«Medina», Raffaele Casarano

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«Medina», distribuito in Italia da Ducale, è il nuovo, ottimo album di Raffaele Casarano, edito dalla Tŭk Records.

cover-medinaRaffaele, già dal titolo si capisce che hai voluto evocare il Medioriente e il Maghreb. Senti affinità con la tua terra?

Il medio oriente e la nostra terra hanno molti punti di contatto: l’influenza araba la respiriamo nell’odore di alcuni cibi e nel profumo del nostro mare che con loro condividiamo. Basta solo guardare al di là del Mediterraneo  per capire che poi non siamo così distanti, anzi ci siamo quasi dentro. Penso che siamo tutti sotto lo stesso cielo e quindi figli dello stesso universo, ed è bello esserlo.

Così come hai sempre a mente l’Africa: la vera patria del jazz. Sbaglio?

La musica mi ha portato ben quattro volte in Africa a tenere concerti. Non si dimentica facilmente una terra del genere, come non ci si può mai dimenticare di una madre. E l’Africa è la Madre per l’umanità intera, ma forse qualcuno lo ha scordato! Secondo me bisognerebbe andarci almeno una volta nella vita. Là si respira la reale verità dell’esistenza, e quella gente ha molto da insegnarci, in barba a chi pensa il contrario. Laggiù la musica è nell’essenza stessa delle cose, tutto è ritmo, e il ritmo lo si suona scandendolo con strumenti semplici e artigianali: anche con il solo battito delle mani. La musica è ovunque, è libertà, condivisione, è improvvisazione. In altre parole, è jazz.

A questo proposito, cosa pensi della drammatica situazione che investe il Mediterraneo?

Una faccenda semplicemente vergognosa. Siamo tutti fratelli e non siamo ancora riusciti a capirlo. Basterebbe citare una bellissima frase di Martin Luther King: «Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora imparato la semplice arte di vivere insieme come fratelli.». Lo scorso giugno, durante la mia residenza artistica a Parigi presso l’Istituto Italiano di Cultura, ho scritto un brano dedicato alle vittime del Mediterraneo, Preghiera in mare, con il desiderio che quelle note potessero fermare la violenza e l’avidità degli scafisti e regalare una speranza per tutti questi uomini, donne e bambini che affrontano viaggi terribili allo scopo di costruirsi una vita migliore. Spesso, purtroppo, tutto finisce in tragedia.

In Africa inserisci anche la tua voce naturale. Era la prima volta? Perché hai deciso di farlo in prima persona?

Sì, è la prima volta che provo a usare la voce come suono. Non mi permetterei mai di spacciarmi come un cantante, chiaro. A dire il vero, è stato un carissimo amico e grande artista a spingermi a provare questa bella sensazione. Il colpevole è Giuliano Sangiorgi e, a parte gli scherzi, gli sono debitore per questo passo.Si è trattato solo di un gioco, penso che non si debba mai prendersi sul serio. Infatti mi sono divertito molto.

«Medina» si apre con un omaggio a Esbjörn Svensson. Cosa significa per te Svensson, e quale debito ha con lui il mondo del jazz? 

Credo sia stato il musicista che, in assoluto, ha saputo indicare la nuova strada del jazz europeo di oggi. Ognuno di noi, chi più chi meno, si è ispirato in qualche modo al suo incredibile suono. Stiamo usufruendo di tutta la musica che ci ha regalato, e aprire il mio disco con un omaggio a questo grande jazzista è stato doveroso.

Nel tuo gruppo c’è anche Erik Honoré. Quando e come è iniziata la vostra collaborazione?

Erik venne in Italia, per tre concerti, due anni fa. Mi chiamò tramite la sua manager italiana e mi propose di affiancarlo come ospite. Chiaramente ne rimasi molto lusingato e fu bellissimo.

Quanto ritieni importante l’apporto dell’elettronica nella tua musica?

Diciamo che inizio adesso a trovare il mio equilibrio, utilizzando poche cose ma con coscienza. Poi l’incontro con Erik Honoré è stato fondamentale per comprendere quanto si possa fare tantissimo con poco. L’esperienza al Punkt Festival nel 2014 è stata poi decisiva per entrare appieno nella concezione dell’elettronica nella mia musica.

Dall’elettronica, alla grande orchestra Tito Schipa di Lecce. Avevi già pensato e composto i brani prevedendo di eseguirli con un’orchestra?

Si ho scritto tutta la musica sapendo già di questa bellissima esperienza che prima doveva essere solo live poi è diventata un disco.

