«LIKE AT THE BEGINNING»: INTERVISTA AD ANGELO MASTRONARDI

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«Like At The Beginning» (Dodicilune) è il primo lavoro discografico di Angelo Mastronardi, giovane pianista di Maglie. Ne parliamo con lui.

Primo disco e nella formula più classica del piano jazz trio. Avevi già qualche riferimento in mente?

Sicuramente sono stati importanti nella mia esperienza d’ascolto il trio di Bill Evans con Scott LaFaro e Paul Motian per il suo equilibrio dinamico, il primo trio di Keith Jarrett con Charlie Haden e Paul Motian per la sua capacità di coniugare libertà improvvisativa e senso della forma, il trio di Herbie Hancock con Ron Carter e Tony Williams per il suo inconfondibile sound, i primi lavori in trio di Brad Mehldau per le importanti novità apportate a questa formula pur mantenendo un legame con le tradizioni precedenti. Potrei continuare a nominare pianisti e non solo. Ognuno mi ha insegnato e mi insegna a rispettare e valorizzare qualche particolare aspetto della musica con il suo modo di suonare. Ma a parte i riferimenti, ho vissuto questo periodo creativo in assoluta libertà pensando a tirar fuori solo ciò che mi rappresenta con sincerità senza voler necessariamente rientrare in qualche target specifico. Ho spontaneamente utilizzato un registro che parlasse della mia storia musicale e di ciò che, fin dal principio, ha caratterizzato il mio approccio alla musica e con questo mi riferisco all’amore per la musica europea, in particolare barocca (adoro Bach), per autori come Aaron Copland, Béla Bartók, Maurice Ravel e al contempo per l’improvvisazione nel senso meno idiomatico del termine.

Tre standard e il resto è tutto opera tua (fatta eccezione per Interlude con Michele Maggi). Le tue composizioni sono nate apposta per questo lavoro?

Direi di sì. Sono nate spontaneamente con delle caratteristiche stilistiche comuni ed è stata mia precisa intenzione collocarle ognuna con una funzione all’interno del concept generale del disco. L’unità progettuale del lavoro è stata in qualche modo agevolata dal fatto che le mie idee sulla scrittura fossero molto definite e presenti in ugual misura sia negli originali che negli standard.

A proposito di standard, colpisce il tuo arrangiamento di Softly As In A Morning Sunrise, che hai destrutturato in maniera tale da non perdere mai il filo del tema (tenuto anche da Maggi durante i tuoi assolo). Come lo hai concepito?

Softly As In A Morning Sunrise è una canzone molto bella, non so quanto della sua veste originaria rimanga però nel mio arrangiamento. Suonandola diverse volte ho iniziato ad intravedere delle diverse possibilità, modificandone il ritmo e parafrasandone liberamente il tema ne è uscito fuori questa versione con delle sonorità vicine a certa musica balcanica ma con un attitudine quasi rock. Il solo poi come giustamente mi fai notare mantiene un forte legame con il tema ma in una veste armonica più modale rispetto alla classica struttura tonale su cui ruota il tema originale.

Chi o cosa ti ha ispirato?

Sono approdato al jazz dopo aver ascoltato diversi tipi di musica da quella colta europea, passando per il rock nelle sue espressioni anche più estreme, l’elettronica e tanto altro; questo forse mi dà la sensazione di poter utilizzare cose che mi piacciono proveniente dai contesti più disparati senza pormi grandi problemi. Se un qualche elemento nella musica viene da una dimensione sincera e spontanea e mi fa star bene allora decido di utilizzarla.

Michele Maggi (contrabbasso) e Walter Forestiere (batteria): come vi siete conosciuti e perché hai voluto proprio loro per questo tuo primo album?

Li ho conosciuti entrambi durante gli studi in conservatorio a Bari. Con Michele abbiamo molti ascolti in comune e una concezione dei ruoli nel trio ampiamente condivisa. Walter è subentrato nel progetto successivamente apportando con il suo background interessanti spunti nella resa generale della musica.

