Montreux Jazz Festival, seconda parte

La cinquantatreesima edizione del festival svizzero ha visto in scena tanti big, ma anche molte novità delle quali sentiremo parlare.

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AMBIANCE @Montreux Jazz Festival 2016 Copyright Emilien Itim

L’11 luglio sembra consacrato al pop-R&B contemporary con il doppio set allo Stravinski di Lizzo prima e Janelle Monáe, dopo. L’artista di Kansas City è l’attesa star e il pubblico le tributa ogni onore: dagli applausi alle moderate urla di consenso e lei ricambia con uno spettacolo di quelli trascinanti per giochi di luci, di fumo, con ballerini atletici e un gruppo che sa il fatto suo. Parte all’attacco con l’hit Dirty Computer, poi Screwed, Electric Lady, Make Me Feel e via discorrendo. Ma i brani si susseguono senza sussulti, lasciando l’amaro in bocca a chi si aspetta una botta creativa, che non arriverà mai, lasciando spazio alla piena monotonia dello scialbo rigore musicale.


Doppio set anche per il jazz club, che ospita la Montreux Jazz Academy, ovvero i docenti che hanno tenuto i seminari durati circa una settimana, capitanati da Christian Scott Atunde Adjuah, che imbraccia la tromba, dirige e simpaticamente spiega e presenta. E la direzione di Scott si sente: rispecchia il solco della sua creatività, sintesi di tradizione, contemporaneità e radici etniche, come gli abiti e l’acconciatura che indossa con orgoglio. Il livello tecnico dell’ensemble è alto e funziona benissimo; funziona benissimo il brano composto – ed eseguito – al pianoforte dalla polistrumentista italiana Frida Split; funziona a meraviglia il piano solo di Amaro Freitas, capace di inondare di brividi l’epidermide con alcune dissonanze e con gustosi intervalli irregolari; funziona Nicolas Stocker, che fa cantare la batteria con raffinato impeto; funziona la voce sciabolante della giovanissima cantante statunitense Natasha Agrama, che tiene a mente la lezione di Billie Holiday; va che è una meraviglia il rutilante Diego Figueiredo, chitarrista capace di declinare il verbo ispanico e quello brasiliano, coniugando flamenco e musica popolare brasiliana, ma con una pennata da rocker incallito; funziona bene anche Julien Dewaele, che fa delle tastiere il telaio dove tessere le tele di un concerto tra i più entusiasmanti della rassegna.


Montreux Jazz Academy
Ph: Anne Laure Lechat

Il 12 luglio doveva essere il giorno di Ms. Lauryn Hill. E lo è stato: ovvero, il concerto si è tenuto ma con delle modalità, come dire, sui generis. Prima di lei il set di Jalen N’Gonda; poi, un vuoto pneumatico che il pubblico – accorso in massa – sollecita, con garbo svizzero, fino a quando in scena non compare dj Reborn, una giovane deejay afroamericana che riscalda il pubblico con musica attinta da un bacino di tempo parecchio vasto, accontentando un po’ tutta l’anagrafica dello Stravinski. Gaudio apparente, perché ci si aspettava – da un momento all’altro – l’ingresso in scena della cantautrice di East Orange. Attesa in crescendo, ma dopo mezzora di disco-music, il pubblico ha iniziato a rumoreggiare, fino a quando – dopo circa tre quarti di ora – arriva band e, a seguire, Ms. Lauryn Hill, di bianco vestita con tulle ovunque, ma con una voce biascicata, che fatica a tenere il ritmo: il fantasma di Miseducation, di To Zion.


Nel jazz club, invece, doppio set «jazz regimental» con il quartetto di Linda May Han Oh, il cui approccio stilistico è impeccabile, ingegnoso. La bassista malese disegna geometrie acute, spigolose relazionandosi in modo algido con i suoi commensali e lasciando le porte dell’altrui inventiva semichiuse.
Il secondo set vede in scena l’attesissimo Chick Corea, che presenta il suo ultimo lavoro discografico con The Spanish Heart Band. Da subito incendia la platea, sia con la musica che con il suo gigionare tra racconti e boutade. La vigorosa sezione fiati tiene banco e segna il passo di una musica che appartiene al vocabolario del pianista di Chelsea, anche se – fiammate improvvisative a parte – l’assetto compositivo palesa un chiaroscuro monotono.


Oltre al lussuoso finale di Quincy Jones, il festival riserva per la giornata di chiusura un goloso doppio concerto al jazz club. Prima i Kimberose, con la voce (e le composizioni) di Kimberly Rose Kitson Mills, vestale del gruppo, dalle indubbie doti canore ricche di coloriture, timbri rocciosi e padronanza assoluta delle dinamiche. Il quartetto declina il proprio glossario musicale, senza trascurare alcune cover che hanno reso celebri le corde vocali di Kimberly. Entrambe eseguite con accenti minimalisti: Say A Little Prayer è eseguita con le trame tessute dal pianoforte, ma sarebbe stata meravigliosa anche a cappella, viste le capacità interpretative della Mills; idem dicasi per Smile, che libera un fragoroso applauso dell’ammirato e competente pubblico.


Secondo set per il nuovo lavoro-tributo di José James a Bill Whiters: «Lean On Me», quinto album per la Blue Note. James è un animale da palcoscenico: si muove tra i pubblico, chiacchiera, usa il rap, usa il beatboxing, ammanta il pubblico con la sua calda e stentorea voce, suona la chitarra, duetta con la bravissima bassista e cantante Aneesa Strings. Insomma, tiene banco come un entertainer moderno e spigliato, senza sottrarre tempo alla musica, ma agevolando uno show come pochi in circolazione.


Big a parte, La Coupole ha riservato, tra i free concert, delle belle sorprese. Il duo Ätna, alias Inéz Schaefer (tastiere e voce) e Demian Kappenstein (batteria ed elettronica). Un duo di giovanissimi, già apparentati con la scena free jazz tedesca che hanno messo in campo la loro musica: tra ambient, free jazz, rock e cantautorato. Il tutto mescolato con una inusitata sapienza e un’abbondante dose di brillante creatività.


Fulminante anche il solipsistico concerto del batterista svizzero Arthur Nhatek, che ha fatto suonare ritmi e melodie a tamburi e piatti infagottati da diavolerie elettroniche e palesando una tecnica invidiabilmente fresca e salutare.
Poi, il pianismo di Luciano Supervielle, uruguagio con parentele italiane e vissuto messicano e francese. Supervielle è un pianista classico, un pianista jazz, ma anche un importante figura della scena hip hop dell’America Latina. Ecco, con l’originalità che pochi hanno, a messo a servizio della sua musica tutte queste caratteristiche, toccando i tasti con lirismo classico, usando il giradischi anche scratchando, facendo bella mostra del computer a cui affidava i battiti e liberando una musica travolgente, tanto da ammaliare un pubblico transgenerazionale.


Alceste Ayroldi

Montreux Jazz Festival I parte: https://www.musicajazz.it/montreux-jazz-festival-prima-parte/