Louis Hayes: Serenade for Horace

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Louis Hayes (foto di Janette Beckman)
Louis Hayes (foto di Janette Beckman)

Louis Hayes, uno dei batteristi-simbolo della grande stagione hard bop rievoca in chiave odierna la musica del suo maestro

«La sua mano destra te la farà pagare cara, con tutto quello swing». Così si esprimeva il batterista Kenny Washington parlando dello stile di Louis Hayes, che si è fatto conoscere suonando con Horace Silver e al quale ha appena dedicato un vero e proprio atto d’amore. «Serenade For Horace» (Blue Note/Universal) è il gesto di riconoscenza che uno dei grandi sopravvissuti alla grande stagione dell’hard bop ha voluto compiere ricordando il suo mentore, senza il quale «uno dei migliori timbri di ride cymbal dai tempi di Kenny Clarke» (così si parla di Hayes sui libri di storia del jazz) sarebbe forse rimasto a percuotere tamburi in qualche club scalcagnato di Detroit, la sua città d’origine. Ma Louis Hayes ne ha fatta di strada, da allora, imponendosi come uno dei batteristi più richiesti della scena statunitense per la sua capacità di tenere alto il vessillo di quella espressività bluesy, di mantenere calda la profondità del feeling dell’esperienza afro-americana che sfocia sinteticamente in un termine, il soul jazz, alla cui affermazione ha contribuito da protagonista. I musicisti di New York, quelli che oggi riempiono con le loro gesta le pagine dei quotidiani e delle riviste specializzate, fanno a gara per poter suonare con lui.

«Serenade For Horace» è una delle più belle dediche a Horace Silver che mi sia mai capitato di ascoltare. Lei era poco più di un ragazzino quando ci ha suonato assieme per la prima volta. Che ricordo ha del suo grande maestro e di tutto quel periodo?
Ti ringrazio molto. Sono commosso da ciò che dici. Era il 1956, avevo diciannove anni. Furono Doug Watkins e Donald Byrd, entrambi di Detroit, che convinsero Horace a chiamarmi – facendomi venire a New York – per suonare nel suo quintetto. Fu la cosa più incredibile che potesse capitarmi. Horace era veramente una brava persona. Metteva a suo agio chiunque. Ricordo che per me non aveva parti scritte: le aveva preparate soltanto per gli altri membri del gruppo. A me disse semplicemente di ascoltare e di interpretare il tutto a mio piacimento. Era una situazione fantastica: stavo sempre attorno a Horace, affascinato dal suo stile pianistico. La nostra collaborazione è durata dal 1956 al 1959, quindi un breve periodo, ma ho imparato moltissimo da lui oltre a essermi ritrovato nel mondo del jazz dell’epoca entrando, per così dire, dalla porta principale. La possibilità di essere ingaggiato, dal vivo e su disco, da tutti i grandi artisti con cui ho lavorato in seguito, è nata esclusivamente grazie alla mia collaborazione con Horace Silver.

È la prima volta in tutta la sua carriera che lei registra da leader per la Blue Note. In questo lavoro ha voluto con sé alcuni dei giovani leoni del jazz moderno, gli stessi con cui aveva registrato un disco per la Smoke Session Records dal titolo «Return Of The Jazz Communicators». Silver è stato un mentore per lei, e a sua volta lei oggi rappresenta un mentore per questi giovani ma già affermati musicisti. Come mai ha scelto proprio loro per un lavoro che, sono sicuro, ritiene così importante?
Da anni rendo omaggio anche alla musica di un altro mio mentore, Cannonball Adderley. Abbiamo una legacy band che porta il suo nome e che, in un certo senso, si muove su un terreno scolastico, vale a dire riproponendo la musica di Cannonball proprio come l’aveva pensata ed eseguita lui. Ma con Horace ho voluto cambiare impostazione. Nella sua musica gli strumenti predominanti erano la tromba e il sassofono, mentre io avevo deciso di utilizzare il vibrafono di Steve Nelson e il sassofono di Abraham Burton spalleggiati da una sezione ritmica che vedeva impegnati, oltre al sottoscritto, Dezron Douglas al contrabbasso e David Bryant al pianoforte. L’idea di partenza era questa. Poi ho capito che c’era bisogno di un impatto più forte e ho chiamato Josh Evans alla tromba, facendolo però suonare soltanto in alcuni brani. Perché loro, mi chiedi? Semplicemente perché ritengo che siano i giovani musicisti più adatti ad affrontare il repertorio di Horace. Anche se, devo dire, la vera differenza la fa un veterano come Steve Nelson. È stato lui a permettermi, col suo strumento, di colorare la sua musica dandole la precisione e il dettaglio con i quali l’avevo immaginata.

