La partita della solidarietà: il 10 luglio, a Perugia, Nazionale Jazzisti contro Nazionale Cantanti

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Calcio e musica, due grandi passioni italiane che spesso si sono avvicinate fino a toccarsi. Accade in tante canzoni, nella «partita di pallone» di Rita Pavone, nella «vita da mediano» di Ligabue, nella «dura legge del gol» degli 883, fino a «Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore» di De Gregori. E accade in quelle canzoni-tormentone di tante edizioni dei mondiali di calcio, dalle «notti magiche» di Italia ’90 al «po po po po po» urlato dai campioni di Berlino 2006 (e quest’ultima spedizione italiana in Brasile non ci ha certo lasciato memorabili motivetti…).

Nel gergo calcistico abbondano espressioni che alludono a «direttori d’orchestra del centrocampo», a squadre che «eseguono alla perfezione lo spartito preparato dal mister», o ancora al «fitto fraseggio» e all’«assolo sulla fascia», a testimoniare quanto alcune analogie siano ben radicate nella fantasia collettiva.

Di rado i musicisti sono totalmente indifferenti al calcio: alcuni lo amano follemente e altri lo detestano, increduli che certi colleghi, spiriti eletti e animati dal sacro fuoco dell’arte, possano esaltarsi scompostamente per i ventidue palestrati e tatuati che inseguono la palla.

Misteri buffi delle grandi passioni.

Ma per noi amanti del jazz e del calcio non c’è alcun mistero. La nostra musica del cuore e il nostro sport preferito ci affascinano perché intimamente legati da un elemento comune: l’imponderabilità.

Si tratta di una peculiarità che il jazz sa elevare ad arte, molto più di quanto non facciano la classica o il pop-rock, musiche i cui ascoltatori preferiscono sapere già da prima cosa verrà suonato. Assistendo all’esecuzione del Clavicembalo ben temperato di Bach o a un concerto di Vasco Rossi, ci aspetteremmo senz’altro di ascoltare il celebre preludio in Do maggiore o Albachiara. Note e parole che conosciamo bene e che vogliamo risentire, magari il più possibile somiglianti alle versioni che abbiamo amato e che ricordiamo (e mal sopportando l’interpretazione troppo personale del pianista o l’ultimo innovativo arrangiamento della rockstar).

Al contrario, quando assistiamo a un concerto jazz, non abbiamo idea delle note che ascolteremo, dei temi che saranno proposti, delle improvvisazioni (ovvio), e soprattutto del modo in cui i musicisti interagiranno, determinando, in quell’ora e mezza, situazioni di fatto imprevedibili a priori.

Esattamente come in una partita di calcio. E ci piace così!

Chi si appassionerebbe a un match nel quale è già stabilito che al decimo del primo tempo gli ospiti passeranno in vantaggio, per essere poi «raggiunti allo scadere dai padroni di casa, in un’azione viziata da un presunto fuorigioco»?

Puoi allenarti a dovere e con tutto l’impegno (puoi studiare scale, arpeggi e tecnica), puoi preparare per bene la partita e analizzarne le difficoltà (puoi fare le prove e decidere la scaletta), puoi fare una grande campagna acquisti e ingaggiare i campioni più blasonati (puoi mettere su una grande band con i migliori solisti in circolazione), ma non puoi essere certo di vincere finché non scendi in campo.

E così come non è detto che mettere insieme undici campioni sia garanzia assoluta di successo (lo sanno bene i tifosi del Real Madrid galactico di qualche anno fa), non mancano gli esempi di dischi o concerti che sulla carta avrebbero dovuto essere epocali, ma dove qualcosa non ha funzionato.

Infine l’elemento più affascinante che unisce i due mondi: l’improvvisazione.

L’allenatore dispone accuratamente i giocatori in campo, impartisce loro indicazioni precise sui movimenti da compiere e sulle linee di passaggio da prediligere, eppure al momento del cross il pallone viene deviato da un difensore, prende un rimbalzo bizzarro e il centravanti se lo ritrova dove non era previsto che finisse. Ed è lì che deve «improvvisare», adattare il suo gesto tecnico, colpire la palla come non aveva preventivato di fare e, seguendo l’istinto, la fantasia e il talento, mandarla dove il portiere avversario non può arrivare.

Può nascere così anche la grande frase nel bel mezzo di un assolo.

Il pianista appoggia un accordo inatteso, il bassista sostituisce estemporaneamente la tonica, il batterista raddoppia o dimezza il ritmo, ed ecco che al solista si presenta una possibilità inattesa, da cogliere in quel momento o mai più.

Il fascino irresistibile di uno standard e di un contropiede.

Il 10 luglio, allo stadio Renato Curi di Perugia, una grande festa celebrerà, per il secondo anno consecutivo, l’incontro fra queste due nostre passioni: la partita della solidarietà tra la Nazionale Cantanti e la Nazionale Jazzisti.

A sfidare gli esponenti del bel canto scenderanno in campo nomi di spicco del nostro jazz, tra i quali Roberto Gatto, Gianluca Petrella, Enzo Pietropaoli, Fabrizio Sferra, Javier Girotto (tra i jazzisti non mancano evidentemente alcuni «oriundi») oltre a esponenti del mondo della discografia e del giornalismo specializzato. Ma si comincia già dal 9 luglio, con i jazzisti e alcuni cantanti impegnati, sempre a Perugia, in una grande e imperdibile jam session presso l’auditorium dell’hotel Giò Wine & Jazz Area, con ingresso gratuito e possibilità di acquistare il biglietto per la partita dell’indomani. L’incasso sarà devoluto a favore di varie iniziative solidali.

L’anno scorso vinsero i cantanti, vediamo se stavolta il nostro estro improvvisativo riuscirà ad avere la meglio sul giro di Do e sulle rime cuore-amore.

Amici cantanti, si fa per giocare…

Antonio Iammarino