Michel Camilo, essenza per far musica senza confini (parte prima)

di Gian Franco Grilli

319
Michel Camilo (foto di Gian Franco Grilli)
Michel Camilo (foto di Gian Franco Grilli)

A due anni da Live in London il vulcanico pianista e compositore  dominicano convoca in studio una nuova big band per incidere «Essence», il suo terzo album come bandleader di una formidabile compagine di talentuosi strumentisti (molti dei quali, giovani e totalmente sconosciuti  in Italia). 

Non è un cambio di direzione e né un abbandono del suo formato preferito, il trio, ma è soltanto una parentesi aperta da Michel Camilo per festeggiare in grande e alla grande, mezzo secolo di  musica, quarant’anni dal suo sbarco definitivo a New York e la sua venticinquesima creatura come leader.  E il risultato ottenuto è davvero entusiasmante e nostro avviso ha tutte le carte in regola per conquistarsi i favori delle giurie dei maggiori premi discografici internazionali. 

Si farebbe prima a dire con chi non ha suonato Michel, ad esempio Chick Corea e Stefano Bollani  tanto per citare due nomi noti. Ma le sue collaborazioni sono infinite, trasversali  e di grandissimo prestigio e tanto per fare un primo elenco, escludendo il mondo della classica e sinfonica, diciamo Dizzy Gillespie, Paquito D’Rivera, George Benson, Tito Puente, Herbie Hancock, Tomatito, Mongo Santamaria, Joe Lovano, Arturo Sandoval, Juan Luis Guerra, Chucho Valdés, Carnegie Hall Jazz Band, Cachao, Hiromi, David Sánchez , Jon Faddis, George Wein, Jaco Pastorius, Gloria Estefan, Celia Cruz, Tania Maria, Katia e Marielle Labèque, Airto Moreira & Flora Purim, Anthony Jackson, Dave Weckl, Gonzalo Rubalcaba, Stanley Turrentine, Giovanni Hidalgo e tantissimi altri. 

Sessantacinque anni, pianista, compositore, arrangiatore, eccellente concertista, direttore artistico, Michel Camilo è una persona di grandissima simpatia, un tipo allegro, divertente,  solare, solidale e disponibilissimo come pochi altri a spiegare e ad arricchire la conversazione di particolari musicali e storici. Nel suo dna c’è il codice ritmico dei caraibici. Una volta sbarcato nella patria del jazz, era il 1979, ha conquistato letteralmente tutti i migliori jazzisti del mondo e nella sua quarantennale carriera newyorkese ha ottenuto Grammy, Latin Grammy e lauree honoris causa a raffica. Forse, per rimediare sensi di colpa nei confronti dei figli che se ne vanno dalla propria terra e toccano traguardi internazionali, governi e presidenti della Repubblica Dominicana gli hanno conferito le più importanti onorificenze  che si riservano ai grandi della Patria.  Ma sarebbe poi riduttivo pensare a Camilo solo come il migliore di sempre dei musicisti dominicani, perché si tratta di una delle figure più importanti del Latin Piano  mondiale degli ultimi quarant’anni. E tra gli estimatori c’è anche il regista spagnolo Fernando Trueba che ritiene “Michel Camilo uno dei migliori musicisti in tutto, sia che si tratti di musica jazz, classica, musica latino-americana o musica da film. Ogni volta che lo vedo suonare, mi sento come se fossi testimone di un miracolo”. Altri paragonano  le sue esibizioni ad allegre tempeste tropicali  sugli ottantotto tasti bianchi e neri. Indubbiamente  Michel trasforma le performance dal vivo in un trionfo di gioia, entusiasmo e allegria contagiosa riscuotendo dal pubblico interminabili ovazioni. Come è accaduto puntualmente anche a Umbria Jazz 2019 in piano solo sul repertorio «Live in London», il penultimo album.

