Omara Portuondo & Chucho Valdés: un feeling lungo mezzo secolo

In una intervista la voce e il pianista più importanti di Cuba raccontano di un album che celebrò tra bolero, son, jazz e classica i migliori autori della musica latin.

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Con «Gracias» (World Village) ha celebrato nel 2008 sessant’anni di carriera artistica e molti pensavano al suo ritiro dalle scene. E invece arriva una nuova passeggiata di note romantiche con Chucho Valdés.
op: Canterò fino all’ultimo, come Compay Segundo e Ibrahim Ferrer, e continuerò a fare tournée con la mia band, con Buena Vista Social Club e a sfornare nuovi progetti. Dall’ultima nostra chiacchierata di tre anni fa sono usciti il Dvd Fiesta Cubana – Live From Tropicana (EuroArts); e pochi giorni fa «Reir y cantar» (Bis Music), un Cd registrato l’anno scorso assieme a dei bambini: quattordici canzoni dedicate alla pianista e compositrice Enriqueta Almansa (scomparsa recentemente), che curava un programma televisivo cubano per ragazzi. E ora «Omara & Chucho» (World Village), un omaggio alla musica cubana e internazionale che circolava a Cuba negli anni Quaranta-Cinquanta. La base è bolero feeling. Sono canzoni incrociate col jazz e con qualche accento classico; potevo fare un lavoro così soltanto con un pianista completo come Chucho Valdés, gloria di Cuba. Il nostro dialogo è iniziato nel 1997 con «Desafío» (Nubenegra), rafforzatosi poi con la collaborazione in Nuestro gran amor, scritto da mio figlio Ariel Jimenez per «Gracias».

La copertina dell’album Omara & Chucho – 2011 – World Village

Da «Desafío» si passa a un clima d’intimità, di feeling, stando alle immagini in copertina. E su questo flirt – sbocciato molti anni fa – un collega colombiano mi ha raccontato un divertente aneddoto. Possiamo parlare anche di questo?
cv: Claro que sì, certo [ride], la copertina soddisfa esigenze commerciali e l’aneddoto è di dominio pubblico: lo cito anche nel Dvd allegato all’album. Ma chiariamo subito: la nostra è una storia amorosa fatta di musica, c’è molto rispetto tra noi, che ci conosciamo da una vita attraverso mio padre. L’episodio comunque è questo: negli anni Cinquanta mio padre Bebo dirigeva l’orchestra del Tropicana dell’Avana e spesso mi chiamava a suonare il pianoforte. Un giorno durante le prove delle ballerine gli dissi: «Papà, quella mulattina è un po’ flaquita, magrolina, ma molto affascinante». Ridendo, mi rispose: «Si chiama Omara ma dimenticala, è per me». Questo progetto invece è un album riuscito magnificamente, senza nulla di scritto, quasi tutto improvvisato e completato in meno di due giorni.
op: Ecco la mia versione su quella chiacchiera, che conobbi molti anni dopo da Chucho e mi divertì moltissimo. Era un ragazzino ma già molto alto, quando cominciò a bazzicare al Tropicana, e allora dissi al padre che l’avrebbe superato in statura. Stop. Naturalmente si resero poi conto che io non ero per nessuno dei due, perché rimasero entrambi con la gana, il desiderio [ride]. La parola feeling (sentimento) che lei ha citato è utile per ricordare lo stile con cui ho esordito negli anni Quaranta frequentando «los muchachos del feeling», movimento estetico di giovani che rinnovarono la canzone, il bolero, mediante il jazz. Ero l’unica ragazza del gruppo e da allora sono la novia, la fidanzata, del feeling: di José Antonio Mendéz o di César Portillo de La Luz, del quale nel Cd abbiamo inserito la Noche cubana.

Ho conosciuto il maestro Portillo: all’Avana negli anni Ottanta, dopo averlo scoperto grazie a Nilla Pizzi e soprattutto a Mina, che interpretò diversi bolero.
op: Mina? Mina? Se ne ha la possibilità, le chiedo di trasmetterle i miei saluti e farle sapere che l’ammiro come donna e cantante. Bravissima: corde vocali d’oro. Ha cantato in spagnolo Tu me acostumbraste, Contigo en la distancia e tante altre melodie. In tutta la mia vita ho desiderato cantare qualcosa assieme alla diva della canzone italiana, ma non è accaduto. È il destino, tanto che Chucho Valdés mi scrisse un arrangiamento affinché incidessi un brano di Mina, ma quelle partiture andarono in fumo causa un incendio nel teatro in cui erano conservate: faceva così… «eres grande grande grande, como tú, eres grande solamente tú».

