LE SEDICI CANDELINE DI PADOVA JAZZ: INTERVISTA A GABRIELLA PICCOLO

73

[youtube width=”590″ height=”360″ video_id=”3qhQ9lSqlP0″]

Gabriella Piccolo è un’imprenditrice innamorata del jazz: ha creato uno dei festival più significativi d’Italia e, da sedici anni, lo guida con ardore e tenacia.

Quest’anno è stato più difficile allestire il cartellone di Padova Jazz?

Il problema è che ogni anno non si ha mai la sicurezza economica, almeno per i piccoli festival come il nostro; quindi devo tirare in ballo il mio passato da imprenditrice rischiando e calcolando presuntivamente quanto dovrei avere dai vari enti pubblici e privati. Quest’anno la crisi economica ha inciso, ma poi è arrivata una bella sorpresa che ha salvato i conti e che si è materializzata con il contributo dell’Acegas aps di Padova, che mi ha permesso di coprire ciò che era stato tolto dagli altri. Purtroppo da tre anni a questa parte non posso permettermi un direttore artistico, incarico che quindi ricopriamo io e Silvia Bazza, grande appassionata di jazz. In pratica facciamo tutto da sole, anche se mi faccio consigliare da qualche amico che ha maggiore esperienza come Juliano Peruzy, che gestisce Radio Sherwood ed è stato direttore artistico per due anni della Fornace – locale che un tempo gestivo io – nonché delle prime tre edizioni del festival.

Il cartellone principale vede l’inossidabile Abdullah Ibrahim e Christian McBride: due generazioni a confronto.

Esatto. McBride lo conosco da dieci anni. Mi piace moltissimo, ma se avessi fatto suonare solo il suo trio avrei rischiato di non riempire i settecento posti del teatro. Mi era stato offerto anche Abdullah Ibrahim, però anche solo con la su esibizione avrei corso lo stesso rischio. Così ho avuto l’idea di mettere a confronto due generazioni e contrapporre i suoni dell’Africa di Ibrahim a quelli più americani di McBride.

Poi Antonio Faraò con Joe Lovano, Billy Hart e Ira Coleman.

E’ un’idea che mi è piaciuta subito, ma con il management c’era una certa distanza tra domanda e offerta. Con la collaborazione di altri soggetti siamo infine riusciti a portare il gruppo anche a Padova.

E, fatto sempre più raro di questi tempi, un progetto in esclusiva per il Padova Jazz.

Già in passato era mia abitudine aprire il festival con un concerto degli allievi del conservatorio di Padova affiancati da un gruppo jazz. Quest’anno Gabriele Vianelli di Veneto Jazz mi ha proposto di fare qualcosa con l’orchestra, quindi ho recuperato la vecchia idea e ho voluto al fianco dell’orchestra il trio di Enrico Pieranunzi, che aveva già parecchia esperienza nel settore a causa di un suo precedente progetto.

Spazio anche agli italiani con un trio emergente, quello di Ruggero Robin, nonché il Nuevo Tango Ensemble.

Ci sono alcune costanti nel mio festival: i musicisti italiani e la fotografia. Avendo a disposizione un teatro più piccolo ho dato spazio a Ruggero Robin, perché lo reputo un eccellente chitarrista che in Italia suona poco, mentre all’estero è ben conosciuto. Poi ho ascoltato la musica del Nuevo Tango e mi è piaciuta subito, ma ho definitivamente capitolato quando ho saputo che come ospite ci sarebbe stato Javier Girotto, musicista che adoro.

Tra gli eventi collaterali spicca l’idea di ricreare il mood del club newyorkese Smalls, grazie alla presenza di Spike Wilner.

