Lucrezio de Seta: cercare nuove forme e nuovi linguaggi è l’essenza del jazz

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lucrezio de seta

«Brubeck Was Right!» è il titolo del nuovo disco del trio di Lucrezio de Seta con Ettore Carucci al pianoforte e Francesco Puglisi al contrabbasso. Ne parliamo con il batterista romano.

Lucrezio, perché Dave Brubeck?
E chi ha detto che sia proprio Dave Brubeck il Brubeck di cui parla il titolo? Potrebbe essere Anthony Brubeck, o un cane di nome Brubeck, o un uragano chiamato così dai meteorologi…Ovviamente, in parte, scherzo. Dave Brubeck è stato uno dei musicisti più famosi del post bebop e che oggi non gode, a mio parere, della giusta considerazione. Il suo mescolare le carte nel linguaggio jazzistico, introducendo metriche dispari e composizioni estese con elementi presi da culture esotiche, lo hanno messo nel mio immaginario fra quelli che stimo di più. La mescolanza, il cercare nuove forme e nuovi linguaggi, sono per me l’essenza del jazz. Un modo di fare musica che non dovrebbe mai fermarsi a guardare indietro, ma continuare a guardare avanti con la consapevolezza di quello che lo ha preceduto.

Colpisce la scelta di non aver incluso brani a firma di Brubeck. Quali sono i motivi di tale scelta?
Questo ha a che fare proprio con quello che ho appena detto, ossia l’adozione di un suo atteggiamento, del suo spirito (o quello che secondo me era il suo spirito), e quindi non di sue composizioni.

Troviamo, invece, alcuni immarcescibili standard. Secondo quali criteri sono stati scelti?La scelta è stata assolutamente di gusto, oltre che di adattabilità alle idee di arrangiamento che abbiamo elaborato, alcune delle quali sono uscite fuori partendo da vecchie riletture che Ettore aveva nei suoi cassetti di grande pianista, arrangiatore e compositore.

Invece, non troviamo brani firmati da te.
Una volta partiti con le prove, Ettore ha iniziato a tirare fuori sue vecchie composizioni, una più bella ed efficace dell’altra, e alla fine ho pensato che sarebbe stato sbagliato infilarci dei miei brani. In questo modo il disco ha una sua coerenza che mi piace molto, per cui perché rovinarla solo per il gusto di infilarci a tutti i costi un «pezzo della bandiera»?

lucrezio de seta

Cosa significa essere leader di questo trio, quali responsabilità comporta?
Significa portare avanti un’idea, elaborare un cd che spero sia il primo di una serie. Prendere accordi con uffici stampa, etichette, organizzazioni, enti. Organizzare le prove, tirare su un calendario di date confrontando gli impegni di tutti e dando ad ogni tornata di concerti una densità di date il più possibile continua e senza lunghe interruzioni. Decidere le scalette, ampliare il repertorio per i live più impegnativi con brani che sposino il concetto del disco. Insomma, un lavoro che non sarebbe ripagato se non con la soddisfazione di fare bella musica ogni sera e ricevere i complimenti da parte di tanti, sia appassionati di jazz, che di semplici ascoltatori casuali.

Il trio con Ettore Carucci e Francesco Puglisi come e quando si è formato?
Abbiamo iniziato a suonare regolarmente due anni fa, con la consapevolezza di voler fare un Trio con noi tre. All’inizio si era pensato di fare un trio più elettrico, ma in breve ho cominciato a spingere più sull’acustico, fino a portare la band alla forma espressiva attuale.

Avete lavorato in studio, ma in presa diretta, seguendo uno schema che appartiene – purtroppo – al passato. Avete scelto questa formula per entrare nel mood del periodo storico richiamato?
Questo è qualcosa che secondo me non può prescindere da una performance jazzistica. L’interazione e l’improvvisazione sul momento devono essere preservati, altrimenti, per quanto tu possa elaborare armonie e ritmi in stile, finisci per fare pop, dove tutto è fissato e codificato. Per fare un disco jazz bisogna suonare tutti insieme e senza badare troppo a errori o imprecisioni. Almeno questo è quello che credo io.

Il passato è importante. Ritieni che in questo disco ci siano ponti con il futuro del jazz?
Tutto il jazz, se suonato sinceramente e tendendo alla sua evoluzione, più che alla sua celebrazione, rappresenta un ponte con il futuro. Il jazz è un ponte fra passato è futuro, e come tale un mezzo, non un fine. Quindi prima di tutto è importante sincerarsi di avere alla propria portata sia la sponda del passato che quella del futuro dove si desidera trasportare l’ascoltatore. Pochi musicisti di jazz ragionano sull’importanza dell’ascoltatore. E spesso finiscono per fare musica per loro stessi o per i loro colleghi.

