Michael Viñas: il bassista del Caribe urbano

di Gian Franco Grilli

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Michael Viñas
Michael Viñas

Nato nel Bronx da genitori portoricani e cubani, Michael Viñas è da oltre quarant’anni un pilastro della salsa e del Latin jazz. Chi meglio di lui per farci raccontare qualcosa su questo gigantesco incrocio di culture?

[english version: «Michael Viñas: the bass player of the Urban Caribe»]

È nato e cresciuto nel Bronx con i genitori di origini caraibiche e ha frequentato l’ambiente latino del barrio assorbendo ciò che in esso vi era di bello e di brutto negli anni Cinquanta e Sessanta. Fin da giovanissimo fu attratto dalle sonorità cubane e portorican,e tanto da voler studiare in modo meticoloso le espressioni musicali più importanti che animavano il Caribe newyorkese e da diventare uno dei più brillanti bassisti e compositori di salsa e Latin jazz dai Settanta in poi. Ha lavorato infatti con grandi protagonisti della salsa jazz come Tito Puente, Dave Valentín, Ricardo Marrero e Charlie Palmieri, ma gran parte della sua fama tra gli amanti del genere la deve al cantante-compositore panamense Rubén Blades, con il quale ha suonato e inciso i suoi successi più importanti di «salsa narrativa». Dopo quarantun anni di insegnamento, Michael (o Mike) Viñas potrebbe fare il pensionato, ma ha deciso di andare avanti con la musica perché l’ha messa al centro della sua vita per circa sessant’anni, per quanto non abbia ancora firmato un disco da leader. È un uomo molto tranquillo, che non sgomita per apparire, come succedeva anche sul palcoscenico, e ci è sembrato giusto farci illustrare una fase importante della musica latina jazzificata e della salsa proprio da chi è stato protagonista di quel fenomeno. Così l’abbiamo acchiappato al volo durante il suo breve tour in Sicilia per la registrazione di alcune sue composizioni sull’imminente cd della Guna Band dal titolo «Yoruba Project, Onareo».

Sapendo che tornavi in Italia più o meno quando Rubén Blades era in Europa per una serie di concerti, ho subito pensato a una tua reunión con il «poeta della salsa». Invece sei in Sicilia. Perché?
Stiamo registrando alcuni brani, un paio anche di mia composizione (Michael’s Cha e Room 238), nel cd del percussionista siciliano Sergio «Guna» Cammalleri. E abbiamo tenuto anche alcuni concerti a Palermo con la sua Guna Band. Di Rubén Blades, se ti interessa, possiamo parlare dopo.

D’accordo. So che al disco di Sergio «Guna» Cammalleri contribuisce anche un altro tuo grande collega di strumento, il bassista cubano Carlos Del Puerto, fondatore con Chucho Valdés dei leggendari Irakere. Giusto?
Esatto. Del Puerto, che personalmente non conosco come persona ma apprezzo come grande musicista e pilastro della musica moderna cubana, ha inciso un mio brano in questa produzione discografica e, scherzando, ho detto a «Guna» che questo mi aveva suscitaato un po’ di gelosia!

Fermiamoci allora a Cuba, culla importante del Latin jazz e delle forme che hanno contribuito allo sviluppo del fenomeno della salsa, in cui hai navigato moltissimo, per chiederti se la robusta scuola cubana di basso è stata importante per te.
Sono stato influenzato, come del resto tantissimi altri colleghi, soprattutto da Israel López «Cachao», un musicista straordinario che iniziò negli anni Trenta a suonare uno strumento difficile e faticoso come il contrabbasso e l’ha fatto per una settantina di anni. Sai meglio di me che è stato un importante autore di danzón, di mambo, di son, di cha cha cha e di memorabili descargas. Nel 2018 avrebbe festeggiato il centenario.

Seis del Solar: nella band che per molti anni ha accompagnato Rubén Blades figuravano Ricardo Marrero, Ralph Irizarry, Oscar Hernández, Mike Viñas, Eddie Montalvo.
Seis del Solar: nella band che per molti anni ha accompagnato Rubén Blades figuravano Ricardo Marrero, Ralph Irizarry, Oscar Hernández, Mike Viñas, Eddie Montalvo.

