John Surman Trio – Piacenza Jazz Fest – 16/03/2019

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Nessuno può rimproverare a John Surman di essere un artista “statico”. A partire dal 1966 quando irruppe sulla scena londinese, questo intelligente e poliedrico artista ha attraversato oltre mezzo secolo di musica mutando generi e poetiche in un continuum che ha pochi eguali. Supportato da una voce strumentale originale ed inconfondibile egli è passato dalle pagine più libere e luminose della Mike Westbrook Orchestra al free jazz del suo celebre THE TRIO in compagnia di Barre Phillips e di Stu Martin, alla forte integrazione delle elettroniche nei giorni della elaborazione delle ballate di sapore celtico, testimoniata dagli album in solo per la ECM, alla sua cooperazione con il mondo della danza ed in particolare con la ballerina Carolyn Carson, in una progressiva tendenza verso la melodia che ci porta sino alla esibizione odierna con il trio composto con Nelson Ayres e Rob Waring. Come tutti gli artisti che hanno avuto una formazione di tipo classico per poi sposare l’informale, il ritorno progressivo (“Step by step” come ama dire lo stesso Surman) alla forma ed alla melodia ha comunque una ricchezza diversa, un senso autentico di riscoperta incantata della bellezza, mai banale o di mestiere.

John Surman
Nelson Ayres
Rob Waring

L’esibizione piacentina di Surman ne è stata un perfetto specchio: il sassofonista si è ritrovato senza il clarinetto basso smarrito dalla compagnia aerea con cui aveva viaggiato ed ha dovuto affrontare l’intero repertorio con il solo sax soprano, obbligando anche i suoi compagni a reinterpretare gli impasti timbrici dei brani normalmente affrontati con lo strumento smarrito.

Un pubblico ammaliato, attentissimo e caloroso, la grande attenzione dei musicisti, il progressivo allentarsi della tensione hanno creato una magia difficilmente eguagliabile. Chiunque in sala ha potuto cogliere la intima soddisfazione dei musicisti nell’interpretare i brani del disco “Invisible Threads” e ritrovare questi invisibili fili che li legano tra di loro ed avvolgono il pubblico in una interazione che è l’essenza di una esibizione ogni volta unica.

Il programma musicale è stato quello dell’album uscito lo scorso anno per la ECM, tutti  brani sono stati scritti da Surman espressamente per questo progetto tranne Summer Song di Nelson Ayres. Calore, luce, echi di un folk che riaffiora dall’infanzia dipingono un quadro impressionista, dai contorni soffusi ma comunque pregni della forza controllata del grande artista.

Se sul suono inconfondibile del maestro di Tavistock sono già scorsi fiumi di inchiostro vale veramente la pena di parlare dei suoi accompagnatori. Surman ha scelto per questo progetto musicisti da noi poco noti ed anche distanti geograficamente per raggiungere quei colori che desiderava. Il pianista, compositore ed arrangiatore  brasiliano Nelson Ayres ha dato quella luminosità tutta latina che appartiene al suo popolo. Il suo tocco è sublime come ci si attende da un prestigioso musicista con radici nella musica classica ma nel suo fraseggio c’è tutta la cantabilità della musica brasiliana. Non da meno la tecnica sopraffina del vibrafonista statunitense Rob Waring, soffusa ossatura ritmica di questo trio, mai debordante, sempre essenziale ma presente e protagonista nel grande interplay dei musicisti.

La melodia, la bellezza, la gioia latina di alcuni brani (uno per tutti il conclusivo Pitanga Pitomba) hanno scatenato lunghissimi applausi del pubblico, nella evidente soddisfazione di questi tre grandi musicisti.

 

Giancarlo Spezia