Il giovane Louis Hayes nello studio di Rudy Van Gelder, all’epoca in cui lavorava nel quintetto di Horace Silver
Il giovane Louis Hayes nello studio di Rudy Van Gelder, all’epoca in cui lavorava nel quintetto di Horace Silver

Dopo l’esperienza con Horace Silver lei ha suonato con molti dei giganti del jazz. Oltre a Cannonball Adderley, che ha già nominato, ricordo ai nostri lettori Oscar Peterson, John Coltrane, Dexter Gordon, Freddie Hubbard, Joe Henderson, McCoy Tyner, Junior Cook, Woody Shaw. Chi di loro ha segnato veramente la sua vita? C’è qualcosa di specifico che le piacerebe citare?
Sono tutti personaggi straordinari che mi hanno permesso di crescere come uomo e come artista. Per conoscere sul serio questa musica, per saperla suonare come si deve bisogna dedicarle molto tempo. C’è bisogno di dedizione, e di passione. A tutti loro devo qualcosa e in questo momento non mi viene in testa qualcosa di particolare che me li fa ricordare uno per uno. Ma, a dirla tutta, se devo essere veramente grato a qualcuno mi è indispensabile tirare in ballo mia madre e mio padre, con i quali ho cominciato a studiare. Poi, da un punto di vista musicale, Charlie Parker ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita; a seguire, le big band di Duke Ellington e di Count Basie. Oltre, ovviamente, ai meravigliosi musicisti di Detroit tra cui faccio i nomi di Donald Byrd, Yusef Lateef e Doug Watkins, ma ce ne sono tanti altri.

Kenny Clarke una volta ha detto: «La batteria è la madre di una band» perché è lo strumento che non smette mai di suonare. Lei è d’accordo con questa affermazione?
Ci mancherebbe! Kenny è uno dei batteristi più importanti della storia, uno di quelli che mi hanno influenzato maggiormente. L’ho incontrato una sola volta, a Parigi, non ricordo se nel 1958 o nel 1959.

Quali sono gli altri batteristi e, più in generale, gli artisti che l’hanno influenzata?
I batteristi che mi hanno influenzato maggiormente sono quelli che, oltre a padroneggiare al meglio lo strumento, suonavano con il feeling giusto. Tra questi, a parte Clarke, devo citare Philly Joe Jones, Max Roach e Buddy Rich. Inoltre ho sempre amato molto le cantanti: Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Carmen McRae e così via.

Horace Silver
Horace Silver

Molti, oggi, sostengono che il jazz è diventato come la musica classica. Qualcosa che si insegna nelle scuole…
Ma il jazz è assolutamente al livello della musica classica. Ormai è diventata una forma d’arte di altissimo lignaggio che esisterà per sempre. Questa musica è stata suonata da maestri come Art Tatum, Charlie Parker, Duke Ellington, Count Basie, che cosa si vuole di più? Questi personaggi hanno fatto in modo che i livelli espressivi del jazz raggiungessero vette così alte da renderne normale e doveroso l’insegnamento nelle scuole. Il jazz non sparirà mai.

E lei crede che le scuole di jazz stiano svolgendo efficacemente il loro ruolo, in tutto questo?
Sì, soprattutto qui a New York, e i giovani musicisti di oggi sono più fortunati di gente come me che ha dovuto imparare suonando nei piccoli club o in tournée.

Lei è uno dei grandi «vecchi» ancora in attività. Quali sono oggi, quelli che possono continuare il cammino da lei intrapreso? In altri termini, a chi fra tutti costoro passerebbe il testimone?
Non mi piace fare dei nomi ma è logico pensare che se suono abitualmente con qualcuno è perché mi ci trovo bene. I musicisti che ho convocato per «Serenade For Horace» sono tra questi. Mi sento ancora in ottima forma e penso di poter dare ancora tanto alla musica, quindi non ho la minima voglia di passare il testimone a chicchessia!

Louis Hayes
Louis Hayes

Oggi capita spesso di sentir dire che i musicisti moderni sono tutti molto bravi sotto l’aspetto tecnico ma mancano di espressività e di personalità. Lei è d’accordo?
Sono d’accordo. Il jazz è una forma d’arte che non può esistere senza dei musicisti in possesso di una grande personalità. Quando sono arrivato per la prima volta a New York, questo si respirava nell’aria e in giro c’erano centinaia di musicisti, ognuno con qualcosa da dire, ognuno con le sue caratteristiche. E questo forse dipendeva dal fatto che avevamo la possibilità di stare assieme, di suonare in club che ci ospitavano e ci permettevano di scambiarci continuamente delle idee. Oggi, anche qui a New York, questi posti stanno scomparendo e, in parecchi casi, sono scomparsi per sempre. Per cui l’unica possibilità per i giovani è quella di imparare nelle scuole, dove è inevitabile che si insegnino delle regole. Per loro è molto più difficile sviluppare una personalità, e il lavoro che devono svolgere per trovare la strada giusta e crescere artisticamente, nonostante il loro indubbio livello strumentale, è sicuramente molto più pesante. Ma non si può avere tutto.

Ha ancora un sogno nel cassetto?
Non saprei. So soltanto che musicalmente continuerò a fare qualcosa e sarà qualcosa di creativo che farà sentire bene me e i musicisti che suoneranno con me. E lo faremo sempre al meglio delle nostre possibilità, per far stare bene la gente che ci ascolterà. Spero, ovviamente, di continuare ad avere la forza fisica per proseguire nella mia attività.

Nicola Gaeta