Le anime musicali di Stefania Tallini

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«Viceversa» è un disco che racconta i tuoi amori musicali: jazz, musica popolare brasiliana e classica. Insomma, le categorie estetiche della musica non sono mai esistite.
Sono esistite per molto tempo: anche troppo, forse. Ho amato questi tre mondi musicali sempre in periodi differenti tra loro, ogni volta pensando che il «nuovo amore» cancellasse in un attimo quello precedente, per poi tornare indietro e ricredermi. Quindi è stato sempre un vissuto totalmente conflittuale, nel quale le categorie estetiche erano molto forti e ben distinte l’una dall’altra, quasi a nascondere un giudizio che non mi permetteva di amare  contemporaneamente tre generi diversi. Da qualche anno a questa parte, invece, le categorie hanno perso di senso per me, perché ora esiste la musica che amo e basta. Diciamo che oggi ritrovo, fuse in un unico flusso musicale, le varie anime che hanno accompagnato la mia vita artistica. Anzi, colgo l’occasione per precisare che – al contrario di quanto è stato detto da qualcuno, forse un po’ superficialmente – io non ho alcuna pretesa di inventare un linguaggio di fusione tra i vari generi; sento che questo disco rappresenta la mia storia musicale, nella quale sono vive le varie influenze, che in un modo o nell’altro si sono insinuate nella mia estetica, sia pianistica, che compositiva.

C’è un riferimento stilistico al quale non sai rinunciare?
Innanzitutto Bill Evans: per il tocco, per il feeling, per la poesia del suo modo di suonare; Chet Baker, per il meraviglioso senso della melodia e l’essenzialità. Wayne Shorter, per il suo andare sempre al nucleo più profondo della musica; Villa-Lobos e Tom Jobim per la compiutezza compositiva ed espressiva; Bach: per l’architettura e l’intensità della sua concezione musicale «orizzontale»;  Chopin, per lo struggimento dolcissimo delle sue composizioni.

Da quanto tempo meditavi di fare un album come «Viceversa»?
In realtà non c’è stata nessuna premeditazione, è nato quasi all’improvviso e in modo del tutto inaspettato. La verità è che solo nel prepararlo si è delineata sempre più la direzione estetica del disco. «Viceversa» è un album arrivato dopo più di tre anni dal mio ultimo «The Illusionist»; anni in cui ho vissuto un blocco creativo totale, che non era mai accaduto in vita mia e che mi ha impedito di comporre. Un silenzio musicale certamente giustificato da vicende umane, davvero molto difficili da sopportare. Ci sono stati momenti in cui mi sembrava impossibile poter riuscire a superare quel vissuto e ciò portava con sé anche la sensazione che la mia musica fosse andata via per sempre e che non sarebbe mai più tornata. Ho lasciato fare al tempo, e nell’attesa che la musica tornasse ne ho ascoltata tanta, ho studiato, ho suonato quella di altri autori e ho cercato di  rubare il bello ai grandi. Da un apparente, doloroso vuoto, è nato in realtà un movimento molto proficuo e pieno, il cui senso l’ho capito proprio realizzando questo nuovo disco.

Ci sono tre personali dediche: Duke, Pesarobaiao (a Hermeto») e Medea (a M.M.). Innanzitutto, cosa rappresentano per te Ellington e Pascoal e, poi, chi è M.M.?
A dirla tutta, Duke è una dedica a una dedica. Guinga aveva composto una ballad dal titolo Ellingtoniana, che al pianoforte è meravigliosa. Mi piaceva talmente tanto, che un giorno, suonandola, si è rivelata un’ispirazione a scrivere la mia ballad, che poi ho intitolato Duke e che Guinga nel disco ha cantato meravigliosamente.
Pesarobaiao  (il baião è un ritmo che amo molto, originario del Nord-Est del Brasile), ha già una dedica nel titolo che è la città di Pesaro, nella fattispecie il suo conservatorio, presso il quale ho insegnato per due anni con mia grande gioia. Questa la dedica affettiva, ma quella musicale è a Hermeto Pascoal, perché glielo devo. Nel senso che l’incipit di quel brano è molto simile ad un suo baião che s’intitola Bebê, ma non è stata voluta la cosa, anzi, di questa sua influenza mi sono resa conto solo successivamente. Sia Ellington che Pascoal rappresentano una parte della musica che amo. M.M. è Mariangela Melato, con la quale ho avuto l’onore e la gioia di lavorare in un progetto ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, le cui musiche erano curate da Gabriele Coen. La Melato è stata un’artista meravigliosa e, quando ci ha lasciati, ne sono rimasta molto turbata. Medea nasce proprio da questo vissuto. 

Parliamo del tuo incontro con Guinga.
Guinga l’ho conosciuto nel 2007, grazie a Gabriele Mirabassi con cui lavoravo in quel periodo, e ne rimasi subito folgorata. Un musicista fuori dal comune, un artista a tutto tondo e di un’umiltà ed una semplicità spiazzanti; un uomo totalmente al servizio della musica e sempre alla ricerca di quella bella da studiare, da ascoltare, da tirar giù a orecchio: non conosce formalmente la musica, non sa leggerla né scriverla. Direi che la sua è una musica universale, ma al contempo enormemente moderna e indissolubilmente legata a quel tessuto che trae la sua forza viva dalla tradizione della sua terra. Sarà per questo che mi sono riconosciuta totalmente nella sua concezione musicale. Dal canto suo, è successo – e ne sono profondamente onorata – che da subito abbia amato la mia musica; quindi il nostro scambio, nel tempo, ha portato in modo naturale a un incontro artistico.

