Marialy Pacheco: le donne conquistano il jazz afro-cubano

di Gian Franco Grilli

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Marialy Pacheco
Marialy Pacheco

Marialy Pacheco, la brillante pianista e compositrice dell’Avana, da tempo residente in Europa, si sta imponendo come una presenza molto significativa nel panorama jazzistico internazionale.

Una ventata di novità nel Latin jazz arriva dall’universo femminile. A parte le numerose artiste provenienti dal Brasile (che è un continente a sé…), sono in crescita le mujeres strumentiste che non solo si cimentano con il jazz en clave (di scuola afro-cubana) ma che sono anche leader di gruppi: Jane Bunnett, Rebeca Mauleon o Michele Rosewoman, per citarne alcune. In questo senso, dall’inizio del nuovo millennio qualcosa sta cambiando anche nel mondo musicale cubano, notoriamente ««machista»: anche a Cuba sta emergendo il jazz al femminile, e quindi vedere una donna al timone non è più una rarità come dimostrano la multistrumentista Bellita (Jazztumbatà), la percussionista Brenda Navarrete, la batterista Yissi Garcia, la violinista Yilian Cañizares. Alla lista aggiungiamo la pianista Marialy Pacheco che, dal 2005, è entrata nella comunità dei musicisti cubani che da alcuni anni hanno scelto di vivere in Europa perché dall’osservatorio europeo riescono a vedere meglio le proprie radici per combinarle poi con altre culture attraverso il filtro del jazz.

Nata e cresciuta all’Avana, trentacinquenne, figlia d’arte, pianista e compositrice, Marialy Pacheco vanta una forte e rigorosa preparazione di musica classica. Strumentista smagliante, suono brillante e cristallino, tecnica magnifica, mano sinistra straordinaria da grande virtuosa, sa interpretare con grande personalità opere di diverse scuole. Infatti si è prima nutrita di Bach, Chopin, Beethoven, Cervantes, Saumell, poi di Ernesto Lecuona, Emiliano Salvador, Art Tatum, Keith Jarrett, Chucho Valdés, e ciò le consente di conciliare agilmente musica classica, tradizione afro-cubana, jazz, world e canzone. Le sue dita saltellano e volano sulla tastiera con una facilità sconcertante, passando rapidamente dall’intimismo del bolero all’esuberanza del montuno, dominando perfettamente il concetto di clave e i codici del jazz. Insomma, una pianista in grado di conferire ad ogni nota il giusto peso e il colore più appropriato. Ma anche una donna forte, schietta, che, da bonita qual è, ha raggiunto traguardi importanti senza l’aiuto di sponsor, rifiutando promesse fasulle da uomini che contano: «Io voglio essere valutata per le mie qualità professionali e non mi faccio comprare per una villa con piscina», ci racconta Marialy in questa intervista, che ripercorre la sua carriera e presenta il suo ultimo cd, «Duets», dove è lei a dirigere a bacchetta i duetti con virtuosi come Omar Sosa, Hamilton de Holanda e Miguel Zenón: tutti maschi, ma è solo una coincidenza.

Marialy Pacheco (foto di Markus Jans)
Marialy Pacheco (foto di Markus Jans)

In Italia suoni spesso ma sei ancora poco conosciuta in ambito jazz. Traccia un tuo profilo e racconta com’è nata la tua storia con il pianoforte.
Il mio nome completo è Marialy Pacheco Campos, nata nel 1983 all’Avana e cresciuta in una famiglia di musicisti: mia madre è direttrice di coro, mio padre è stato molti anni cantante d’opera e mia zia è chitarrista. Quindi ho respirato musica fin dalla culla e la mia relazione con il pianoforte è scaturita all’età di sette anni dopo un concerto visto con mio padre e da lì cominciai a studiarlo al conservatorio Alejandro García Caturla, poi a quindici presso la Escuela Nacional de Artes e infine studiando composizione all’Instituto Superior de Artes, l’università cubana della musica.

Quali erano i musicisti e compositori maggiormente studiati? E tra questi c’erano anche i cubani Espadero, Cervantes, Fuentes, Roldán o altri ancora?
Ovviamente si studiano tutti i grandi compositori classici universali, Bach, Mozart, Chopin, Beethoven, ma dei nostri ho studiato soprattutto nel repertorio pianistico Cervantes, Saumell e Lecuona. All’esame dovevamo portare sempre un’opera cubana e così ho eseguito un’opera di Ernesto Lecuona, artista che ho amato moltissimo.

