Mette Henriette: Raccontare con la musica

La giovanissima Mette Henriette, sassofonista e compositrice norvegese, debutta su ECM e vince il Top Jazz nella sezione Nuovo Talento Internazionale

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mette henriette

Sono nata e cresciuta a Trondheim, un posto avventuroso, creativo e solido. Sono cresciuta in mezzo a tutta quell’energia. Ho iniziato a studiare il sassofono a undici o dodici anni. Prima avevo suonato la tromba nella marching band del paese, ma mi bastò prendere in mano il sassofono per capire che ero nata per quello strumento. Per me la musica è sempre stata un’esperienza molto più ampia delle note scritte sul pentagramma, della teoria e dello studio. Devo raccontare le mie storie, e già fin da piccola mi immaginavo il modo in cui poterlo fare. La musica era uno sfogo, certo, ma ero consapevole che mi sarebbe servita anche l’abilità pratica.

mette henrietteDopo qualche tempo scoprii che mi piaceva anche perdermi negli aspetti teorici della musica, ma all’inizio si trattava di qualcosa di più primitivo, di una risposta a un’urgenza interiore. All’epoca, a Trondheim, non suonavamo standards. Era tutta musica libera e improvvisata e tutte composizioni originali. Ascoltavo anche un sacco di flamenco, che mi piaceva moltissimo. Ci trovavo qualcosa che poi ho sentito anche nella musica di John Coltrane… Per me era la stessa cosa. Nell’ambiente del free jazz la gente mi diceva: “Assomigli a…” e citava un sassofonista di jazz, Albert Ayler, per esempio, oppure Evan Parker. E all’epoca io non sapevo chi fossero questi musicisti. In seguito, quando li ascoltai, tutto mi apparve chiaro, ma le mie influenze venivano da altre parti e non ho mai preso sassofonisti come modello.
Per i tuoi gruppi scrivi della musica insolita: a volte sembra che il sassofono faccia il suo ingresso in una struttura per illuminarla, come se vi scivolasse dentro per accendere la luce.

 

Ho suonato musica improvvisata per anni e tutti pensavano che facessi soltanto quello. Invece la sera, a casa, mi mettevo a scrivere musica. E pensavo: se dovessi concepire una cornice al cui interno improvvisare, come potrei regolarmi? Oppure, come potrei concepire qualcosa in grado di indirizzare l’improvvisazione libera in una direzione diversa? Non ho mai studiato composizione ma mi è venuto naturale tentare di mettere in pratica i paesaggi sonori che già avevo in testa.

È stato un lungo processo, durato circa otto anni (l’ho iniziato quando ne avevo tredici), in cui ho imparato dai miei errori. Poi, tre anni fa ho deciso che era arrivato il momento di tirare fuori tutta quella musica, che rappresenta una grossa parte di me.

Testo raccolto da Steve Lake