Luca Alemanno

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di Nicola Gaeta

Alessano è un piccolo paese della provincia di Lecce. Si trova dalle parti della ben più nota Santa Maria di Leuca, la punta del tacco della penisola e uno dei mari più belli che si possano vedere. Non se ne sente parlare dai tempi dei normanni. In quel periodo la cittadina ebbe un ruolo importante in tutto il territorio. Oggi torna all’onore delle cronache perché ha dato i natali ad uno dei musicisti più simpatici, umili e talentuosi di tutto il panorama jazzistico peninsulare. Luca Alemanno, ventotto anni, suona il contrabbasso e non ha ancora inciso un disco a suo nome pur vantando un corposo curriculum da sideman al fianco di nomi celebri (Fabrizio Bosso, Gaetano Partipilo, Nicola Conte, Osunlade tra quelli più noti). Il suo strumento assume un suono corposo, rotondo, preciso, «una garanzia per la band» a detta di tutti quelli che finora hanno suonato con lui. Da settembre prossimo Luca frequenterà per due anni il Thelonious Monk Institute di Los Angeles: ha vinto una borsa di studio avendo superato, lo scorso febbraio, un’audizione di fronte ad una giuria composta nientemeno che da Herbie Hancock, Wayne Shorter, Jimmy Heath e Kenny Burrell. Avrà quindi non solo la possibilità di studiare con questi signori, ma anche di suonare al loro fianco e  di insegnare nei vari seminari che l’istituto organizza in giro per il mondo. Sino a questo momento è il primo musicista italiano ad aver ottenuto questo riconoscimento.

Da Lecce a Los Angeles, al Monk Institute. Un bel passo in avanti per un musicista del profondo sud…

Mi sento un privilegiato. Lo dico con tutto il rispetto che una notizia del genere può aver generato dentro di me. Sono molto fortunato. Certo, è una cosa che ho cercato e fortemente voluto e di conseguenza sono molto felice di essere riuscito ad ottenerla.

Ho visto su Facebook delle tue foto con Herbie Hancock e Wayne Shorter. C’è molta gente che pagherebbe per essere al tuo posto…

In realtà ho sempre seguito l’attività del Thelonious Monk Institute perché molti dei musicisti che stimo provengono da quell’istituto: Lionel Loueke, Avishai Cohen, Joe Sanders solo per fare i nomi che mi vengono in testa per primi. Tenevo sott’occhio i loro bandi e un bel giorno, a settembre scorso, sul loro sito è venuta fuori un application per selezionare dei musicisti. Ho deciso di provare in maniera molto leggera e disincantata. Era più che altro una sfida con me stesso, per provare a tastarmi un po’ il polso. Ho fatto tutto quello che richiedevano tra cui dimostrare di avere una laurea musicale (che per fortuna ho), un esame d’inglese, delle lettere di referenza da parte di musicisti americani e la registrazione di una decina di brani indicati da loro, qualcosa che potrebbe essere sufficiente ad incidere un disco. Ho impiegato più di un mese per completare il tutto che gli ho inviato secondo le modalità che mi avevano richiesto. A Natale, a mo’ di regalo, mi è arrivata una lettera in cui c’era scritto che mi avevano ammesso insieme ad altri tre bassisti.

Chi erano? 

Tutti americani. Mi ricordo solo il nome di Joshua Crumbly, un ragazzo molto bravo di Los Angeles che suona con Terence Blanchard.

In cosa è consistita la prova di ammissione?

Si è svolta in due fasi: i dieci brani registrati di cui ti ho parlato e un’audizione dal vivo a Los Angeles di fronte a Wayne Shorter, Herbie Hancock, Kenny Burrell e Jimmy Heath, veri e propri monumenti viventi. Una settimana prima di partire ci avevano inviato venticinque brani da imparare a memoria che poi avremmo dovuto suonare di fronte a loro e su loro richiesta. Ovviamente la richiesta era basata sulla casualità e su aspetti specifici: l’intro di basso o il solo di piano ecc. Eravamo trenta musicisti in tutto tra i vari strumenti. L’audizione è durata otto ore e alla fine hanno scelto il gruppo finale che consiste in batteria, basso, piano, vibrafono, sax alto, sax tenore e trombone. Il bassista ero io.

Risiederai lì per due anni a loro spese?    

Sì. La mia è una borsa di studio. Mi procurano una casa, delle quattro a loro disposizione, che dividerò con uno dei sette musicisti del gruppo. Ci danno anche un piccolo stipendio mensile che servirà per mangiare e altre piccole cose. Insomma non dobbiamo preoccuparci di niente se non suonare e produrre arte. Mi sembra di vivere in un sogno.