Noi partiamo invece dal tuo ultimissimo progetto alla testa di una big band con la premiere del tour mondiale al North Sea Festival. Giusto?
A Rotterdam, in effetti, c’è stata la premiere mondiale con la big band per presentare «Essence». Un grande concerto unendo la mia sezione ritmica (Ernesto Simpson, Kiki Rodriguez e Eliel Lazo) e la band di fiati olandese New Cool Collective dove suona una gran sassofonista come Benjamin Herman. Questo è avvenuto all’interno del mio tour europeo saltando qua e là non solo geograficamente, dalla Spagna all’Italia (ancora prima di Perugia ero stato in Puglia per paio di concerti con l’ Orchestra  della Magna Grecia suonando il Divertimento for piano and orchestra di Leonard Bernstein e la celeberrima Rhapsody in Blue di Gershwin), dalla Germania all’Olanda, ma anche musicalmente, dal flamenco al jazz  alla classica. In Germania sono stato premiato al Klavier-Festival Ruhr,  uno dei festival più importanti di piano, una rassegna immensa (dura circa cinquanta giorni, un po’ meno del vostro Crossroads in Emilia Romagna, nel senso che si sposta da un luogo all’altro da Bochum a Essen eccetera) e lì suonano i più grandi pianisti del mondo. Poi nel cartellone del festival c’è una serie di  concerti chiamata JazzLine. Tra l’altro sono di casa avendo  partecipato a quel festival già quindici volte e come artista in residence, tenendo Master Class, workshop eccetera. Ma recentemente ero a Hong Kong con la Filarmonica locale presentando il mio Concerto per piano  n.1. 

Michel Camilo Trio (foto di Gian Franco Grilli)
Michel Camilo Trio (foto di Gian Franco Grilli)

Insomma hai sempre il trolley in mano e dopo parliamo dei vari progetti. Intanto affrontiamo il cd edito con Resilience Music.  La tua poetica si è sviluppata soprattutto nel triangolo e allora a cosa si deve questa nuova compagine per «Essence», disco che mi è piaciuto moltissimo e dove comunque spicca  il tuo pianismo potente nonostante un organico così vasto e ricco di talentuosi musicisti in gran parte sconosciuti?
È vero, molta della mia musica l’ho realizzata e vista come un triangolo e mi fa piacere che tu l’abbia evidenziato poiché mi consente di ricordare anche un album che si chiamava appunto «Triangulo».  Ma non mi sono limitato soltanto al trio pur rimanendo  il formato preferito. Inoltre bisogna aggiungere  che ho sempre pensato al trio come a una mini-orchestra, quindi la big band era il modo migliore per celebrare tappe della mia professione e il mio lungo viaggio con un gruppo di vecchi e nuovi amici che arricchiscono la mia tavolozza sonora e come hai sottolineato il mio pianismo rimane inventivo, quello di sempre. Per «Essence» ho scelto delle composizioni che rappresentano cambiamenti nella mia carriera, il mio punto di vista e  mostrano, almeno me lo auspico, come ho sviluppato il mio suono nel corso degli anni. 

Ci sono anche brani che risalgono a produzioni di molti anni fa, uno, se non sbaglio, è di «Why Not?».
Certo, Hello & Goodbye viene da lì, registrato nel lontano 1985, ma volevo rivisitare qualcosa con un nuovo sguardo, esplorare tutte le nuove idee scoperte in quei brani nel corso degli anni applicando una nuova concezione orchestrale. D’altra parte sono convinto che l’evoluzione passa attraverso il cambiamento di sé.  Detto questo sono contentissimo del tuo apprezzamento e della efficacissima e tempestiva recensione di «Essence» su Musica Jazz, e questa francamente ci sarebbe poco da aggiungere se non ricordare che il numero «25», in questo mio progetto celebrativo ad ampio raggio,  è polisemico, cioè ha più significati: è il mio venticinquesimo disco; sono trascorsi venticinque anni dal mio ultimo disco con una big band; celebro quarant’anni di vita newyorchese e di jazz. Cosa importante e che voglio ribadire, anche se tu l’hai evidenziato nella recensione, si tratta della terza opera in studio al comando di una big band, mentre le altre due produzioni erano del 1994: sia «One More Once» che «Caribe», che furegistrato a Santo Domingo nello stesso periodo, ma io e Fernando Trueba decidemmo poi di pubblicarlo soltanto nel 2009. 

