John Zorn & Bill Laswell, Teatro Dal Verme, Milano, 6 novembre 2018

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Uno degli eventi più attesi del cartellone della terza edizione di JazzMi era senza dubbio il ritorno in Italia di John Zorn, affiancato per l’occasione dal bassista e produttore Bill Laswell, per la prima volta in duo in Europa. La collaborazione che lega i due musicisti dura da ormai più di trentacinque anni, iniziata con la partecipazione di Laswell ad uno dei primi dischi importanti di Zorn (“Archery”, uscito per Parachute nel 1981). Negli anni il legame si è tenuto vivo attraverso numerose incisioni, sia in veste di musicisti che in quella di produttori.

Il concerto milanese si è aperto con una introduzione scandita dalle note del basso, arricchito da suoni campionati, alla ricerca di un’atmosfera lunare su cui potesse innestarsi il fraseggio nervoso e tagliente del sax alto di Zorn. Il forte contrasto fra l’approccio rilassato e supportivo di Laswell e le note strillanti e infuocate di Zorn ha creato una musica sospesa in un orizzonte spazio temporale indefinito, a cui è impossibile e controproducente dare un’etichetta.

La performance del sassofonista newyorkese si è basata su una spasmodica ricerca di suoni inauditi, nel tentativo di indagare tutte le possibili espressioni del proprio strumento: notevoli a tal proposito due sezioni in respirazione circolare, molto più vigorose e concitate rispetto ai fraseggi di altri due fuoriclasse di questa tecnica quali Roscoe Mitchell e Evan Parker. Tuttavia durante i quaranta minuti scarsi di concerto questa indagine si è trasformata in una continua ripetizione di moduli compositivi, senza sfociare in radicali cambi di atmosfere, rimanendo ancorata ad una monotona sequenza narrativa.

Quello di martedì può essere definito un “concept concert”, un fare il punto della situazione sul mondo della musica improvvisata, volto a delineare gli sviluppi futuri di un genere che per molti ha esaurito la propria spinta creativa. L’emozione che scaturisce da un evento del genere riguarda più la comprensione delle varie tappe che ci hanno portato qui, piuttosto che la musica in sé.

 

Francesco Spezia

Foto di H.J.Z.