NEL CERCHIO DORATO DI ORNETTE COLEMAN

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TheGoldenCircle_cover

20 ottobre 2013, Milano, Blue Note

The Golden Circle: Rosario Giuliani, Fabrizio Bosso, Enzo Pietropaoli, Marcello Di Leonardo

A new thing con i quattro The Golden Circle, italianissimi a dispetto del jazz club svedese cui si richiamano: Rosario Giuliani al sax alto, Fabrizio Bosso alla tromba, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Marcello Di Leonardo alla batteria. Nel cd omonimo, edito da Jando Music/Via Veneto Jazz, il gruppo disegna una geometria a cerchi concentrici orientati al comune ispiratore Ornette Coleman, inserendo come in un sandwich celebri brani di Ornette e composizioni originali di Giuliani, Pietropaoli e Di Leonardo.

L’idea di partenza è ambiziosa: avvicinarsi all’ideale di Coleman anche attraverso il nome del luogo – il Gyllene Cirkeln – in cui Ornette incise nel 1965 per la Blue Note i due album «At the “Golden Circle” Stockholm» (con David Izenzon al contrabbasso e Charles Moffett alla batteria) che segnavano l’inizio della sua collaborazione con la storica etichetta: un documento fondamentale della musica afroamericana. Solo che il nuovo progetto attinge a un periodo precedente dell’attività di Coleman, quello realizzato tra il 1959 e il 1960 per l’Atlantic: anni in cui veniva messa in discussione la sua competenza musicale perché la sua musica non si rifaceva agli schemi esecutivi codificati e riconosciuti. Curioso notare che forse la più convincente delle sue teorie, come contributo alla discussione, fu «prima di cominciare a suonare io non so più degli altri come sarà ciò che suonerò» (lo riporta Arrigo Polillo in Jazz). In sintesi, uno stile creativo basato sulla libertà di esecuzione. E questa era presente anche nel live del quartetto italiano, durante il quale abbiamo ascoltato lunghi e intensi momenti d’improvvisazione solistica e collettiva.

Come spesso accade, è proprio dalle idee ambiziose che emergono the new things; e non necessariamente il punto di arrivo di qualcosa è più importante o vincente del percorso su cui arrivarci, soprattutto per i musicisti. Alte la concentrazione e la qualità esecutiva nella performance del Blue Note, che ha via via assunto forme diverse, sia brillanti e struggenti sia virtuosistiche e intimistiche. La ritmica ha dosato con bravura il sostegno e le uscite in assolo, arricchendo di altri interlocutori il dialogo che, diversamente, sarebbe stato soltanto tra i due fiati. Preciso Di Leonardo, ben presente nei molteplici cambi di tempo e di ritmo e nelle discontinuità generate da sax e tromba, oltre che con il suo Caffeine. Lasciato solo in scena Pietropaoli, nella suggestiva e personalissima introduzione a Lonely Woman punteggiata da una citazione della Tosca, ed è chiara la quasi disperata radice ornettiana nell’altrettanto suggestivo brano da lui firmato, For Ed Blackwell, che ha offerto un attimo di respiro nel ritmo incalzante della scaletta; del tutto espressivo, e mai noioso, il suo stile ritmico.

Bosso si è tenuto in ombra ma non certo come musicista: nel suo stile ha lasciato protagonista la tromba, che più volte nel concerto ha non solo stupito ma decisamente emozionato. Colpisce sempre la sua tecnica, dove tutte le note sono chiare senza che ne manchi una, anche nei valori più piccoli; e colpisce la tecnica di Giuliani, cui forse siamo meno abituati ma che ha trainato i tanti unisoni e le volute sfasature tra tromba e sax con evidente entusiasmo, oltre ad avere riempito tutto il resto: e non è poco.

Ramblin’ ha chiuso il concerto, tra ritmo e interplay.

Patrizia Landriani