Non è da molto tempo che ti dedichi al jazz. Cosa ti ha spinto in questa direzione?

Premetto che ho sempre comunque praticato l’improvvisazione a modo mio insieme agli studi classici. Il jazz è subentrato dopo grazie a delle esperienze casuali d’ascolto durante gli studi universitari e l’innamoramento è stato molto graduale. Dentro di me comunque c’è sempre stata la sensazione più o meno consapevole che la musica totalmente scritta non avrebbe mai portato a galla la mia vera personalità musicale.

Chi è il tuo riferimento stilistico?

Non ho riferimenti particolari…so di essere un europeo con una cultura musicale radicata storicamente e perciò sento il dovere di rispecchiare attraverso la scrittura e l’improvvisazione una qualche forma di territorialità culturale. E’ un percorso lungo che inizia con questo disco e non so dove mi porterà. Comunque adoro tutti quei musicisti che hanno avuto e hanno il coraggio di essere se stessi senza indulgere nel manierismo e che hanno cercato nuovi modi di comunicare come Charlie Parker, Bud Powell, Miles Davis, John Coltrane, Wayne Shorter, Paul Bley, Elvin Jones, Ornette Coleman, Joe Henderson, Kenny Wheeler, Ari Hoening, Ambrose Akinmusire, Jack DeJohnette, Kenny Werner, Ralph Towner, Dave Holland, etc.

Cosa significa per te questo primo lavoro discografico?

Lo considero un’istantanea sulla mia attuale situazione di musicista, compositore e improvvisatore ma allo stesso tempo un omaggio al mio passato e un punto di partenza per maturare e sviluppare le mie idee.

Sei giovane, vivi nel Salento che è una zona d’Italia tra le più fervide in ambito musicale. Quali sono le maggiori difficoltà che, come musicista, devi affrontare quotidianamente?

Credo che ci siano un po’ le stesse difficoltà ovunque per chi fa musica…gli spazi per il jazz non sono molti e si lavora per creare degli spazi culturali in cui poter crescere; ad ogni modo l’accoglienza che ho incontrato nell’arco di questo primo anno in Salento è stata fantastica e c’è un clima collaborativo tra i musicisti. Ho la fortuna di essere pianista resident in uno dei più longevi jazz club del Salento, il Club84 di Maglie e collaboro attivamente con diverse realtà sul territorio tra cui l’associazione Bud Powell. Ho conosciuto molti musicisti e ho avuto modo di constatare una grande presenza di talenti e persone che vivono per la musica con la mia stessa tenacia.

Ti è mai venuto in mente di abbandonare l’Italia?

Mi capita spesso di valutare questa possibilità ogni qualvolta mi imbatto in problematiche organizzative (cosa che accade molto spesso) legate al modo in cui funziona il nostro mercato in Italia e alla tutela dei musicisti in qualità di lavoratori. Nulla esclude la possibilità che possa fare un passo del genere in futuro. Per il momento vediamo come va con questo primo lavoro discografico sperando di portarlo in giro anche al di fuori dei confini nazionali.

E di abbandonare la tua carriera di musicista e dedicarti a un mestiere «serio», magari collegato alla tua laurea in Scienze della comunicazione?

Mi sono già in passato negato la libertà di seguire la mia strada provando a fare altri lavori dopo gli studi universitari ma il richiamo è sempre stato forte e alla fine ho scelto. La mia laurea fa parte di un percorso che non nego e che in qualche modo mi ha aiutato a capire quale forma di comunicazione utilizzare nella mia vita professionale.

Cosa è scritto nella tua agenda? Quali sono i tuoi prossimi impegni?

Sto lavorando alla programmazione di un piccolo tour in giro per l’Italia che ci porterà a Roma, Rieti, Perugia e Rimini e di cui a breve pubblicherò le date sul mio sito web e sulla mia pagina ufficiale e  stiamo realizzando un video di session live e in studio del Trio. Nel frattempo ho iniziato (in realtà non ho mai smesso) a scrivere la musica per il mio secondo disco in quartetto che registreremo ad anno nuovo.

Alceste Ayroldi