Ho conosciuto Enzo Capua al festival di Vicenza del 2012 ed è stato lui che mi ha spinto ad andare in giro negli Stati Uniti. Io e mia nuora Silvia ci siamo così recate a Newport e Detroit per seguire concerti e festival. Poi, su consiglio di Enzo, abbiamo proseguito per New York per visitare i vari club. Le foto newyorkesi postate su facebook da Silvia hanno attirato l’attenzione di un nostro amico fotografo che ci ha suggerito di chiamare Jimmy Katz. Jimmy ci ha dato appuntamento proprio allo Smalls, perché lui è il tecnico del suono del club. Abbiamo scoperto che quel posto è una specie di trappola per topi: una sessantina di posti stipati, con poltroncine ognuna diversa dall’altra, e attaccati agli spettatori ci sono i musicisti che suonano! Abbiamo familiarizzato con Spike e mi è venuta in mente l’idea di ricreare lo stesso ambiente dello Smalls all’hotel Plaza di Padova, che da anni è diventato il fulcro del festival per il «dopo concerto» al teatro: si suona fino a tarda notte ed è pieno di giovani. Ogni sera affiancheremo un ospite al trio di Wilner: Marco Tamburini, Carlo Atti, Joshua Davis. Tutto quello che si farà nel Plaza con Spike sarà trasmesso in streaming nella libreria dello Smalls di New York. Sempre parlando del «dopo teatro», da due anni a questa parte abbiamo coinvolto i bar e i ristoranti della città, ben ventuno, che ospiteranno musicisti per lo più veneti: ogni sera la città sarà in fermento.

Due finestre particolari: Frank Zappa e Jimi Hendrix. Perché queste scelte?

Mi piace suscitare anche delle provocazioni. Quest’anno Enzo Gentile mi ha proposto degli incontri su due grandi musicisti, non propriamente jazz ma che hanno influenzato tanti jazzisti. Poi in corsa si è aggiunto Pino Ninfa che presenterà il suo libro. E, ancora, la mostra di Jimmy Katz al Plaza e, nelle vecchie scuderie del comune, la mostra dei fotografi di Phocus Agency che hanno documentato il jazz di questi ultimi anni; infine, anche un workshop di fotografia che sarà curato da Lorenzo Scaldaferro.

Sedici edizioni sono un traguardo importante: qual è stata, a suo giudizio, l’edizione più entusiasmante?

E’ difficile rispondere. Però ricordo con emozione il 2006 quando è stato nostro ospite Ornette Coleman, anche perché è una persona molto dolce; e l’anno scorso, quando ha partecipato Charles Lloyd. Aggiungerei anche Pat Metheny, perché è stato un successo portarlo al festival.

Le è mai venuto in mente di mollare tutto?

Più d’una volta! In particolare l’anno in cui ho voluto far suonare solo musicisti italiani, perché i soldi erano pochi e anche perché sono consapevole del fatto che in Italia abbiamo musicisti bravissimi, anche al di là dei soliti noti; fatto sta che di pubblico ne abbiamo visto pochissimo. Un’altra volta è stato l’anno in cui avevo invitato Bill Charlap che, per sua colpa, aveva perso la coincidenza del volo da Londra e non volle acquistare un nuovo biglietto, nonostante avessi promesso il rimborso al suo arrivo; così, all’ultimo momento, mi sono trovata a dover sostituire un concerto al teatro Verdi. Però ogni volta che si tiene il festival è una gran bella gioia!

Cosa cambierebbe nell’attuale sistema di gestione del denaro pubblico in favore dello spettacolo? Quali requisiti d’accesso si dovrebbero fissare?

Intanto servirebbe una maggiore meritocrazia legata alla qualità dei progetti, senza erogare troppi contributi ai soliti festival. Poi una maggiore quantità di denaro a favore della cultura, invece di tagliare sempre più i fondi; inoltre sarebbe utile una commissione che stabilisse la valenza delle proposte, ma soprattutto sarebbero indispensabili meno burocrazia e meno spese amministrative, che sfiniscono e scoraggiano gli organizzatori.

A Ayroldi