LA MAPPA DEI SOGNI DI SOPHIE ALOUR

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foto di Sandrine Expilly
foto di Sandrine Expilly

Sophie Alour e il jazz: quando è iniziata l’avventura?

E’ stato amore a prima vista: in precedenza non avevo ascoltato altra musica, a parte qualcosa dei Cure per far contenti i miei amici, ma senza convinzione. Per me il jazz è stato sempre un piacere e anche oggi non riesco davvero a convincermi che possa essere la mia professione. In realtà non riesco neanche a concepire la mia vita senza la musica e questo l’ho capito da subito, ma i miei genitori volevano che studiassi e che avessi un lavoro «vero». Una bella spinta a fare del jazz la mia vita è arrivata dall’ascolto di Miles Davis e John Coltrane, ma soprattutto del primo: Miles è il musicista che ho seguito e seguo tuttora, perché non è solo un trombettista ma colui che ha creato la musica. Però c’è anche una cantante che ha contribuito a questa scelta: Shirley Horn.

Hai iniziato suonando il clarinetto e poi sei passata ai sassofoni.

Tutta la musica che ascoltavo era suonata da sassofonisti come Dexter Gordon, John Coltrane, Stan Getz. Non ascoltavo i clarinettisti: anzi, per dirla tutta, non sono mai stata molto ispirata dal clarinetto. Un giorno passai davanti alla classe di sassofono del conservatorio, la sentii suonare e dissi a mia madre: «Questo è lo strumento che voglio suonare io!». Ma lei non volle, perché avevo già iniziato con il clarinetto e l’oboe. Finalmente, a diciannove anni, ho iniziato a suonare il sassofono.

Nel tuo ultimo disco «La Géographie Des Rȇves» sei passata dal trio di «Opus 3» al quintetto. Perché questa scelta?

Non ho deciso nulla: è stato un caso. Avevo chiamato qualche amico per fare una session, come spesso accade. Alcuni avevano risposto all’invito, altri no, ed è così che è nata la squadra. Già dalle prime note stavamo improvvisando in perfetta sintonia e, dopo dieci minuti, era evidente che fossimo un gruppo coeso: è la magia che solo la musica può regalare!

Ascoltando il tuo lavoro emerge chiaro un «filo rosso» che lega le varie composizioni.

In effetti è così. Ho subìto il fascino dell’album «Jazz In The Space Age» di George Russell: un distillato di mistero. Un disco che è come un unico brano, un po’ come un’opera o una storia narrata. Ho cercato di fare altrettanto, salvaguardando l’istinto d’improvvisazione di questo particolare gruppo, perfino nelle parti scritte: spero di esserci riuscita. Volevo tenere in considerazione l’istinto e l’abilità di ogni membro.

Il tuo album trasuda di libertà formali, ma qual è la tua via, la scena jazzistica che preferisci?

Nessuna in particolare. Ascolto tanta musica, come molta gente, e mi piace l’idea di prendere una direzione e dare un senso unitario alla mia scrittura e al mio disco, ma non sempre ci riesco. Comunque non amo chiudermi in un solo stile o rimanere legata a una sola direzione.

Quindi le tue composizioni da cosa traggono origine?

Da diverse fonti: la musica classica, la musica francese dei primi del Novecento (Debussy, Ravel), Steve Reich, Béla Bartók e poi Duke Ellington, Django Bates, John Hollenbeck,  Eric Dolphy, Thelonious Monk, Sidney Bechet. Ma anche il rock e il pop, che ascolto con piacere.

Chi è il tuo mentore?

Arthur Cravan, Gustave Flaubert,  Lucian Freud, Edgar Degas, Henri Michaux, Duke Ellington. Ho dimenticato qualcuno?

Hai un sogno nel cassetto?

Fare la pittrice! Poi, riuscire a toccare i sentimenti della gente così come la grande musica tocca i miei.

Quando suonerai in Italia?

Spero presto! Dovresti chiederlo al mio agente Reno Di Matteo. Mi piacerebbe moltissimo venirci perché non la conosco affatto, fatta eccezione per una volta  quando, tempo fa, ho suonato dalle parti di Assisi.

Cosa c’è scritto nella tua agenda?

Un disco in trio, «Shaker» con Frédéric Nardin e Frédéric Pasqua, in uscita a febbraio 2014. Poi ho invitato alcuni amici: Hugo Lippi, Julie Saury e mio fratello Julien, che è un trombettista, per suonare alcuni brani che ho scritto per Rhoda Scott e altri che avevo già scritto per le mie formazioni in trio. Si tratta di un album divertente, con una buona dose di groove, che non avevo mai pensato di desiderare davvero: ma mi piace sorprendermi! E ancora, in marzo sarò impegnata al teatro di Bourg-en-Bresse per un’opera che ho chiamato Self Motion Pictures. Voglio provare a illustrare ciò che Man Ray disse parlando delle opere di Erik Satie: l’unica musica che ha gli occhi. Spero di riuscire a dar voce alle foto con la mia musica.

A Ayroldi