Vedo che ti stai organizzando anche dal punto di vista del look: barba da hipster, pork pie hat, ecc. Ma non hai un po’ di timore? Immagino dovrai vivere una competizione professionale molto forte…

E’ ovvio che si vivono delle incognite. Innanzitutto dovrò lasciare tutto quello che finora ho costruito in Italia ma questo potrebbe essere l’unico neo. Per il resto non vedo alcuna controindicazione. Il timore di cui ti parli poteva esserci prima dell’audizione, prima cioè di conoscere i componenti della giuria. Quel timore è svanito nel momento stesso in cui ho avuto modo di parlare con loro. Herbie Hancock, per esempio, ha mostrato un’umiltà fuori dal comune. Non ho mai conosciuto persone così grandi e nello stesso tempo così umili. Mi hanno messo a mio agio sin dal primo momento e quella tensione iniziale, quel timore, come lo chiami tu, si è trasformata in emozione, che poi è quello che serve per fare musica seriamente.

Mi confermi che sei il primo tra i musicisti italiani ad aver avuto questo riconoscimento?

Ho fatto una ricerca e ho scoperto che nel 2000 la stessa cosa è toccata a un altro bassista, Massimo Biolcati, che però è nato a Stoccolma, in realtà è uno svedese, ormai col passaporto americano. Il mio amico Alessandro Lanzoni arrivò in finale, fece l’audizione, però purtroppo non è stato scelto.

Luca che cos’è il jazz? 

Prima di tutto un genere musicale. L’ho conosciuto sotto questa forma, ma poi più approfondivo la questione e più capivo che non era solo musica. In gioco c’erano forze più grandi. La lezione più importante che ho appreso studiando jazz, è quella che la perfezione non esiste, esiste l’errore e il rischio nell’esplorare situazioni nuove, elementi cardine della crescita e del cammino che ognuno di noi compie verso l’evoluzione di se. Ho imparato a contemplare e ad accettare l’errore nella vita come strumento di crescita, nelle scelte quotidiane più o meno importanti e nel relazionarmi con persone o con situazioni; in questo senso si può dire che il jazz è un modo di vivere.

Secondo te ha senso parlare di jazz italiano?

Non so se abbia senso. Ad essere sincero mi risulta difficile pensare che in Cina si parli di jazz cinese o in Grecia di jazz greco. Non amo le classificazioni ma so anche che a volte sono necessarie nella misura in cui servono ad identificare un’idea comune. Il jazz è la musica che più di ogni altra si è evoluta nel minor tempo possibile da quando è nata ed inevitabilmente ha dapprima influenzato tantissime culture e poi ne è stata essa stessa influenzata attraverso commistioni di armonie che trovano radici più o meno forti nella musica classica e ritmi che provengono da ogni parte del mondo. Credo che esista già una distinzione che faccia intendere a sufficienza  le diverse caratteristiche e sfumature, ovvero quella tra jazz e jazz Europeo. Eviterei di spezzettare ancora la questione, altrimenti prima o poi arriveremo a parlare di jazz veneto e di jazz pugliese.

Sta già accadendo… So che non hai ancora inciso un disco da leader…

No, però il prossimo luglio suonerò a Veneto Jazz con il mio trio e quello potrebbe dare lo start a qualche idea per incidere un disco.

Nei prossimi due anni suonerai sul palco al fianco di Hancock e Shorter…

Sì, la borsa di studio comprende anche questo. Suonerò sul palco con loro nei vari festival con cui sono gemellati. Durante la scorsa giornata internazionale del jazz hanno suonato per esempio alla Casa Bianca.

Facciamo un piccolo gioco. Hai la possibilità di suonare con il quintetto dei tuoi sogni con te al contrabbasso. Chi sono gli altri componenti del combo?

Domanda impegnativa… Miles Davis alla tromba, John Coltrane al sax tenore, Elvin Jones alla batteria e Pat Metheny alla chitarra.

Al piano?

Herbie Hancock, naturalmente!

Il tuo contrabbassista preferito a parte Luca Alemanno?

Vivente o non vivente?

Entrambi…

Tra i non viventi, Ray Brown. Tra i viventi Christian McBride e Larry Grenadier.

Ho capito che ti piacciono i bassisti tradizionali, quelli che suonano con le corde tese in alto…

Sì, mi piace quel modo di suonare che però cerco di fondere con la mia personalità. Però è vero, mi piace studiare la tradizione. Per un albero le radici devono essere ben piantate nel terreno prima di crescere. Come i nostri ulivi.

 foto di FabiOrlando