Dunque tra le genti di Cuba e d’Italia ci sono amore e stima più di quanto non avvenga ufficialmente tra le istituzioni o anche tra artisti.
cv: I cantanti e i musicisti italiani sono molto apprezzati dai cubani: Ramazzotti, Jovanotti, Pausini sono bravi, ma io preferisco Mina, Pavarotti e altri… Ah, Andrea Bocelli, che ho ascoltato in spagnolo. Collaborazioni con italiani? Qualcosa succede: invidio Augusto Enriquez, e glielo dissi, per essere stato prescelto a cantare con Pavarotti. Be’, i rapporti tra i due popoli sono ottimi e non dimenticherò mai il primo tour italiano che facemmo nel 1985. Erano tempi di solidarietà, altre situazioni…

Chucho Valdés e Omara Portuondo

…che in me riaffiorano soprattutto ascoltando Babalú ayé (in onore del sincretismo yoruba, equivalente al nostro Lazzaro, il santo che dà il nome al paese alle porte di Bologna) dove snocciolò una combinazione di cha cha cha, guajira, son pregón, bolero e altri ritmi afrocubani.
op: Non avevo pensato a questo collegamento. Ci sono aspetti significativi della nostra cultura che a volte dimentico anch’io. Rispetto tutte le fedi religiose, ma non aderisco a nessuna. Tuttavia dedico quel brano a molti: a Miguelito Valdés, il più importante interprete di quella canzone, a Margarita Lecuona, che ne è l’autrice, e a suo fratello, il grandissimo compositore Ernesto, che quando ero adolescente mi accompagnò al pianoforte; poi a Ibrahim Ferrer, devotissimo a San Lazaro.
cv: Quando suono Babalú ayé il pensiero va a chi in dicembre affronta il duro pellegrinaggio a piedi fino al santuario del Rincón, nei dintorni dell’Avana, per chiedere favori a quel santo miracoloso. Io ci credo e ne parlo nel Dvd. Oltre a Miguelito, questo pezzo mi ricorda la famiglia dei Lecuona; il maestro Ernesto che a casa mia suonava con mio padre e altri musicisti. Alcuni anche jazzisti famosi negli anni Cinquanta, artisti fondamentali nella storia della musica latin come Julio Gutiérrez, Felix Reyna, Armando Manzanero o Maria Grever.

 

 

 

Ma l’unione tra Beethoven e un sempreverde del latin?

cv: La combinazione tra Chiaro di luna e Llanto de luna è venuta spontanea. Ho accennato il secondo e subito sono entrato nell’altro senza rendermi conto, cambiandolo in funzione della voce di Omara. Magia della mente che guida le mani.

A proposito di pianisti: Omara, non è un azzardo dire che lei ha lavorato con tutti i grandi maestri cubani della tastiera, di ieri e di oggi…
op: Sì, ho avuto il privilegio e l’onore di essere accompagnata dai migliori pianisti della mia Cuba linda. Oltre a Lecuona, le ricordo Frank Emilio Flynn, Orlando de La Rosa, Julio Gutiérrez, Rubén González, Bebo Valdés, Hilario Durán eccetera. E a parte il gigante Chucho, lavoro con giovani talenti del jazz come Roberto Fonseca, Harold López Nussa e Rolando Luna, tanto per citarne alcuni.

Nel video, che documenta molto bene l’ambiente popolare cubano in cui è maturato il vostro progetto, dopo l’ultima nota di Esta tarde vi llover le scende una lacrimuccia: Omara, è dovuta al lirismo di Wynton Marsalis o ad altro? Inoltre, e qui mi rivolgo anche a Chucho, perché avete chiamato un leader del jazz afroamericano in un album latino-americano?
op: È un’emozione di tante cose: Esta tarde vi llover dell’amico messicano Armando Manzanero è entrata a far parte dei miei abituali standard da quando cantavo jazz negli anni Cinquanta, con il quartetto femminile Las D’Aida, a volte condividendo il palco con gente come Nat King Cole, Tony Bennett o altri jazzisti. E con Wynton nel jazz d’oggi. Ma l’emozione più forte mi arriva sempre quando canto il mio cavallo di battaglia, che dall’età di otto anni è Veinte años, imparato dai miei genitori.
cv: Sì, è un omaggio alla musica latin in generale incrociata a jazz, blues e classica, quelle sonorità che comunque gli autori selezionati ascoltavano, amavano e interpretavano. Perché Marsalis e non un cubano? Semplice: nello scorso ottobre era all’Avana con la Jazz at Lincoln Center Orchestra, per concerti e lezioni magistrali, e lavorando assieme una sera al teatro Mella abbiamo sperimentato un duetto tra pianoforte e tromba su Embraceable You di Gershwin. Da lì è nata l’idea di andare in studio con Omara e registrare la tromba: un assolo splendido. Poi con Wynton, la sua famiglia e la sua città c’è un rapporto di stima fantastico…

Chuco Valdés

…tanto che gli ha dedicato New Orleans in «Chucho’s Steps», album con cui ha ottenuto un altro Grammy Award.
cv: Esatto, è una composizione in onore dei Marsalis come simbolo moderno della città del jazz, della quale sono fiero di possedere le chiavi assieme a quelle di Los Angeles, San Francisco e altre ancora. Con questo nuovo Grammy sono otto in totale nella mia carriera: cinque Award e tre Latin.

Gian Franco Grilli