Hai voluto al tuo fianco anche Corrado Giuffredi. Perché proprio lui?
È stato il caso a farci incontrare. Nel 2011 eravamo entrambi ospiti alla Radio Svizzera e in quell’occasione, tra le altre cose, abbiamo suonato un mio brano, A Veva. Rimasi immediatamente colpita dal suo suono meraviglioso e dal modo in cui aveva interpretato la mia musica esattamente come io la sentivo, senza il bisogno di spiegargli nulla. Quel giorno ci siamo detti che sarebbe stato bello poter lavorare assieme e che, prima o poi, sarebbe accaduto. E’ stata solo una questione di tempo e ho avuto la conferma che questo grandissimo clarinettista era proprio quel terzo necessario a dar voce a ciò che sentivo delinearsi.

La tua profonda passione per la melodia non ha intaccato la tua tecnica, che rimane profondamente jazzistica. Forse in questo disco hai privilegiato degli stilemi legati alla musica classica?
Mi mette sempre un po’ in difficoltà dover definire ciò che invece sento e vivo in modo spontaneo e naturale. Gli stilemi della musica classica sono sicuramente sempre presenti nelle mie composizioni e forse sì, almeno in alcuni brani con il clarinetto, questo aspetto è maggiormente sottolineato. Ma in realtà non c’è stato il voler privilegiare qualcosa, è successo solo che la musica è andata in una certa direzione e io non ho fatto altro che lasciarmi guidare da lei.

È da qualche tempo che hai messo in un angolo i riferimenti più legati alla tradizione jazz: pensi che sia una pratica oramai superata o da superare? E’ questa la tua linea evolutiva?
In effetti oggi mi sento abbastanza lontana dal tipo di jazz che facevo agli inizi. I riferimenti della tradizione sono stati importanti per me, ma anche per capire dove volevo andare musicalmente e, via via, questo si è delineato sempre più, a cominciare dalle composizioni pensate per i miei primi trii. Già allora ciò che suonavo non era propriamente jazz, inteso nel senso canonico, e spesso vivevo questo fatto con un notevole senso d’inferiorità. La verità è che non mi sento una jazzista, anche se mi definiscono tale; mi sento una musicista e basta. Credo che questo album rappresenti in effetti la mia maturità artistica, anche se ogni punto di arrivo per me è solo l’inizio di qualcos’altro. A proposito degli standard: è vero, soprattutto negli ultimi anni ho sentito che questa zona del jazz mi diventava sempre più estranea rispetto a ciò che cercavo, e non perché la ritenessi una pratica superata, anzi! Per me, ancora oggi, sentire per esempio John Taylor  o Brad Mehldau sugli standard è sempre bellissimo, perché hanno un mondo sonoro molto personale e in questo non può esserci nulla di superato. Penso che un musicista debba interpretare ciò che sente, ma facendolo totalmente suo. Da superare non sono gli standard ma la ripetitività, il già sentito, l’abitudine, l’accontentarsi di qualcosa che è solo il minimo di ciò che uno può fare, solo per pigrizia o per non volersi mettere in gioco.

Pensi che il jazz statunitense sia giunto al capolinea?
Penso che il sound statunitense, ma in generale la musica in sé, siano al capolinea ogniqualvolta vengano lasciati cadere in qualcosa al cui primo posto non c’è  più la musica ma il musicista, l’esibizione della star del momento. Non mi piace, non amo questo narcisismo un po’ vuoto, in qualsiasi ambito si manifesti. Credo inoltre che ci sia stato negli ultimi decenni anche un certo raffreddamento, espresso in un jazz talvolta muscolare, supertecnico, in cui c’è una perfezione musicale impressionante (e questo forse è ancora più presente nel sound statunitense). Ma in quel tipo di jazz non riesco a trovare più quel di cui sento l’esigenza: ciò che invece mi fa sempre vibrare ascoltando Miles, Bill Evans, Lee Konitz, Charlie Parker e anche lo Shorter di oggi.

A quali altri progetti stai lavorando? Quali sono i tuoi prossimi impegni?
I progetti sono un trio di samba jazz, con basso e batteria, formazione che non ho mai smesso di amare e che mette insieme le sonorità del jazz con le ritmiche e i temi della musica brasiliana. E’ un progetto che si muove sulla falsariga dello Zimbo Trio, famosissimo in Brasile e sulla scena ancora oggi, fin dagli anni Sessanta. Il secondo è un duo con un chitarrista classico, col quale stiamo preparando un progetto su autori sudamericani come Villa Lobos, Ginastera, Guastavino che hanno attinto alla musica popolare dei loro Paesi.
I prossimi impegni saranno a febbraio e marzo: farò un tour in duo con Guinga ma anche qualche data in trio aggiungendo Corrado Giuffredi, allo scopo di presentare il disco. Sarò il 9 marzo al Quirinale per I Concerti del Quirinale: il concerto sarà trasmesso in diretta su Radio Tre e sul circuito Ebu (European Broadcasting Union). Ai primi di marzo saremo invece alla rete 2 della Radio Svizzera per un live di  «Viceversa». Infine, nell’ottobre 2014, è previsto un tour tedesco sempre con Guinga.

A Ayroldi

[leggi anche: «Stefania Tallini: «Nell’Intramente» (dall’album «Uneven»)»]