John Zorn uno e trino

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Firenze, Cinema La Compagnia

5 giugno

Evento organizzato da Lo schermo dell’arte e inserito nella rassegna Secret Florence, la proiezione in anteprima di tre film realizzati da Mathieu Amalric su John Zorn ha riservato non poche sorprese. L’attore e regista francese è legato a Zorn da una sincera amicizia, nata nel 2008 all’epoca della loro collaborazione per «Shir Hashirim»The Song of Songs»), proseguita con l’incisione di «Rimbaud» e cementata da ulteriori incontri. Amalric avrebbe dovuto presenziare all’evento fiorentino, ma gli scioperi dei lavoratori aeroportuali francesi lo hanno bloccato e costretto a partecipare da remoto in due distinte circostanze, intervistato prima da Silvia Lucchesi de Lo schermo dell’arte, poi da Enrico Romero di Controradio.

In entrambe le sue appassionate testimonianze Amalric ha illustrato presupposti e scopi del suo lavoro, scevro da aspetti biografici e privo di un taglio strettamente documentaristico. I tre film – intitolati semplicemente Zorn I (2010-2016), Zorn II (2016-2018) e Zorn III (2018-2022) – ci restituiscono uno sguardo curioso, affettuoso e al tempo stesso profondo (quello dello stesso Amalric direttamente impegnato dietro la macchina da presa) sull’attività febbrile e sfaccettata del compositore da una parte e su certi tratti dell’uomo, sconosciuti ai più, dall’altra.

Spesso descritto come persona difficilmente avvicinabile e refrattaria ai contatti con stampa, mass media e pubblico, qui Zorn appare in una luce del tutto diversa. Emerge il ritratto di una persona totalmente innamorata della musica, assetata di nuove esperienze e nuovi traguardi (come del resto dimostra la sua copiosa produzione) e letteralmente posseduta da una curiosità insaziabile. Da angolazioni insolite – a tratti paragonabili a una sorta di eterodosso «dietro le quinte» – Amalric osserva e indaga il modo in cui uno Zorn gioviale, solidale e perfino ridanciano tranquillizza e incoraggia gli esecutori delle sue partiture, seguendoli passo dopo passo, spesso prodigo di esclamazioni entusiastiche: «Great!», «F___ing Great!», «Gorgeous!», «Absolutely Fantastic!». Si compiace e gode come un bambino davanti ai suoi balocchi preferiti per tutti quegli spunti e quelle intuizioni che lo aiutano a sviluppare il processo compositivo, a cui apporta anche delle modifiche in tempo reale. Si veda, ad esempio, l’attenzione maniacale e l’acume critico con cui Zorn cura lo sviluppo di Freud, composizione per trio d’archi (violino e due violoncelli). Qui affiora il suo interesse per compositori del secondo Novecento europeo come Ligeti, Messiaen, Penderecki e Xenakis.  In tal senso, Zorn applica quel principio – in ebraico chiamato midrash e in origine praticato per l’interpretazione delle sacre scritture – che prevede la discussione della materia al fine di coglierne la reale essenza. Dell’identità ebraica di Zorn, ampiamente documentata dalla sua attività con le varie declinazioni di Masada e dalla sua etichetta Tzadik, Amalric mette in evidenza il sottile umorismo e la capacità di sdrammatizzare.

In particolare, Zorn III, il più lungo dei tre film, si sofferma sull’estenuante ciclo di prove a cui si sottopongono la soprano Barbara Hannigan e il pianista Stephen Gosling per mettere a punto l’esecuzione di Jumalattaret, partitura di estrema difficoltà composta da Zorn ispirandosi a un poema epico finlandese. L’occhio di Amalric mette in evidenza i dubbi e le incertezze manifestati dalla pur bravissima Hannigan nell’affrontare i passaggi più impervi. Il film dedica uno spazio anche alla corrispondenza epistolare tra Hannigan e Zorn, nella quale quest’ultimo dimostra molta empatia e comprensione fino al suo intervento risolutore in quel di Lisbona. Nella circostanza il confronto e l’interazione diretti con cantante e pianista fugano ogni perplessità e appianano tutte le difficoltà grazie ad alcune soluzioni concordate. Per parafrasare la sua concezione del fare musica, Zorn lascia che la musica gli venga incontro e, al tempo stesso, cerca di non intralciarla.
Enzo Boddi

Foto cortesia Lo schermo dell’arte