Ma è bene ricordare che, nonostante fosse stato un significativo innovatore della musica cubana, influendo anche in quella panamericana, negli anni Ottanta Cachao era sconosciuto anche tra i cubani espatriati negli Stati Uniti, dove tra l’altro si era esiliato e si guadagnava da vivere suonando in feste private e matrimoni in Florida. Quindi Cachao è stato il tuo punto di riferimento?
Cachao è stato fondamentale ma ci sono altri musicisti che ho ammirato tantissimo. In ambito latino metto Roberto «Bobby» Rodríguez (da non confondere con l’omonimo flautista), che suonò con l’orchestra di Machito e registrò con Dizzy Gillespie e Cal Tjader; poi Bobby Valentín, etichettato come «il Re del basso». Sul versante jazz e funk direi Jaco Pastorius e Marcus Miller, ma citerei tra i miei preferiti anche il versatile Lincoln Goines, con il quale ho avuto il piacere di suonare e che tra l’altro è un doppio collega, nel senso che è un didatta, ottimo, alla Berklee di Boston.

Prima di parlare dell’aspetto «didattico» della tua carriera torniamo indietro, ai tuoi primissimi passi dentro la musica. Con quale strumento?
Bella domanda. Mio nonno materno, portoricano, di cognome Arroyo, comprò una chitarra a mio fratello maggiore e cominciò a dargli semplici lezioni quando io avevo sei, sette anni. Ero curiosissimo e osservavo tutto, poi ogni tanto aprivo di nascosto la custodia della chitarra perché volevo perpetuare la magia di quei momenti, di quelle corde, ripetendo gli esercizi che il nonno aveva insegnato a mio fratello. Quando in famiglia si resero conto del mio interesse, il nonno mi insegnò musiche tradizionali portoricane come seis e aguinaldo, con le sue numerose varianti, e da lì in avanti la musica è diventata la mia grande passione, il centro della mia vita.

A proposito di aguinaldo: poiché si tratta prevalentemente di musica natalizia della tradizione rurale di Puerto Rico nelle feste di Parranda, a New York immagino che questa forma venisse allargata all’aguinaldo urbano, cui tra l’altro Willie Colón dedicherà due album, gli «Asaltos Navideños». In quei repertori entrarono poi anche delle versioni di aguinaldo-guaracha, di aguinaldo-plena eccetera.
Ottima osservazione! Il Natale è una festa molto sentita dai portoricani e queste feste rituali, che chiamiamo parrandas, diventano serate di grande allegria dove allo stesso tempo si cerca protezione divina. Certo, si eseguivano le varianti che hai citato e altre ancora, un intreccio di stili religiosi e pagani. Un discorso che però sarebbe davvero troppo lungo: quindi tornerei a raccontarti le mie prime fasi dentro la musica, in cui trovò spazio anche la percussione. Uno dei miei zii materni un giorno comprò un paio di timbales perché suonava con un gruppo, non molto importante, che imitava lo stile di Tito Rodríguez e del timbalero Tito Puente. Così, quando non mi guardava nessuno, prendevo le bacchette e ritmavo su quei tamburi. Un giorno lo zio mi scoprì e anziché picchiarmi, come temevo, mi disse di continuare, incoraggiandomi a proseguire questa avventura con le percussioni.

Rubén Blades e Michael Viñas
Rubén Blades e Michael Viñas

Con un insegnante? O da autodidatta? Immagino tu abbia studiato il fondamentale baqueteo, i colpi giusti sui due tamburi, le combinazioni dei suoni dei due tamburi con bacchette e mano, il cencerro, la cajita china, il modo di portare il ritmo della clave. Cioè la tecnica base per accompagnare bolero e son montuno.
Visto che conosci quel linguaggio sai anche che si tratta della quintessenza della batteria latina. Ho studiato quasi tutto da solo, esercizi con variazioni del fondamentale Latin beat, ma non in modo approfondito perché in quel caso particolare mi dedicai a imparare gli assoli di Tito Rodríguez o di Puente. Comunque mi formai mettendo in pratica quel che avevo visto fin da piccolo alle serate di musica dal vivo organizzate dai miei zii e dove si esibivano grandi orchestre come quelle di Puente e Machito. Da adolescente studiai percussioni classiche facendo anche il batterista nel gruppo jazz della scuola. In seguito ho frequentato l’università.

Vuoi dire studi musicali di livello universitario?
Sì, continuai gli studi musicali nonostante il parere contrario di mia madre la quale sosteneva che i musicisti fanno la fame, che non è un lavoro redditizio… Ma alla fine accettò la mia scelta di laurearmi per diventare professore di musica e insegnare nelle scuole. Così mi fu possibile tenere in piedi anche la mia attività con vari gruppi musicali. Ai tempi dell’università suonai nel gruppo di Latin jazz del pianista Charlie Palmieri e posso dire che imparai moltissimo da lui. Invece alla scuola di musica conobbi il grande flautista Dave Valentin, con il quale poi ho lavorato parecchio, e fu in quel periodo che ricominciai anche a studiare chitarra classica, composizione e arrangiamento.

