i cd. Come si possono affrontare questi problemi?

Nel libro parlo del mio asilo ideale, che tappezzerei di opere d’arte sui muri e riempirei di cd, rigorosamente originali. Pensa agli stimoli che potrebbero ricevere i nostri bimbi, circondati dalla bellezza. Disegnare traendo ispirazione da Raffaello e Michelangelo, ascoltando Bach o Duke Ellington. Il problema è che qualcuno ci vuole ignoranti e privi di sensibilità artistica, perché la gente che non ama l’arte e la musica (o ne ha un’idea distorta) è più controllabile. Prima in tv c’erano personaggi come Lelio Luttazzi e Mina: devo continuare?

E descrivi anche i tuoi incontri straordinari. Vuoi parlarne?

Ne ho avuti diversi. Nel libro ho messo quelli più singolari, che si prestavano ad essere raccontati. E qui invito il lettore curioso a cercare il mio libro! Un incontro che non ho inserito nel volume ma al quale sono molto affezionato è quello con Iva Zanicchi. La invitai a interpretare un mio brano in «Voices», un cd di mie canzoni per il quale chiamai alcuni dei miei cantanti preferiti, da Fabio Concato a Gino Vannelli. Ricordo che registrammo a Milano, e lei era riuscita per miracolo a ritagliarsi un paio d’ore in un calendario fitto di impegni. Era stanchissima ma, nonostante lo stress, si dimostrò di una gentilezza e di una disponibilità che spesso fanno difetto ad artisti alle prime armi. Alla fine della seduta, non volle assolutamente essere pagata. Mi lasciò senza parole.

Il tuo incontro con Lee Konitz. Sicuramente una persona non facile, a quanto si dice. Vista la difficoltà del personaggio, non ti è mai venuto in mente di reagire in qualche modo? Hai avuto pazienza con lui, visto il suo status di leggenda del jazz?

La mia giovane età acuì in modo esponenziale l’atteggiamento di rispetto e di timore reverenziale che avevo nei confronti di questo guru del jazz. Probabilmente oggi il mio atteggiamento sarebbe diverso, ma non mi rammarico di non aver reagito. E sono fiero invece di aver reagito emotivamente nei mesi a seguire. Una vicenda del genere avrebbe potuto rappresentare la fine della mia carriera, se non avessi metabolizzato bene e nel modo giusto l’accaduto.

Dirigi il dipartimento jazz del conservatorio dell’Aquila. Qual è il livello dei nostri giovani? In particolare, esiste un sano attaccamento alla musica o c’è solo l’urgenza di saper suonare?

Stiamo vivendo un momento storico particolare, dove la musica e l’arte in generale (soprattutto in Italia, purtroppo) sembrano solo l’apoteosi del superfluo. Aggiungi pure il fatto che in Italia stiamo cercando di digerire una riforma che ha cambiato di parecchio l’organizzazione delle istituzioni in cui si insegna musica. I talenti ci sono, ma poi è difficile trovare delle opportunità di lavoro. Le orchestre hanno chiuso, i dischi non li compra più nessuno o quasi; le radio mandano sempre la stessa musica e i grandi festival non hanno spazi dedicati a nomi poco di moda o che non sono raccomandati. Ti sembra una situazione rosea da descrivere alle nuove leve musicali?

Qual è la situazione dell’Aquila in generale e del conservatorio in particolare, dopo il terremoto del 2008?

L’Aquila sta molto, troppo lentamente, rialzando la testa. La situazione è difficile, ma gli abruzzesi sono «cape toste» e sono fiducioso per il futuro. Il conservatorio va a gonfie vele. Sono fiero del mio dipartimento di jazz e, in generale, di tutta l’istituzione.

Oggi come oggi, si vendono più i libri o i dischi?

Dipende dalla distribuzione e dalla promozione. Il mio libro è distribuito da RCS e si trova davvero ovunque, anche su Amazon e Ibs. Ovvio che se fai un passaggio in una radio locale vendi dieci copie, se lo presenti da Fabio Fazio rischi di venderne centomila. Credo comunque che ci siano più librerie che negozi di dischi, questo è sicuro.

Quali sono i tuoi prossimi impegni e a quali progetti stai lavorando?

Ad aprile farò un tour italiano con Trace Elements, con Galvez al basso e  questa volta Dennis Chambers alla batteria. Un’ulteriore versione del mio gruppo internazionale. Poi sto lavorando al progetto con Iva Zanicchi, con il mio trio (mio fratello Glauco alla batteria e Luca Bulgarelli al contrabbasso) e i miei arrangiamenti dei suoi successi. A maggio faremo un tour in Sudamerica  che toccherà Argentina, Brasile e Cile. Mi sto divertendo molto a dare una nuova veste a brani come Testarda io e Zingara.

Alceste Ayroldi