E cosa puoi dirci della sorprendente contraltista Sharel Cassity  finita sotto i riflettori con un paio di assoli davvero elettrizzanti? Poi parlaci anche di altri nuovi acquisti.
In realtà confesso che non la conoscevo, me la presentò Michael Mossman, trombettista e arrangiatore del disco,  suggerendomi di farle spazio per assoli trattandosi di una grande solista e così le affidai uno dei pezzi più difficili come On Fire ottenendo il fantastico risultato che hai potuto ascoltare, e soprattutto a fianco di autorevoli strumentisti, anche se a mio avviso non sufficientemente premiati dal pubblico internazionale, come Ralph Bowen, tenorsassofonista geniale sul quale ci tengo a dirti che molti non ne conoscono una parte di Ralph: è un docente di altissimo livello della Rutgers University del New Jersey, è il decano degli insegnanti di improvvisazione, ha avuto molti allievi che sono diventati poi grandissimi musicisti tra cui David Sanchez.  In sintesi Ralph è uno che parla poco ma quando imbraccia il sax mostra il suo talento portentoso e a chi non lo conosce, nonostante le sue prestigiose collaborazioni, consiglio di visitare il suo sito. La big band è composta da musicisti eccellenti, tra i nuovi arrivi cito ​​il bassista Ricky Rodriguez, il trombettista Kali Rodriguez Peña, il conguero Eliel Lazo, ma a prescindere dall’età il grande Diego Urcola, poi una potente sezione di tromboni con  Michael Dease, Steve Davis e Jason Jackson.

Essence
Michel Camilo «Essence»

Nell’album spicca il tributo ad alcuni maestri del ritmo afrolatino con i quali hai condiviso il palco e tra questi i percussionisti Sammy Figueroa (cui ha dedicato And Sammy Walked In, brano di apertura) e Mongo Santamaria (Mongo’s Blues). Invece  dietro quel Repercussions mi sembra ci sia un altro storico percussionista: è giusto?
Effettivamente io ho sempre lavorato con i più grandi maestri della percussione afrocubana, afroportoricana, brasiliana eccetera, artisti che ho apprezzato tantissimo. Nel caso di Mongo Santamaria, che  poi diventò un mio grande amico essendo anche vicini di casa, lo ricordo perchè fu uno dei primi con il quale condivisi il palcoscenico del Blue Note, lui suonava con il suo gruppo,  io con il mio trio e dopo suonammo assieme in una una memorabile descarga o jam session. Vuoi chiedermi perché di tanta attenzione ai percussionisti? Avrai certamente notato che il mio modo di suonare il piano è percussivo poiché ho studiato abbastanza bene  tutti gli strumenti a percussione in conservatorio eppoi questa mia ritmicità è legata anche al fatto di aver potuto suonare con molte orchestre sinfoniche e ciò richiedeva un grande suono e un modo per far emergere la mia parte. Comunque l’omaggio alla percussione è riuscito anche grazie a due talenti come il cubano Eliel Lazo e Cliff Almond, drummer incredibile che suona con me da tantissimi anni e lui  più di altri poteva immedesimarsi nel mio  Repercussions dedicato a Art Blakey.  Permettimi di aggiungere due parole su Eliel Lazo: non è solo un magnifico percussionisti ma è anche un abilissimo cantante  e conoscitore dei rituali afrocubani. Lui vive a Copenhagen dove ha un suo gruppo e in duo abbiamo suonato al Blue Note di Milano, a Tokyo  e in diversi club o teatri in Germania, qualcosa di simile al bel progetto di Alfredito Rodriguez e Pedrito Martinez ma noi non abbiamo registrato in duo, invece lo convoco soprattutto con la big band e in quartetto. 

Mi sfugge qualcosa su Blakey,  puoi spiegarci meglio?
Pochi sanno che all’inizio del mia esperienza newyorkese suonavo con il mio sestetto e anche in trio (con Anthony Jackson e Dave Weckl) in un club famoso che si chiamava Mikel’s. Bene, in quel locale si esibiva anche Art Blakey con i Jazz Messengers ed era il periodo in cui erano appena arrivati Wynton e Brandford Marsalis. Al Mikel’s suonai anche con Paquito D’Rivera e non era un jazz club  puro, ma anche di R&B e varie miscele sonore: infatti lì conobbi George Benson, Chaka Khan, David Sanborn, insomma tutti passavano da quel club che circa quindici anni fa è fallito. Una di quelle serate rimane tra le più importanti della mia vita e ti spiego perché: Art Blakey, a cui piaceva scovare musicisti tra il pubblico  presente ai suoi concerti, scoprì una sera da un mio amico che suonavo e allora venne al mio tavolino per invitarmi  a fare una jam session. Puoi immaginare la mia emozione  e addirittura mi fece scegliere il repertorio su cui suonare assieme a Woody Shaw, James Williams, Bennie Green una serie di “tremendos musicazos”, dei grandi,  come diciamo noi caraibici.

