LA «SCUOLA MILANESE» ALLA SALUMERIA DELLA MUSICA

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18 novembre, Milano, Salumeria della musica

«SCUOLA MILANESE» – Storie e canzoni tra i banchi di nebbia

Nove serate a cadenza (circa) quindicinale 

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IL BELLO, L’OSCURO, IL CATTIVO

Carlo Fava, Claudio Sanfilippo, Folco Orselli

I tre protagonisti della serata si presentano come gli ergastolani (della musica, crediamo) in libertà vigilata, a scontare la pena alternativa presso la Salumeria della musica. Che una volta si chiamavano «matti», fuori dalle righe, a raccontare la vita che i loro occhi vedevano e le loro orecchie sentivano; già, perché loro sono diversi, sicuro, sono poeti e musicisti anche della Milano che hanno in testa, e attori: fanno cabaret. E ce lo ricordano con Se me lo dicevi prima di Enzo Jannacci, proiettato sul fondale, e con l’aggiornato Vengo anch’io. No, tu no che li vede assieme, caricatissimi, come nel gran finale di Ci vuole orecchio. E anche con Giorgio Gaber, che scomodano per il bis con un urlo su La Libertà, come a dire «la prima è andata».

Fa parte a pieno titolo della prima «lezione» Gian Giacomo Schiavi, cabarettista prestato alla vicedirezione del Corriere della Sera (o forse è il contrario), che interpreta un chilometrico ma coinvolgente reportage giornalistico su Milano attraversando luoghi, umori, rumori, odori, la vita della Milano vista oggi ma forse immaginata com’era una volta, di una sola classe sociale, la meno abbiente.

Di altra vita milanese è cantastorie Folco Orselli, giovane d’altri tempi, che con la scusa di portare la ragazza in vita, una sera, ti racconta di quel che proprio di sera non vedi nelle vie del centro o delle frequentate locations o della movida, e che invece vedi in piazzale Maciachini, vuoi mettere? O di quel barbone Paolone lasciato dalla sua fidanzata, che si convince ogni giorno che lei tornerà. Vere o no che siano le sue storie, lui te le fa immaginare, ti dice che – se guardi – le vedi in questa città. Ma mica siamo tutti poeti. Beninteso e per fortuna, non è questa la sola extra fashion life di Milano.

Dell’amore, e delle piccole bellezze e cose, è cantore composto Claudio Sanfilippo, che adotta anche il dialetto milanese e che, nel gioco delle parti, «pensa per tre settimane» a una domanda da porre ad Antonio Cornacchione, uno tra gli ospiti della serata; e, visto che la domanda è stata pensata a lungo, è diventata altrettanto lunga, con premesse e rimandi che hanno poco stimolato l’intervistato, che non è parso brillare nemmeno nel suo intervento «ufficiale».

Carlo Fava canta la vita tracciandola con una delicata colonna sonora di pianoforte; ed è anche un brillante maestro di cerimonie, spiritoso e garbato conduttore e intrattenitore, persino impegnato come imitatore, approfittando della spalla offerta da Antonio Lubrano. Quest’ultimo, che da tempo non vediamo in tv, lo ritroviamo al solito gentile e scoppiettante quando ci racconta i suoi aneddoti di vita milanese (lui è di Procida), compiaciuto della sua ultradecennale milanesità che però, come nel suo stile, sembra guardare con riverente rispetto.

Il gruppo (stabile) che ha accompagnato in maniera ineccepibile le due ore e mezza della serata è formata da musicisti di alto livello come Marco Brioschi (tr., flic.), Danilo Minotti (chit.), Marco Ricci (b. el.), Martino Malacrida (batt.). Li abbiamo apprezzati singolarmente e in perfetta sintonia con i tre artisti in scena; tutto è parso semplice, ma sappiamo bene quale preparazione individuale e collettiva richieda una tale spontaneità.

In tutto questo sono ben visibili tutte le sfaccettature di un genuino e garbato cabaret dalla spiccata vena musicale: ma forse ancora altro si svilupperà nelle successive serate (il prossimo appuntamento è il 12 dicembre). Ed è davvero difficile non pensare a Jannacci e Gaber, che evidentemente sono i numi tutelari dei tre showmen (che, sappiatelo, si aspettano la richiesta di un bis); non si sa mai, ma a volte capita che l’allievo superi il maestro, e magari al maestro non andrebbe giù.

P Landriani