E la riprova che il tuo cuore batte ancora da quelle parti sta in Gitanerias e La Comparsa, due suoi famosissimi motivi presenti nel tuo ultimo cd, «Duets». Lecuona, oltre ad essere considerato il Franz Liszt di Cuba era soprannominato anche il «Gershwin cubano», e allora ti chiedo: come giovane pianista cosa rappresenta per te George Gershwin, che è stato il compositore statunitense più conosciuto al mondo nel secolo scorso, autore di canzoni tra le più suonate nel jazz e anche un eccellente pianista? Tra l’altro Lecuona e Gershwin si conobbero a Parigi e lo statunitense si congratulò con il cubano definendolo in quell’occasione il miglior interprete della sua Rhapsody In Blue, poi entrambi erano attratti dal folklore africano, ma mi fermo qui perché si aprirebbe un altro capitolo interessante sulle similitudini dei due musicisti.
I brani di Lecuona citati e interpretati in «Duets» oramai sono diventati dei classici del repertorio dei grandi musicisti jazz cubani e non solo. In effetti Lecuona portò per primo sul pentagramma e sulla tastiera i colori dei tamburi afro-cubani e quindi confermo ciò che hai detto. Vero, Lecuona lo consideriamo il nostro Liszt, anche per le difficoltà tecniche della sua musica.

Marialy Pacheco e Rhani Krija
Marialy Pacheco e Rhani Krija

Veniamo al jazz. È vero che sei la prima importante donna del pianismo jazz cubano? Pianismo che tra l’altro annovera talenti come Chucho Valdés, Gonzalo Rubalcaba, Omar Sosa, Hilario Durán, o più vicini alla tua generazione, Roberto Fonseca, Harold López-Nussa, Alfredo Rodríguez, David Virelles e altri. E qual è il primo gruppo cubano con cui hai suonato?
Mi sono avvicinata al jazz con il «Köln Concert» di Keith Jarrett, album che mi cambiò la vita perché fino a quel momento avevo studiato solo piano classico e quell’ascolto mi aprì un nuovo universo musicale. Quindi Jarrett è stato il mio primo grande mentore e resta uno dei miei pianisti jazz preferiti. Prima pianista cubana di jazz? Nella storia del jazz a Cuba non conosco nessuna donna musicista di jazz, se non qualche cantante. Della mia generazione poi non ricordo altre pianiste o strumentiste di jazz.

Nel jazz cubano sono gli uomini a dominare la scena e le donne pianiste sono molto rare…
Certo, ma io parlavo soprattutto di pianisti e con una carriera internazionale. Completando la risposta di prima, vorrei dire che la lista dei jazzisti che hanno alimentato la mia curiosità pianistica sarebbe lunga ma te la faccio breve: dapprima il leggendario Emiliano Salvador poi Rubalcaba, Chucho Valdés, Camilo, Omar Sosa, Roberto Fonseca e mostri come Oscar Peterson, Art Tatum, Brad Mehldau, Herbie Hancock, Bill Evans. Il primo gruppo con il quale ho suonato all’Avana? Mezcla del chitarrista statunitense-cubano Pablo Menéndez, gruppo che si muove tra jazz, afro-cubano e rock. Il mio primo disco si chiama «Bendiciones» e lo registrai a Cuba nell’ambito del premio JoJazz che vinsi nel 2002.

A Cuba esiste una relazione stretta tra musica e danza, tra musicista e ballerino, a partire dalla rumba per arrivare alla timba. Tu, che sei cresciuta con i classici, hai avuto un rapporto sano con la calle, intendo con il barrio e i sensuali ritmi afro-cubani?
Io ho vissuto in un ambiente soprattutto di musica classica, e il mio primo incontro con il jazz è avvenuto all’età di quindici anni. Ma ho sempre ritenuto importante avere un legame con la musica popolare cubana e afro-cubana, rumba, guaguanco, columbia, guaracha fino alla timba jazz, iniziata da Irakere, e alla fine è stato utile anche per arricchire il mio modo di diventare jazzista. Ricordo da piccola i gruppi che spopolavano in quel periodo, ossia la Charanga Habanera, Los Van Van, NG La Banda… Ma ancora non capivo bene cosa stesse succedendo sotto l’aspetto musicale. Poi, crescendo, hai la capacità di analizzare e capire l’importanza di arrangiamenti già molto evoluti nei repertori di quelle orchestre di musica da ballo. Dalle feste di scuola ai miei compleanni con parenti e amici ho sempre ballato salsa cubana, ma non so dirti come ho imparato la rueda de casino e gli altri stili. Certo, danza e musica si mescolano e i pianisti cubani – che si formano nel conservatorio e contemporaneamente frequentano la calle e i locali di salsa – assorbono tutto come delle spugne, diventando così artisti poliedrici, in grado di suonare agilmente Bach, Mozart, jazz, blues e di fonderli con la musica popolare che hanno nel DNA.

