Maria Pia De Vito «Dreamers» a Empoli Jazz

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Il quartetto di Maria Pia De Vito, foto di Sanzio Fusconi

Empoli, Torrione di Santa Brigida

28 luglio

Nonostante le restrizioni (e le ristrettezze) causate dalla cosiddetta Fase 3 del Covid, Empoli Jazz è riuscita ad allestire un programma più che dignitoso, come sempre in collaborazione con Music Pool e Comune di Empoli. Evento di spicco di questa XI edizione, il concerto di Maria Pia De Vito ha proposto delle utili riflessioni sulla possibilità (o forse necessità?) di ampliare il repertorio degli standards e ridefinirne così il concetto stesso.

Con «Dreamers», appena pubblicato dalla Via Veneto Jazz/Jando Music, la vocalist napoletana si è immersa nel repertorio di alcuni grandi songwriters che dagli anni Sessanta in poi hanno saputo raccontare con cruda efficacia e visione ad un tempo critica e lungimirante i fermenti e le trasformazioni della società americana. Dreamers, sognatori appunto: Bob Dylan, David Crosby, Paul Simon, Tom Waits e Joni Mitchell, sul repertorio della quale De Vito aveva già compiuto una ricognizione con «So Right» (Cam Jazz).

Maria Pia De Vito, foto di Sanzio Fusconi

Il concerto empolese ha pienamente confermato quanto già emerge dal disco. De Vito e i suoi compagni di viaggio – Julian Oliver Mazzariello (piano), Enzo Pietropaoli (contrabbasso) e Alessandro Paternesi (batteria) – hanno evitato accuratamente l’arma a doppio taglio della «canzone in jazz» privilegiando degli arrangiamenti sobri, a tratti scarni, che rispettano sostanzialmente il dettato e lo spirito dei brani scelti. Al tempo stesso li arricchiscono però di un’ampia gamma di inflessioni vocali, invenzioni armoniche e melodiche, soluzioni dinamiche e spunti improvvisativi. Un’operazione, questa, in alcuni casi favorita anche dalla sostanza stessa della materia, se si pensa ad esempio alle armonie capienti – e al tempo stesso aperte e rarefatte – di certi brani di Crosby e della Mitchell.

Proprio dal repertorio della cantautrice canadese proviene la parte più corposa di questo progetto, con un trittico di brani. Tratto dalla pietra miliare «Blue» (1971), Carey è sottoposto a un trattamento approfondito che ne trasforma l’impianto di matrice decisamente folk in un groove swingante, generoso e quasi contagioso, veicolo efficace per l’uso strumentale della voce e sequenze di vocalizzi scat. Gli altri due brani sono stati prelevati da «Wild Things Run Fast», lavoro del 1982 i cui arrangiamenti erano stati curati da Larry Klein, a quel tempo marito della Mitchell e bassista di formazione jazzistica. Be Cool gode di un andamento ritmico dinoccolato, a tratti leggermente disarticolato ad arte, mentre Chinese Cafe è un piccolo capolavoro in cui i cambi di tonalità ed atmosfera, e certi felici slittamenti armonici di grande respiro cari alla grande Joni risultano ancor più valorizzati. Nell’impianto narrativo figura un frammento di Unchained Melody. Spicca il lavoro di squadra del quartetto, basato sull’attenzione meticolosa alle sfumature di colore e alle dinamiche.

Compattezza del collettivo, misura nel dosare gli interventi e calibrare la gamma dinamica caratterizzano anche il trattamento riservato a Crosby e Dylan. The Lee Shore è proiettata in un clima armonicamente ancor più rarefatto rispetto all’originale, quasi un gioco di studiata sottrazione. Ormai entrate nella coscienza collettiva, canzoni storiche del menestrello di Duluth quali A Simple Twist Of Fate e The Times They Are-A-Changin’ sono infuse di linfa vitale. L’una si dipana su una trama dilatata, finemente intessuta; nell’altra il palese contenuto di critica socio-politica si snoda sull’incedere ossessivo scandito da figurazioni della batteria con mazze felpate, corde del contrabbasso percosse con l’archetto e cordiera del piano. Questo ne accentua in qualche misura il sostrato folk di matrice irlandese a cui Dylan si era dichiaratamente ispirato.

Enzo Pietropaoli e Maria Pia De Vito, fotio di Sanzio Fusconi

Quanto a Simon, la scelta è caduta su un accostamento (volutamente?) azzardato. L’insolita Pigs, Sheep And Wolves, dal testo cinico e ironico, è impostata su un impianto ritmico spezzato, frammentato che si riflette anche sull’apporto vocale, sagacemente disarticolato. Il Simon creatore di delicate melodie trova invece piena valorizzazione nella versione per soli voce e piano di Questions For The Angels. Sotto questo profilo non è da meno l’interpretazione di Rainbow Sleeves di Waits, altra prova della sottile e proficua interazione del quartetto, che supera la pur bella versione in studio concepita per voce, contrabbasso e Fender Rhodes. E un’altra piccola gemma è scaturita dal bis concesso a un pubblico partecipe, entusiasta e per fortuna numeroso: And So It Goes di Billy Joel, splendida melodia dall’empito paragonabile a quello di un inno.

Alessandro Paternesi, foto di Sanzio Fusconi

Padrona – va da sé – di un’ampia gamma di soluzioni e sfumature vocali, nonché di una dizione inglese perfetta, Maria Pia De Vito ha interiorizzato e trasformato in materia viva il repertorio preso in esame, costruendo una narrazione sentita, palpitante, e facendo egregiamente da tramite del messaggio di questi storytellers sognatori.

Enzo Boddi

Julian Oliver Mazzariello, foto di Sanzio Fusconi