Mi sembra di percepire la confusione del barrio (l’intreccio e la competizione tra realtà e culture diverse nonostante la lingua comune) che poteva distrarre un giovane in crescita e in anni di svolta come l’inizio degli anni Sessanta. Allora ti chiedo: il tuo esordio musicale è avvenuto con la salsa o il Latin jazz?
In effetti il barrio era abbastanza caotico. Nel 1963, a tredici anni, iniziai a suonare in un piccolo gruppo facendo rock & roll, musica dei Beatles, pop eccetera. Ma il mio vero esordio fu con la band di musica latina di Ricardo Marrero, un ragazzo che aveva frequentato con me la High School Of Music and Art di New York. Suonavamo le percussioni, lui era anche vibrafonista e tastierista e abbiamo condiviso esperienze sia nella band di Dave Valentín sia nel mitico gruppo di Rubén Blades, i Seis del Solar. Con Marrero accadde che il suo bassista di allora, Andy González, abbandonò il gruppo per entrare nella formazione di Monguito Santamaria, figlio di Mongo, e quindi presi il suo posto al basso elettrico anche se fino a quel momento avevo suonato la chitarra. Con Marrero entrai per la prima volta in studio di registrazione per l’album «Time» (Fania) e debbo dire che l’esperienza maturata con lui è stata assai formativa.

Hai suonato con tanti nomi importanti in bilico tra salsa e Latin, ma possiamo dire che gran parte della tua notorietà la si deve alle collaborazioni con il «poeta della salsa», il panamense Blades?
Ho lavorato con il Latin Jazz Ensemble di Tito Puente assieme ad artisti importanti come Alfredo de La Fé, Jorge Dalto, Patato Valdés; poi ho suonato e inciso con il pianista jazz colombiano Edy Martínez. Ma sono orgoglioso di aver suonato molto e realizzato diversi arrangiamenti con Rubén Blades, e sono fiero che questo grande cantante e compositore interpreti ancora oggi le mie musiche. Con Rubén ho viaggiato in tutto il mondo, ho registrato dischi famosi come «Buscando América», «Seis del Solar», «Escenas», «Agua de Luna», «Son del Solar», «Amor y Control» curandone spesso anche gli arrangiamenti.

Uno dei più famosi album di Rubén Blades con i Seis del Solar
Uno dei più famosi album di Rubén Blades con i Seis del Solar, pubblicato nel 1985 dalla Elektra e che include la versione di Blades (Muévete) del grande successo a nome Los Van Van.

Quando e perché è terminata la vostra collaborazione?
Devi sapere che Rubén è una persona sempre in movimento, ritiene che non esista nulla di stabile o costante, cambia in continuazione la sua maniera di fare musica, tra poesia e note, con formati diversi e quindi cerca sempre nuovi artisti. Adesso sta vivendo la fase della big band, con la quale va in giro ovunque. Ci sentiamo poco, ogni tanto mi capita di vederlo, ma gli debbo tanto perché mi ha aiutato a sviluppare la mia carriera musicale. È probabile che stia pensando di organizzare per la terza volta il gruppo Seis del Solar e in tal caso io sarei disponibile. Comunque stiamo parlando di un personaggio complesso, con interessi trasversali tra arte, cinema, musica e politica. C’è chi dice che vorrà candidarsi alle elezioni presidenziali di Panamá, ma per farlo dovrebbe riprendere la residenza, mentre so che vive tra New York e la California, e forse anche in altri luoghi.

Avendo lavorato a lungo al suo fianco, che opinione hai maturato di questa figura per certi aspetti un po’ indecifrabile, che va dall’attore al cantante di protesta, da talento creativo ad aspirante leader politico? Rubén rappresenta uno degli autori più influenti di tutta la musica popolare caraibica e latinoamericana della seconda metà del secolo scorso, e va considerato, a mio avviso, il padre della «salsa narrativa» con un’abilità di trasformare in successo ogni testo scritto.
Condivido tutto. Rubén è dotato di uno spirito critico eccezionale che mantiene ancora oggi, tanto che negli ultimi tempi ha lanciato pesanti critiche contro la corruzione o le gravi crisi che attanagliano popoli come il Venezuela, il Nicaragua; insomma non le manda a dire ma le canta a tutti. Ha una maniera speciale di raccontare le cose quotidiane, i fatti, parla liberamente e non si ferma di fronte a nessuno. È certamente uno dei compositori più originali, sofisticati e brillanti di salsa.