Marialy Pacheco «Duets»
Marialy Pacheco «Duets»

Completiamo il discorso sui premi. Dopo JoJazz è arrivato anche Montreux, che tra l’altro fu vinto prima di te da altri due tuoi connazionali, Harold López Nussa e Rolando Luna. E, per la cronaca, quella competizione ha cambiato la vita a un altro tuo collega, Alfredo Rodríguez, nonostante il suo secondo posto dietro López Nussa grazie a…
Sì, Quincy Jones, che restò molto impressionato dal tocco di Alfredo, aprendogli una fortunata carriera. Io invece ho vinto la Montreux Jazz Piano Solo Competition nel 2012 e sono orgogliosa di essere stata la prima donna vittoriosa nei quindici anni di storia del concorso. Ci tengo a precisare che io vivevo già in Europa e non ho avuto nessun sponsor e mi sono pagata tutte le spese di partecipazione.

Prima donna al Montreux Solo Piano Competition, prima donna nell’attuale pianismo jazz cubano, prima pianista jazz donna in tutto il mondo ad avere il privilegio di «Artista Bösendorfer» dal 2014. Come vivi l’esperienza di essere la prima mujer cubana con riconoscimenti internazionali nel jazz e non solo, e soprattutto pensando alla Cuba socialista dove, nonostante conquiste importanti e pari diritti tra uomini e donne, sono ancora poche le donne al comando di istituzioni importanti? E anche nella musica faticano ad emergere, o sbaglio?
È una responsabilità e allo stesso tempo un grande orgoglio. È difficile per me parlare in generale della donna nella società cubana ma personalmente in ambito artistico non farei distinzioni tra uomo e donna, poiché a mio avviso è la qualità che deve emergere, non i tratti maschili o femminili. E questo vale ovunque nel mondo. Noi dobbiamo sempre misurarci con la qualità, e lavorare molto per sfatare pregiudizi, le altre promesse che ti possono fare sono fasulle e a volte indecenti, e sappiamo bene che esistono modelli e stereotipi sulle donne: per esempio, io credo di essere bonita, carina, mi faccio notare in scena con un certo abbigliamento. Però voglio essere ascoltata per le mie qualità artistiche, con errori e imperfezioni, non per la mia presenza fisica. Tanti ti cercano ancora prima di vederti suonare, ti promettono sogni in cambio di…, ma a me non va bene e non lo accetto. Nella società la discriminazione è ancora presente, c’è machismo, maschilismo arrogante.

Ti riferisci al caso di Harvey Weinstein, accusato di violenze e molestie sessuali da decine di donne e famose attrici? Non avrei sfiorato quel tema, ma se vuoi dimmi cosa ne pensi sia come donna che come artista. Potremmo invece in breve parlare del machismo di Cuba: senza generalizzare, e con le dovute proporzioni, mi risulta che vi siano anche comportamenti poco edificanti nell’ambiente dello spettacolo cubano, o sbaglio?
Sì, mi riferisco anche a quel fatto che ha creato scandalo nel mondo: quella che è accaduta negli Stati Uniti è una cosa asquerosa, schifosa, degradante. Io, per fortuna, non mi sono mai trovata in situazioni del genere. A Cuba, come ben sai, il machismo non è scomparso del tutto, e non nascondo che ci siano alcuni uomini che si approfittano in qualche modo (non così vergognoso come quello del cinema) di alcune donne desiderose di arrivare ai vertici come musiciste, illudendole di farle diventare star in cambio di sesso. Agiscono su donne in posizione di debolezza. Io ti parlo della mia esperienza e sono molto sincera: ho avuto avances in forma indiretta ma sono felice di non averle mai accettate perché nessuno può chiedere qualcosa di me in cambio di altro. I traguardi li voglio raggiungere da sola, senza sponsor di alcun genere eccetera; costa molti sacrifici ma io vado avanti così. Ci sono hombres con molto denaro che pensano di comprarti con una villa con piscina eccetera, ma io non sono di quelle chicas che si fanno comprare.

