Marc Ribot’s Young Philadelphians: Aperitivo in concerto, Teatro Manzoni, Milano

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Foto di Barbara Rigon, cortesia marcribot.com
Foto di Barbara Rigon, cortesia marcribot.com

Quando Marc Ribot ha attaccato il micidiale riff chitarristico di Love Rollercoaster degli Ohio Players (e non dei Red Hot Chili Peppers, come blaterava qualcuno seduto dietro a noi e che evidentemente conosceva solo la cover), abbiamo provato un clamoroso sobbalzo generazionale, come da tempo non ci capitava a un concerto, e ci siamo ritrovati tredicenni ad ascoltare per la prima volta quel brano alla radio – era il 1975 – e poi, il giorno dopo, a battere a tappeto i negozi di dischi alla ricerca del 33 giri originale. E non lo trovammo subito, non era così semplice, ci toccò accontentarci del 45 giri che purtroppo durava la metà. Quando poi riuscimmo a mettere le mani sull’album, parecchi mesi dopo, ci toccò intrufolarlo in casa di soppiatto per via della copertina parecchio ma parecchio allusiva, anche se gli Ohio Players ne avevano fatte uscire di peggiori (ma ancora non lo sapevamo).

Fatto sta che tutto il concerto del Manzoni, domenica mattina, è stato per chi scrive un clamoroso viaggio down memory lane, come amano dire negli Stati Uniti, con l’immediato effetto di sentirci vecchi all’improvviso ogni volta che riconoscevamo un brano (e, ahinoi, li abbiamo beccati tutti). Che poi le rivisitazioni di Ribot e dei suoi Young Philadelphians – giovani per modo di dire, a parte Mary Halvorson, anche se il nome del gruppo è un’ironica allusione al noto film del 1959 con Paul Newman – si avventurassero, dopo un po’, su strade assai più traballanti e impervie di quelle praticate dalle versioni soul/funk/disco originali, be’, ha aggiunto generose manciate di peperoncino a un piatto già saporito di suo.

Esplorare il soul di Filadelfia non è cosa d’oggi, neanche nel jazz: qualcuno forse ricorderà l’omaggio reso dal trombonista Craig Harris su un vecchio disco della JMT, «4 Play», dove una poderosa band con George Adams, Brandon Ross, Melvin Gibbs e Andy Bey ripercorreva – tra le altre cose – vecchi successi degli Stylistics e dei Delfonics. Col piacevole ricordo di quell’ormai archeologico album (venticinque anni, soprattutto nel jazz, equivalgono ormai a un’era geologica), eravamo assai curiosi di ascoltare dal vivo l’operazione che Marc Ribot sta portando in giro ormai da tempo e che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto muoversi su coordinate non molto dissimili da quelle di Harris.

Ci sbagliavamo della grossa, perché Ribot è musicista imprevedibile e anche in questa occasione ne ha dato conferma: l’approccio alle pietre miliari del Philly Sound si è tenuto accuratamente lontano da qualunque pretesa filologica ma, nella migliore procedura jazzistica, ha smontato le strutture di quei vecchi cavalli di battaglia per offrire una rilettura di forte originalità e grande impatto sonoro. Da The Hustle di Van McCoy, con cui si è aperta la mattinata, a Betcha By Golly Wow degli Stylistics (che, cantata dal batterista Calvin Weston, ha chiuso il concerto sul filo dell’emozione) passando per Do It Anyway You Wanna dei People’s Choice, Love Epidemic dei Trampps, Love T.K.O. dello sfortunato Teddy Pendergrass e TSOP dei MFSB, con due curiose scelte extrafiladelfiane come la già citata Love Rollercoaster degli Ohio Players e Fly Robin Fly dei Silver Convention (uno dei primi esempi di eurodisco, annata 1975), le quasi due ore di concerto sono volate in un attimo.

Divertimento assicurato: ritrovare due ornettiani di ferro come Jamaladeen Tacuma e Grant Calvin Weston è sempre un grande piacere, e se a questo si aggiungono le incursioni chitarristiche della geniale Mary Halvorson, qui visibilmente impiegata nel ruolo di guastatrice, e il proteiforme talento di un Ribot in grande spolvero anche nell’imprevisto e improbabile ruolo di cantante simil-punk, tra John Lydon e Henry Rollins, tutto congiurava a favore di una mattinata indimenticabile. E così è stato, alla faccia degli accigliati difensori della purezza jazzistica.

Giusto anche segnalare la bravura del trio d’archi espressamente chiesto da Ribot e reclutato sul posto: Daniele Richiedei al violino (segnatevi questo nome), Paolo Fumagalli alla viola e la più nota Aya Shimura al violoncello.

Luca Conti