In una battuta, chi è il vero depositario della salsa e cosa rappresenta per te questo fenomeno artistico?
Da sempre esistono polemiche tra portoricani e cubani, questi ultimi indignati perché si sentivano derubati della lora musica… La salsa è un vero fenomeno artistico e sociale, non è un ritmo ma una forma aperta, capace di incorporare la totalità delle espressioni latine urbane e di amalgamare vari linguaggi per trasformarsi in una unica identità nuova che caratterizza i Latinos di New York e delle città caraibiche e sudamericane.

Adesso puoi darci un po’ di dati anagrafici e raccontarci le tue origini.
Il mio nome completo è Michael Viñas Arroyo, nel mio sangue ci sono tracce cubane e portoricane, sono nato il 22 giugno 1950 nel Condado del Bronx di New York. Lì sono cresciuto alimentandomi di culture caraibiche, cubana, portoricana e pertanto ascoltavo prevalentemente musiche cubane, portoricane, dominicane. Però sono stato molto influenzato dai ritmi cubani che affascinavano mio padre, ma crescendo nel sud del Bronx ero sempre immerso nelle molteplici sonorità del barrio, un mix di musica latinoamericana, tra son, mambo, bolero, plena, tango, jazz, rock & roll eccetera, e certamente questo ambiente culturale ha influenzato il mio modo di sentire e fare musica. Dicevo delle mie origini cubane e portoricane perché mia nonna, che era di Ponce, Porto Rico, andò a vivere a Cuba e là sono nati tutti i suoi figli tra cui mio padre, che nacque nella zona orientale di Cuba. Alcuni poi tornarono a Porto Rico e infine emigrarono negli Stati Uniti. Tra l’altro, avendo la cittadinanza statunitense, mio padre fu spedito in Corea per il servizio militare. Mia madre invece era portoricana, di Santurce, un quartiere di San Juan.

Quindi sei anche un po’ cubano. Ma quante volte l’hai visitata e quali amicizie musicali hai stretto a Cuba?
Ti sembrerà strano ma è un Paese che non ho ancora visitato! Mio padre e i miei zii sono nati tutti a Cuba e credo che qualche nostro parente risieda ancora nell’Isla. Spero di andarci al più presto assieme a mia moglie Mirka. Ho conosciuto diversi musicisti cubani che vivono a New York, mentre tra quelli rimasti in patria ho conosciuto bene Juan Formell, il leader e bassista dei Van Van, quando negli anni Novanta era in tour all’estero e io suonavo con Blades.

A proposito di Formell, come andarono le cose col suo testo Anda Ven y Muévete che Blades rilanciò con Muévete nello storico concerto a Porto Rico degli anni Novanta, cambiando completamente le parole di quello strepitoso successo dei Van Van?
Rubén era affascinato dal brano di Formell, ma siccome è un vero poeta decise di riscrivere quel testo per fare una cronaca in musica di ciò che stava succedendo, non solo in America Latina. E se penso a quel che accade oggi nel mondo debbo dire che quelle parole sembrano scritte oggi.

Non è che hai in vista anche un album a tuo nome? Sarebbe l’esordio discografico da leader, per quanto tardivo!
In effetti mi è sempre piaciuto comporre e suonare per gli altri, ma sto pensando di mettere a frutto un progetto con tutto il materiale e le composizioni fin qui realizzate e, se Dio vuole, fare finalmente uscire una bella «produzione di Mike Viñas». Ma quella che rimane sempre in bella evidenza, per me, è la volontà di scrivere nuovi arrangiamenti e buttare giù nuove composizioni.

E, se non sei incalzato da impegni musicali, come si svolge una tua giornata tipo a New York?
Ah, bellissima domanda! Il mio obiettivo è godermi la vita che mi rimane, in compagnia di mia moglie, alzarmi ogni mattina e ringraziare Dio. Se poi penso che sono arrivato fin qui dopo quarantun anni di insegnamento tra New York e il New Jersey, e che molti tra i miei giovani allievi vogliono ancora comunicare con me…. Ma sono anche felicissimo di essere fresco nonno di un nipotino e ogni volta non vedo l’ora di tornare a casa per rivederlo, perché rappresenta il futuro della nostra famiglia.

Gian Franco Grilli

[da Musica Jazz di giugno 2019]