Tu cercasti di latinizzare standard di jazz o di jazzificare evergreen caraibici? E il montuno?
Li portai sulla mia sponda poiché andando anche come spettatore in quel club avevo già capito in altre serate che Blakey amava i ritmi latini  e allora quella sera ci infilai una paio di montuno alla mia energica maniera. Suonammo pezzi come Blue Bossa con ritmo moderatamente latin e poi brani un po’ più tosti. Art si entusiasmò al punto di innamorarsi poi della cascara, un pattern ritmico molto utilizzato nella musica afrocubana, pattern che iniziò a incorporare nelle sue performance. Con Blakey ci incontrammo nuovamente al Village Gate (che oggi non c’è più) in quanto se lui non aveva impegni e si trovava a New York quasi sempre il lunedì sera lo incontravi al Village Gate per il Salsa Meets Jazz, che rappresentava un momento importante, di creatività musicale tra jazz e salsa-jazz.

Stiamo parlando di Salsa Meets Jazz degli anni Ottanta, e mi sembra giusto evidenziarlo, perché sempre al Village ma oltre dieci anni prima c’erano stati degli incontri (poi interrotti per ragiono economiche) simili dove spiccavano Tito Puente, Charlie Palmieri e altri.
Perfetto ed è una giusta precisazione a cui del resto io non avevo neppur pensato, ma la storia è quella. Comunque erano gli anni Ottanta e da poco mi ero stabilito a New York e debbo dirti che ai concerti di Salsa Meets Jazz io ero invitato come solista di jazz e non di latin, perché c’erano già gruppi di salsa-jazz con nomi fissi tipo Eddie Palmieri, Conjunto Libre, Papo Lucca e si facevano grandi descargas di latin jazz. 

A proposito di Tito Puente e di grandi percussionisti con cui hai lavorato, vorrei chiederti se sei in contatto con Giovanni Hidalgo la cui attività purtroppo è stata in qualche modo ridotta per le conseguenze dovute all’amputazione di due dita.
Beh, con Giovanni abbiamo fatto delle performance indimenticabili, lui è davvsero un genio del ritmo. Purtroppo Hidalgo soffre di diabete da tempo ma per molti anni si è trascurato arrivando al punto che durante il tour con i Volcán di Gonzalo Rubalcaba si sono manifestati problemi molto severi ad alcune  dita della mano destra, ferite sanguinanti per mancanza di flusso sanguigno. Le dita stavano andando  in cancrena e so che a Portorico hanno fatto tutto il possibile per salvargliele ma era troppo tardi. Tra l’altro recentemente ho parlato dell’amico comune con Zakir Hussain il quale mi  ha riferito che ora Giovanni suona con le bacchette…

Michel Camilo
Michel Camilo

Sì, già  a Ferrara qualche anno fa,  e proprio con Volcán, tentò di ritmare con le bacchette (con sorpresa inspiegabile, allora, di congueros presenti in teatro), ma a mio modestissimo avviso non può funzionare perché mani e polpastrelli hanno segreti  e possibilità inacessibili alle bacchette su pelli di congas o bongos. Forse dovrebbe trasferire tutto il suo sapere tecnico e creativo sui timbales, non credi? 
È condivisibilissimo  il tuo pensiero e ho pensato anch’io  a quell’alternativa perché Hidalgo è anche  un grandissimo timbalero. Hai fatto bene a ricordarmi di questa vicenda e appena posso parlerò proprio con Giovanni suggerendogli di concentrarsi soprattutto sui timbales. Intanto speriamo tutti che la malattia venga tenuta sotto controllo, è un momento difficile ma una vicenda così amara,  sempre causata dal diabete, è toccata anche al contrabbassista Andy González a cui hanno dovuto amputare una gamba, e per questo suona molto poco. Da poco poi ha perso il fratello Jerry con il quale avevano fondato il meraviglioso gruppo Fort Apache Band realizzando dei dischi molto belli e sono stati dei pionieri fondendo jazz  con musiche afrocubane e afroportoricane.