Apprezzo la franchezza! Ma ora andiamo sul leggero: mi sembra che con «Duets» le vuoi cantare bene, a los hombres. Infatti il cd raccoglie una serie di duetti con artisti importanti ai tuoi piedi. Allora come ci si sente, una volta tanto, a dirigerli a bacchetta? E con quale criterio li hai scelti?
Scusami se rido per la tua divertente osservazione ma sono loro ad avermi fatto un regalo! Ho mandato al mio manager una lista di nomi con i quali desideravo registrare in duo, ma il fatto che siano solo uomini è solo una coincidenza perché avrei voluto incidere anche con Mariza, la cantante portoghese di fado, però non è stato possibile. Suonare con Hamilton de Holanda è stato un mio sogno da quando ho iniziato ad ascoltare i suoi dischi qui in Europa, e pensa che l’ho conosciuto soltanto il giorno della registrazione; poi Omar Sosa

Con Sosa interpreti El Bola, che apre il disco. L’hai conosciuto prima che lasciasse Cuba (1993), periodo in cui tu eri piccina e lui poco conosciuto dai cubani, oppure vi siete trovati in Europa? Tra gli altri, spiccano i duetti con Miguel Zenón su La Comparsa, poi con il tedesco Max Mutzke e il marocchino Rhani Krija.
Ero piccola ma avevo un video di Omar quando faceva parte del gruppo di Xiomara Laugart, cantante che da tempo vive negli Usa. Quando poi mi sono avvicinata al jazz, Omar è stato un altro dei musicisti che mi hanno ispirata, ho apprezzato il suo lavoro di musicista e compositore. El Bola, registrato in una sola take, è un tema scritto da Sosa in ricordo di un suo amico flautista scomparso, Reinaldo Perez «El Bola»; la voce melodiosa del sax di Miguel non ha bisogno di commenti. Meno jazzistico è invece Max, un cantante soul che adoro; è molto famoso in Germania e nel disco ha preso il posto di Mariza, cantante portoghese di fado, che avevo cercato invano. Infine il percussionista marocchino Rhani Krija, col quale cerco di unire jazz afro-cubano e ritmi e colori del Marocco.

Cuba è la base del percussionismo Latin, e allora perché cadere su Rhani?
L’ho conosciuto per caso in Germania e mi ha affascinato il suo multi-percussionismo, diverso da quello dei cubani. Il suo drumset è molto esotico: a me piacciono molto i colori nella musica e allora l’ho preferito ai timbales o a una conga. D’altronde in Africa ci sono parecchie delle nostre radici e fare esperienze con le musiche del mondo arricchisce molto il mio modo di fare jazz. Quindi il modo migliore per unire le nostre due realtà (cubana e marocchina) non poteva che essere su Burundanga, titolo con molteplici significati: melting pot, ajiaco (il minestrone cubano) e nella religione Yoruba può voler dire anche malocchio. Ma prima che tu me lo chieda ti dico che non sono Santera come Omar Sosa; io sono pragmatica, scientifica, materialista ma ho rispetto per quella cultura.

Circa un secolo fa i musicisti cubani cominciarono a sognare e a popolare la grande metropoli del jazz mondiale. Da qualche anno, invece, molti delle nuove generazioni espatriano in Europa.
Io non sono ancora andata negli Stati Uniti e pertanto non mi azzardo a parlare di quel Paese, però tra i musicisti cubani ho molti amici che vivono là e preferirebbero l’Europa. Dal 2005 risiedo in Germania, dove sono arrivata la prima volta per registrare un disco e ho deciso di fermarmi. Ho vissuto un po’ a Brema e adesso abito a Dortmund. Musicalmente qui c’è una situazione speciale, con una tradizione musicale molto forte. Ho rischiato tutto ma mi è andata bene, e tre anni fa mi sono sposata con un ragazzo tedesco. Io non cerco la luna, le mie priorità sono la musica e la famiglia.

Cos’è la musica da espatriato?
Bella domanda. Direi che la musica è indiscutibilmente un processo creativo ma anche lo specchio di cosa e come uno vive. Siamo in tanti a vivere lontano da Cuba, Omar Sosa, Gonzalo Rubalcaba, io stessa e altri colleghi, e ovviamente siamo influenzati da tutto ciò che ci circonda. E, musicalmente, credo che tutto ciò migliori la nostra cultura jazzistica.

Prima o poi, nella musica o in una conversazione Latin spunta la clave. Tu cosa pensi di questo pilastro dell’Afro-Cuban jazz?
La clave non si studia a livello accademico, ma nel percorso di formazione non ne sentiamo la mancanza perché ce l’abbiamo nel sangue. Si parla sempre della clave 3/2 o 2/3 ma ve ne sono altre, come una clave in 7/4. Poi la clave si può adattare a molti tempi e a volte non è necessario farla suonare: è sufficiente averne alcuni elementi e ci sono molte maniere di farlo. D’altronde, i ritmi cubani hanno il grande pregio di potersi mescolare facilmente con molte altre musiche.

Gian Franco Grilli

[da Musica Jazz, giugno 2018]