Vuoi parlarci dei tuoi compagni?

Quando ho immaginato la musica di «Medina» avevo in mente un suono romantico, per così dire; un suono rarefatto, e mi sono venuti in mente subito i nomi dei miei compagni di viaggio. Il pianoforte di Mirko Signorile è stato il primo ad essere coinvolto, assieme al mio inseparabile  «compagno di contrabbasso» Marco Bardoscia. Poi ho pensato alle percussioni minimali e creative di Alessandro Monteduro e alla «batteria musicale» di Cristiano Calcagnile.

Quale ruolo ha avuto l’ente Puglia Sounds nel tuo disco?

Puglia Sounds mi sostiene da diverse produzioni. E’ un progetto che a volte non sa nemmeno di sud. Ha l’odore d’Europa, ha l’odore di mondo. Spero che questo bellissimo sogno duri per sempre e anche per le generazioni future, perché progetti di così grande spessore culturale sono l’orgoglio della nostra regione, che si distingue per l’attenzione seria e attenta a produzioni artistiche emergenti le quali, altrimenti, non avrebbero alcuna possibilità o comunque faticherebbero molto a farsi notare.

A tal proposito, come giudichi il lavoro che sta svolgendo Puglia Sounds per il jazz pugliese?

Semplicemente grandioso. Dare sostegno ad una produzione discografica significa oggi dare ossigeno all’artista e al produttore, visto che le vendite dei dischi di jazz non sono più quelle di anni fa. Per non parlare della promozione dei musicisti pugliesi nel mondo tramite Puglia Sounds Export, che è un’opportunità data dalla nostra regione dà a un sud che sembrava essere ormai finito musicalmente e artisticamente. Oggi la Puglia è la regione più competitiva d’Italia per le produzioni musicali. Lunga vita a Puglia Sounds!

Raffaele Casarano e il jazz. Quando e come si sono incontrati?

Avevo sette anni quando rimasi folgorato dal suono del sassofono di Charlie Parker, ma non avevo certo idea di cosa si trattasse. Poi iniziai a studiare musica grazie a mio padre e mia madre, che mi acquistarono il primo sassofono. Fu così che continuai senza sosta a prendere le cose sul serio. E devo ringraziare loro se oggi faccio quel che più mi piace.

Sei anche il direttore artistico di un festival che diventa sempre più importante. Quali sono le linee artistiche che segui?

Il Locomotive è nato quasi come un gioco e continuo a immaginare il festival come tale. Ho sempre pensato che il jazz dovesse avere l’aria di libertà, come l’aria che si respira in un parco giochi da bambini. Così, quando penso alla programmazione, mi diverto a montare il tutto come un puzzle, cercando di dare il massimo per renderlo fruibile ai più, come d’altronde il jazz ci insegna: si tratta di musica popolare nata dal bisogno profondo di comunicare col mondo esterno.

Hai già in mente qualcosa per la prossima edizione?

Sto lavorando, assieme al mio team, a un macro-progetto che vedrà la luce il 29 febbraio 2016 in occasione dell’anno bisestile: sarà la nuova veste del Locomotive, impegnato da sempre nel sociale con particolare attenzione ai  giovani talenti. Il festival diventerà solo una festa conclusiva che si svolgerà in estate, anche se in realtà il Locomotive durerà un intero anno.

Con chi ti piacerebbe collaborare?

 Diciamo che il sogno più grande della mia vita si è già avverato: collaborare con uno dei più grandi jazzisti che abbiamo in Italia è per me un grande onore. Parlo naturalmente di Paolo Fresu. Vorrei avere tante collaborazioni, sia nel jazz internazionale come già succede con Manu Katché, sia con artisti pop. Avevo espresso un desiderio, qualche tempo fa, quello di collaborare con Sting: forse non possiamo parlare di collaborazione, ma molto probabilmente ci troveremo a suonare sullo stesso palco. E ho il cuore già in tumulto….

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Per il futuro ci sono molte cose in cantiere, dai concerti alla realizzazione di due nuovi dischi, dalla nascita del progetto Ponti di note – che collegherà il  Gargano al Salento grazie all’associazione Festambiente diretta da Franco Salcuni – alla realizzazione, come dicevo, del nuovo progetto Locomotive che si chiamerà LocHOME, rivolto ai musicisti, alle associazioni, culturali e di volontariato ma soprattutto al pubblico, che potrà farne parte a pieno titolo. Tante idee, tanti progetti e soprattutto tanto entusiasmo e passione per la musica.

Alceste Ayroldi

foto di copertina: Silvio Bursomanno