Mino Cinélu & Nils Petter Molvær a Fabbrica Europa

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Mino Cinélu & Nils Petter Molvaer - foto di Monia Pavoni

Firenze, Teatro Puccini, 13 settembre

Inserito nella sezione musicale del festival multidisciplinare Fabbrica Europa, il concerto di Mino Cinélu e Nils Petter Molvær – organizzato in collaborazione con Empoli Jazz – ha proposto vari elementi di riflessione. Prima di tutto, i due musicisti (francese di padre martinicano il primo, norvegese il secondo) provengono da esperienze e retroterra culturali molto differenti. Cinélu vanta un curriculum molto eterogeneo: dalla militanza, negli anni Ottanta, nel gruppo di Miles Davis e nei Weather Report alle numerose collaborazioni con musicisti pop, tra cui Sting e Peter Gabriel. Molvær è tra i principali esponenti di una corrente del jazz scandinavo (fortemente radicata in Norvegia) che attinge stimoli a molte forme contemporanee, che sia musica di consumo (rock, techno, drum’n’bass, jungle) oppure ambient ed elettronica.

Proprio nell’elettronica si può individuare un terreno comune di incontro e confronto tra i due musicisti, come documentato da «Sulamadiana», pubblicato l’anno scorso. Il concerto fiorentino ha riproposto una parte di quel repertorio ma, contrariamente alle aspettative, si è articolato in tre sezioni: due soli (prima Cinélu, poi Molvær) seguiti dal duo, quasi a voler significare la distanza tra due mondi e il loro successivo avvicinamento.

Del tutto differente risulta l’approccio all’elettronica. Cinélu l’applica al set di percussioni o la utilizza come sfondo, sia per certi giochi percussivi che per alcuni interventi ai flauti etnici. Molvær la impiega per modificare la voce della propria tromba, dilatarla e sottoporla a un processo di spazializzazione, creando un unico corpo sonoro. In tal senso opera secondo criteri analoghi a quelli adottati dal grande Jon Hassell, scomparso lo scorso giugno.

Nils Petter Molvaer – foto di Monia Pavoni

Cinélu è anche un polistrumentista: alle percussioni e ai flauti ama abbinare anche la chitarra e la voce, ma non sempre con esiti felici. Al che, vien fatto di rimpiangere il magnifico percussionista che sosteneva Davis, Zawinul e Shorter. Proprio questo suo saltabeccare – con evidente gioia di suonare – da uno strumento all’altro, da un’atmosfera a un’altra, finisce per generare una certa dispersione, seppur nell’ambito di una proposta tutto sommato piacevole ma che scorre come acqua fresca senza lasciare tracce significative.

Mino Cinélu – foto di Monia Pavoni

A questo proposito, rimane un dubbio irrisolto: dove collocare questa musica? Lasciamo perdere certe classificazioni ed etichette che tendono a ingabbiare la musica creando compartimenti stagni. Cinélu è ben conscio del retroterra martinicano ereditato dal padre: dunque, un misto tra substrato afrocaraibico e superstrato francese. Molvær è un jazzista che ha rotto certi schemi ritmico-armonici e riproduce nella propria musica gli spazi e i grandi silenzi della propria terra. Dietro l’angolo c’è sempre il rischio che qualche buontempone affibbi alla loro proposta l’insulsa definizione di world music.

Enzo Boddi