Non c’è dubbio, fantastici nel mescolare bebop, hardbop, ritmiche afrocubane, inoltre dei grandi ammiratori e fanatici di Monk tanto che Jerry González affermò più volte che “Monk è il più grande rumbero del jazz”.
Sì, sì…è verissimo, Monk influenzò molto il lavoro dei fratelli González e si percepiva nella loro musica.

Poc’anzi raccontando di Blakey ha citato il montuno. Al fine di fare sempre maggiore chiarezza ai lettori su argomenti di nicchia stiamo raccogliendo opinioni da musicisti soprattutto latin, e allora ti chiedo: per un pianista dire tumbaomontuno è la stessa cosa, o ci sono differenze? Inoltre quali sono le basi del montuno, che tra l’altro discende dalla chitarra tres?
Infatti per molti è la stessa cosa, ma per me il tumbao è espressione del contrabbasso e la sincope che porta la riconosco come tumbao; il montuno è il disegno del pianoforte, quella parte ritmico-armonica ripetuta, quel modo di arpeggiare con il pianoforte che infatti viene dal tres. Normalmente il montuno è composto da tre note, ma ultimamente trovi montuno di quattro note oppure montuno di accordi, che è bene ricordarlo si tratta di un’invenzione dei fratelli Eddie e Charlie Palmieri, due musicisti che un tempo furono l’avanguardia del salsa-jazz e debbo ammettere di essere stato un  po’ influenzato da loro su questo versante. Ma se diciamo tumbao dovremmo parlare anche di timba.

Beh, è un altro capitolo, ci vorrebbero altre venti pagine  per parlare di timba cubana: è uno stile esploso durante il periodo especial di Cuba (anni Novanta),  musica ballabile ma anche da ascoltare,  una fusione di son e rumba afrocubana intrecciata a elementi di black mujsic nordamericana,  una mescola con jazz, funk, hip hop, salsa e con testi abbastanza duri, ossia canzoni che parlano di razzismo, dollari, sesso e critiche al potere e in alcuni casi espressi con slang giovanili cubani scaturiti dai barrios più degradati avaneri, più neri. E ultimamente ha perso un po’ di popolarità con ì’arrivo del reggaeton. Comunque è un argomento vasto che rimandiamo ad altra occasione.
Mi piace il quadro sintetico che hai fatto, ma debbo dire che mi piace la timba perché è una bella evoluzione moderna delle musica afrocubana e musicalmente io ci entro ed esco in quel mondo acquisito attraverso artisti cubani che sono transitati nei miei gruppi e mettevano timba come e quando volevano nelle nostre performance. Poi tu sai che ho avuto con me Horacio “El Negro” Hernandez, Dafnis Prieto, e bassisti come  il compianto Charles Flores e adesso ho il portorticano Ricky Rodriguez che è grande conoscitore di timba. E secondo me, la timba continua la sua evoluzione ad un altro livello all’interno del latin jazz e lo dico pensando a progetti di Miguel Zenón, David Sánchez o anche di Danilo Pérez.

In una delle nostre conversazioni mi hai detto che per te non esistono confini musicali, e qualsiasi tipo di musica riesci sempre  a coniugarla con il jazz. In questa fase oltre a classica, jazz e latin ti stai cimentando con altro?
Con la musica spagnola, con il flamenco. Poco fa ero a Malaga con Tomatito, musicista con cui esiste un solido rapporto e condivido tre album. Vent’anni fa realizzammo «Spain»,  premiato con un Grammy Latino per il miglior album Latin Jazz,  poi «Spain Again» e «Spain Forever» altro Grammy. Insomma quelle sono state delle grandi soddisfazioni in tutto il mondo fondendo jazz , flamenco e altri accenti latin. Tra il repertorio che abbiamo presentato in quest’ultimo concerto era ispirato soprattutto a «Spain Forever», ma ho inserito un omaggio anche al tuo connazionale Ennio Morricone con Nuovo Cinema Paradiso poiché sia io che Tomatito amiamo moltissimo il cinema. Insomma indaghiamo l’anima latina.