Lucrezio, tu prendi parte o sei promotore di diversi progetti e alcuni di questi hanno altre sonorità, anche avanguardistiche. E’ vero che il jazz (la musica) non deve avere una sola direzione, ma la tua indole di musicista verso quale strada è più versata?
Verso la musica. Intesa come un unico linguaggio emozionale fatto di suono e silenzio. Verso l’arte e la sua funzione di raccontare attraverso suggestioni lo scorrere della storia dell’umanità, nella speranza di influenzare il futuro. Ho suonato e voglio suonare di tutto, anche se oggi, istintivamente, sento il jazz e l’avanguardia molto più vicine a me di tutto quello che ho fieramente suonato nel mio passato.

Lucrezio de Seta
Lucrezio de Seta Trio

Per esempio, il tuo progetto Moondog. Ce ne parleresti?
Volentieri! Ma sarebbe riduttivo farlo fra una domanda e l’altra in una intervista che parla di un altro disco! Perché non coinvolgere Filippo Cosentino e Giovanni Sanguineti, miei soci nell’impresa?

Il jazz è andato troppo avanti ed il momento di guardarsi un po’ alle spalle?
Diciamo che la preparazione media di un qualunque strumentista del 2017 che abbia in qualche modo studiato per almeno cinque anni è quella che forse poteva avere un esponente di punta della musica del secolo scorso. C’è una massa di informazioni disponibili ovunque, sia gratis che a pagamento, per cui è praticamente impossibile non diventare dei virtuosi dello strumento. Abbiamo schiere di fenomeni che sanno suonare di tutto e a livelli stratosferici. L’unica cosa che scarseggia è la musica, intesa come materia sonora adatta ad essere consumata da orecchie e anime di vario genere, non solo esperti e appassionati dotti. Per cui, oltre a dovere tutti affrontare un periodo di assoluta crisi nel consumo di cultura del nostro attuale mondo, ci mettiamo anche ad auto-ghettizzarci elaborando musiche sempre più per addetti ai lavori e intenditori autolesionisti… Più che guardarci alle spalle, forse, basterebbe guardarci intorno e tornare a fare musica per pubblico e non solo per dimostrare a noi stessi di saper andare oltre ogni limite.

Pensi che proporre un progetto come Brubeck Was Right! possa essere più facilmente accettato dagli organizzatori di rassegne?
Qualunque progetto, se serio e basato su presupposti di lungimiranza può essere meglio accettato da organizzazioni di festival e rassegne. Brubeck was right! non è altro che quello che mi piace fare ora. E sembra anche piacere a chi lo sente. Il resto lo dirà la storia, se mai ci sarà chi se ne ricorderà!

A proposito: come giudichi la situazione del jazz in Italia, anche alla luce del lavoro svolto dalle associazioni Midj e I-Jazz?
Credo che si sia intrapreso un percorso che sarà lungo e faticoso, ma che è l’unica speranza affinché si voglia continuare a praticare questa attività con scopi concreti e finalità professionistiche. Vedo tanta crisi nei jazz club, dove si continua a fare finta di stare nel 1985 o giù di lì, quando nei locali il pubblico ci cadeva per forza di gravità, essendo tutti abituati ad uscire la sera ed andare a sentire un po’ di buona musica. Però, allo stesso tempo, noto sempre più piccole realtà che organizzano piccoli festival, rassegne e concerti periodici all’insegna del jazz di tutti i tipi. Il che vuol dire che ‘Jazz’ non è un concetto morto. Forse lo è la musica che si vuole ingabbiare monopolizzandone il nome, ma la sua anima è più viva che mai. Per questo è importante rimboccarsi le maniche e iniziare a tirare su un minimo di struttura attorno a questo ambito della cultura, ormai, mondiale.

Cosa è scritto nell’agenda di Lucrezio de Seta e a quali altri progetti stai lavorando?
Il 2017 e l’inizio del 2018 sarà dedicato alla promozione di «Brubeck Was Right!», con piccoli tour che ci vedranno anche toccare il nord Europa a Dicembre e in primavera 2018 e con cui, grazie al Midj che mi ha scelto come rappresentante per il Lazio, suoneremo a L’Aquila per la giornata del Jazz Italiano per le zone terremotate. Un vero onore per me poter contribuire alla importante causa iniziata da Paolo Fresu insieme a diverse realtà private e istituzionali nel 2015. Nel frattempo ho iniziato due importanti collaborazioni internazionali, una con Marc Copland e William Lenihan e l’altra con Jay Oliver e ancora William Lenihan, con le quali stiamo lavorando per uscire nel 2018 con dei progetti discografici e relativi tour fra Stati Uniti e Europa. Per chi volesse sentirmi poi nelle vesti di sideman, sarò in giro live con il quartetto di Gianni Di Crescenzo, con il quale ho registrato il suo ultimo disco per la Emme Records in quartetto/quintetto, intitolato «Magic Puppet», assieme a Dario Rosciglione, Brandon Fields e Franco Piana, poi con la bravissima Cettina Donato nel suo trio completato da Giuseppe Bassi per promuovere il suo ultimo lavoro «Persistency» (Alpha Records) e a breve uscirà un cd a nome di un giovanissimo e talentuoso chitarrista di nome Giovanni Rago, che ho coprodotto e di cui sono veramente molto soddisfatto. Insomma, chi dorme non piglia pesci, e io rispetto molto i pescatori…

Alceste Ayroldi