Marcin Wasilewski Trio: Bari, teatro Forma, 14 dicembre 2018

Eccellente prova del trio capitanato dal pianista polacco al teatro Forma di Bari.

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Marcin Wasilewski Trio

Marcin Wasilewski Trio
Bari – teatro Forma, 14 dicembre 2018

E’ troppo vivo il ricordo di Tomasz Stanko per Marcin Wasilewski, così il pianista polacco – nei suoi brevi e timidi interventi a voce alta – accenna alla sua lunga collaborazione con il celebre trombettista polacco scomparso nel luglio scorso. Dice anche che suonerà brani attinti dall’ultimo lavoro discografico, ancora una volta licenziato dall’Ecm, «Live», ma non solo. Bari, mercé Roberto Ottaviano e l’associazione Nel gioco del jazz, ha avuto una ghiotta occasione, quella di ascoltare uno dei più innovativi e tecnicamente preparati pianisti europei; occasione in parte sciupata dal pubblico pugliese, che non ha affollato l’accogliente sala del teatro Forma (un contenitore culturale dotato anche di un’eccellente acustica). Vero è che i fortunati astanti hanno portato a casa orecchie e mente piene di bella musica, di musica accorata che colpisce a va giù in fondo all’anima.
Un trio coeso, ben rodato con Slawomir Wasilewski al contrabbasso, abile costruttore di tensioni ritmiche, impastatore eccellente di armonie e binario di scambio tra Wasilewski e Michal Miskiewicz: un vero fuoriclasse della batteria, capace di addomesticare ogni torsione pianistica, di assecondare – e stimolare – i crescendo sonori e le focose fughe del leader. Invero, in questo trio non c’è un vero e proprio leader, perché il flusso musicale è unico e univoco: che è sì una caratteristica del jazz europeo, ma con Wasilewski e sodali lo si ascolta ben accentato.
Sudovian Dance mette in cattedra tutte le doti dei triumviri e il tempestoso periodare di Wasilewski, rintuzzato da Miskiewicz, accende gli animi di un pubblico che non tarda a entusiasmarsi. Così come nell’emozionanti note di Austin e nelle altrettanto beatificanti di The Street Of Crocodiles, quest’ultima firmata da Stanko. Le melodie cantabili, che si dipanano per poi ricomporsi armoniose e, a tratti, languide, vitalizzano il jazz di marca europea: senza virtuosismi a ogni costo, con i tratti somatici ben delineati nella composizione e in un’esecuzione corale. Gli accenni al mainstream non mancano, ma vengono quasi subito superati da architetture neoclassiche, imbastite su di una linea compositiva d’ampio respiro.
L’associazione Nel gioco del jazz ha colpito ancora nel segno e le scelte del suo direttore artistico Roberto Ottaviano si confermano di grande qualità e dirette a far ascoltare il jazz declinato secondo tutti i suoi idiomi. Il pubblico ben contento applaude a scena aperta, invoca il bis (concesso con particolare orgoglio ed emozione dal trio) e torna felicemente a casa con in tasca un nuovo idioma del jazz.
Alceste Ayroldi