Metastasio Jazz XXII edizione, Prato (seconda parte)

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Teatro Metastasio Prato

13 febbraio, Teatro Fabbricone  – 23 febbraio, Teatro Politeama 

La seconda parte della XXII edizione di Metastasio Jazz, dedicata al sassofono contemporaneo, ha messo a confronto stili e approcci particolari nella loro spiccata diversità.

A 35 anni Dan Kinzelman possiede un linguaggio maturo sia sul piano performativo che su quello compositivo, animato da uno sguardo curioso sulla contemporaneità. Lo dimostra il progetto Kudoku, connubio tra tenore, elettronica e danza, realizzato in collaborazione con il ballerino e coreografo Daniele Ninarello. Connubio davvero singolare, in cui la musica – pervasa da una forte componente elettronica – non svolge un ruolo di commento o descrizione, ma sembra piuttosto stimolare e sospingere il gesto e il movimento. La coreografia che ne scaturisce è fatta di movimenti ondulatori, linee intersecate ed effetti geometrici forse associabili in qualche misura alla poetica di Virgilio Sieni. 

Hobby Horse: Dan Kinzelman, Joe Rehmer e Stefano Tamborrino – foto Lorenzo Desiati

La maturità espressiva di Kinzelman si estrinseca poi pienamente in seno al trio Hobby Horse. Sulla scorta del recente «Rocketdine», il trio ha adottato l’elettronica (nell’occasione utilizzata solo in parte per un problema tecnico all’apparecchiatura di Kinzelman) sfruttata in maniera razionale e del tutto funzionale. Frutto dello sforzo compositivo di tutti e tre i membri, la musica possiede un’identità innegabilmente jazzistica, ma denota al tempo stesso una lungimirante attenzione ad altre forme: l’elettronica, appunto, largamente impiegata dai norvegesi Jan Bang, Eivind Aarset e Nils-Petter Molvær, o dall’americano Jon Hassell; l’avant rock chiaramente avvertibile in certe scansioni binarie e alcuni crescendo dal potente impatto; una vocalità spesso articolata ritmicamente scandendo testi dal contenuto surreale (e non a caso nel repertorio figurano Born Again Cretin di Robert Wyatt ed Evidently Chickentown di John Cooper Clarke). Peraltro, nella prima parte della minisuite Mod emergono rarefatte valenze melodiche che richiamano certe composizioni di Paul Motian. 

Kinzelman alterna un tenore spesso sanguigno, con vaghe reminiscenze di Dewey Redman e David Murray, a un clarinetto basso ricco di sfumature. Alla batteria Stefano Tamborrino conferma una rara sensibilità per le dinamiche ed è capace di oscillare tra sottili tratti di colore, figurazioni vicine al jungle (Magnus Öström di E.S.T. appare un possibile riferimento) e incalzanti ritmiche rock. Al contrabbasso Joe Rehmer esibisce un suono secco e un fraseggio essenziale, “antico”, realizzando inoltre con l’arco efficaci impasti con le ance di Kinzelman. Dunque, un trio originalissimo che rappresenta – nonostante la presenza di due americani “trapiantati” – un’efficace risposta europea a Bad Plus e diversi musicisti del circuito di Zorn.

Francesco Cafiso Sestetto

La Banda, operazione proposta da Francesco Cafiso con un sestetto abbinato alla Camerata Strumentale “Città di Prato” si prefiggeva di approfondire i legami con una componente fondamentale della nostra tradizione. Senza poi considerare che parecchi nostri eccellenti jazzisti si sono formati inizialmente (un esempio per tutti: Gianluigi Trovesi) grazie all’esperienza bandistica. I non facili equilibri tra il sestetto e l’eccellente formazione da camera diretta dal maestro Valter Sivilotti sono stati affrontati e in buona parte risolti grazie all’intelligente interazione con alcune sezioni (ora i legni, ora gli archi) e alcuni interessanti impasti timbrici, mentre in altri frangenti le due unità agivano separatamente. Rispetto al suo passato di ragazzo prodigio posto anche troppo presto sul piedistallo del virtuosismo, come contraltista Cafiso (classe 1989) ha sviluppato un linguaggio più completo e maturo, decisamente più sfaccettato e, a tratti, spregiudicato. Ha messo da parte le iniziali e nette influenze di Charlie Parker e Phil Woods a favore di un fraseggio più sanguigno e spigoloso pur nella sua nitida articolazione, e di un suono più ruvido e – almeno in alcuni passaggi – efficacemente stridente nei graduali passaggi dal registro medio a quello acuto.

In questo approccio si colgono tracce o reminiscenze di storici solisti come Art Pepper e Jackie McLean, opportunamente calati in un contesto – del tutto consono al retroterra culturale del sassofonista siciliano – in cui il presupposto fondamentale è quello di elaborare le armonie e improvvisare su temi che trasudano afrori mediterranei, echi di Nino Rota e la tradizione del belcanto. Obiettivo sostanzialmente raggiunto anche grazie all’impianto ritmico-armonico predisposto da Mauro Schiavone (piano), Pietro Ciancaglini (contrabbasso) e Silvio Morger (batteria), e alla dialettica feconda tra il contralto del leader, la tromba di Giovanni Amato e il trombone di Humberto Amésquita (questi ultimi anche solisti eloquenti e concisi). Il Cafiso di oggi dimostra come si possa mettere il virtuosismo al servizio di fini espressivi.

Entrambi i concerti, come del resto i due che li avevano preceduti, hanno suscitato reazioni entusiastiche di un pubblico sempre numeroso e attento, divenuto ormai zoccolo duro di una manifestazione che anche quest’anno ha confermato di possedere una qualità elevata e di essere come al solito strutturata secondo un disegno preciso.

Enzo Boddi