Cade proprio a fagiolo, come si suol dire,  nel senso che Musica Jazz (luglio) parla proprio di Anima Latina di Chick Corea che la sua The Spanish Heart Band  pubblica un nuovo disco, «Antidote», bellissimo, dove il  flamenco ha una parte significativa.  Tra un po’ torniamo sul linguaggio andaluso ma prima volevo chiederti di Chick, quel pianista sconosciuto che “portasti” con te a Santo Domingo al rientro del tuo primo viaggio newyorkese.  Vuoi farci un breve riassunto di quel viaggio?
Claro,  e con piacere. Nacque tutto con Gordon Gottlieb, percussionista che registrava con Leonard Bernstein, nel 1974  ospitandomi nel suo appartamento newyorchese e con lui scoprii l’ambiente musicale di New York, il Village Vanguard  e altri locali. Prima di ritornare nella mia terra andai con Gordon a comprare dei dischi:  mi suggerì «Maiden Voyage» di Herbie Hancock e  «Return To Forever» di  Chick Corea,per me alloratotalmente degli sconosciuti in quanto le mie conoscenze arrivavano a McCoy Tyner. A Santo Domingo cominciai così a montare alcuni brani di quei dischi e organizzai il mio primo grande concerto in un teatro della capitale e riconosco che Chick all’inizio mi influenzò abbastanza, come del resto anche Herbie Hancock con il quale poi durante la mia carriera ho fatto jam session assieme all’Orquesta de La Luz in Giappone. 

Vuoi dire invece che con Chick non hai mai duettato?
Strano ma vero: ho avuto la fortuna di conoscerlo, siamo amici e nei festival ci vediamo spesso, con me è sempre molto cordiale e l’ho visto l’anno scorso al festival di Saint Mortiz con Béla Fleck forse il più importante musicista di banjo al mondo. Al termine di quel concerto Chick mi ha chiamato nel camerino per dirmi che era entusiasta della mia versione con Tomatito del suo pezzo Armando’s Rhumba.  E siccome nel camerino c’era una tastiera iniziò a mostrarmi la sincope speciale e il significativo aspetto che avevamo dato alla sua rumba: gli piacque tanto da incorporare i nostri accenti al suo originale arrangiamento. Mi auguro proprio di far qualcosa assieme a Corea.

Stiamo ancora un po’ in Andalusia, patria del flamenco. Non si è parlato tanto nelle tue interviste di un vecchio progetto con  il gruppo Ketama, un mix di flamenco e rock pop che riscosse un grande successo.  Ricordo bene?
Sì, e grazie per ricordarmelo. Ruotò tutto attorno al disco «Pa’ Gente con Alma» album che si trasformò in un hit di nuevo flamenco, poiché Ketama era un gruppo diventato noto mescolando ritmi latini e flamenco e sold out negli stadi e nei grandi festival. I fratelli Antonio e Josè Carmona, leader della band,  erano rimasti tanto affascinati dal mio primo disco con big band, «One More Once» e così mi chiesero di co-produrre un disco in bilico tra latin e flamenco. In quel momento io stavo scrivendo una colonna sonora per il film spagnolo «Los peores años de nuestra vida» del grande regista di commedie Emilio Martínez Lazaro e alla fine lo  convinsi di concludere la pellicola con un brano del disco che stavo producendo appunto con i Ketama. In più lui realizzò un video musicale ai Ketama che spopolò. Dopo facemmo una grande tournée negli stadi spagnoli creando una All Stars Band per sostenere le voci dei Ketama con dei miei arrangiamenti: in quell’ensemble c’erano Giovanni Hidalgo, Arturo Sandoval, Paquito D’Rivera, Ignacio Berroa eccetera, insomma una formidabile orchestra. Lo spettacolo era diviso in un due set: una parte era di latin jazz e la seconda parte con i Ketama di Antonio, Josemi e Juan Carmona. Dopo quel progetto il gruppo si sfaldò, ognuno intraprese un proprio cammino e quest’anno hanno deciso di riunirsi per concerti e sono di nuovo in auge. Comunque quella fu un’esperienza grandiosa, meravigliosa.

Gian Franco Grilli

[leggi la seconda parte dell’intervista a Michel Camilo]