João Gilberto: artefice di un nuovo linguaggio

di Giuseppe Vigna

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João Gilberto
João Gilberto

«Un po’ più dolce, come il provolone, provolone dol-ce»; scandendo le due ultime sillabe, con un umorismo gentile, ineffabile e surreale, João Gilberto si rivolgeva ai tecnici a Perugia, in una lunga notte di musica al Teatro Morlacchi. Con un suono dolce, raccontando di amori, pesciolini e bacetti, João Gilberto ha rivoluzionato il mondo della musica, dalla fine degli anni Cinquanta, quando pubblicò il primo singolo, Chega de Saudade.

Era il luglio del 1958 quando l’etichetta Odeon pubblicò il disco, e il brano – già apprezzato dal pubblico per la versione incisa pochi mesi prima da Elizete Cardoso – sollevò un autentico scalpore in Brasile. Da un lato i giovani, sostenitori del nuovo sentire musicale brasiliano, dall’altro i detrattori, i tradizionalisti, i difensori del samba: era nata la bossa nova.

Nel corso degli anni Cinquanta, terminata la fase della Epoca de Ouro del samba, la scena musicale era dominata dai samba-canção che raccontavano di amori disperati, di sentimenti forti, in linea con una sensibilità machista della musica latinoamericana del tempo. «Ricordo un bolero che narrava di un suicida per amore e che addirittura terminava con il botto di un colpo di pistola», ha raccontato Tom Jobim nel film João & Antônio di Walter Salles. Proprio Jobim, giovane compositore, musicista e cantante, lavorava allora a Rio de Janeiro a un nuovo ritmo, a un nuovo approccio al samba assieme ad altri coetanei: tra loro João Gilberto Prado Pereira de Oliveira, nato a Juazeiro, nell’interno dello stato di Bahia, il 10 giugno 1931.

João Gilberto
João Gilberto

 João Gilberto incarna le caratteristiche più intime della bossa nova. Il nuovo ritmo è completamente illustrato dal suo stile alla chitarra, da quella sua straordinaria batida, che lascia tutto sospeso, in divenire, generando un linguaggio sonoro senza precedenti.  E così il canto, il suo timbro baixinho, sussurrato, senza vibrato, che cattura elementi dal jazz del tempo ma rimane legato a una spiritualità della musica che risale alle radici africane del samba e conferisce al tutto un carattere misterioso e magico. João Gilberto è l’essenza della bossa nova ma contemporaneamente è inclassificabile, un artista visionario, imprendibile, artefice di un nuovo linguaggio, così come lo sono stati Thelonious Monk, Cecil Taylor, Bob Dylan.

João Gilberto «Live in Montreaux»
João Gilberto «Live in Montreaux»

Un brano come Retrato Em Branco E Preto, registrato dal vivo al festival di Montreux nel 1987, testimonia la complessità e la ricchezza della musica di João, il continuo stratificarsi di ritmi, voce e chitarra che paiono imboccare strade diverse, discendere e salire per poi ritrovarsi. Ogni esecuzione è unica: variano il tono, gli accenti ritmici, gli schiocchi controllati di labbra, lingua e denti, la velocità e la durata del brano. «João traduce la canzone», ha detto Caetano Veloso, sottolineando come ogni brano entrando nel repertorio di João divenisse parte di un flusso sonoro originario. E questo rende imperdibili gli album della sua discografia, che documentano la ricerca di una bellezza assoluta, dagli esordi a Rio de Janeiro con i brani arrangiati da Jobim all’incontro con Stan Getz e ai concerti newyorchesi che hanno introdotto la bossa nova nel mondo, ai dischi successivi che apparivano a sorpresa, spesso dopo lunghi periodi in cui si avevano poche o nessuna notizia di lui. Il suo isolamento era il frutto di insicurezza e fragilità, della poca voglia di accettare compromessi che fossero d’intralcio alla sua ricerca estetica, e superò varie vicissitudini come una lunghissima controversia con l’etichetta EMI, terminata con la vittoria di João pochi mesi prima della sua scomparsa.

All’assenza di notizie e di interviste ha fatto da contraltare il fiorire di una lunga aneddotica intorno a João, alle sue fughe, al suo vivere isolato in un attico a Rio, alle telefonate lunghe e silenziose che faceva agli amici, all’insicurezza che lo spingeva a cancellare un concerto soltanto poche ore prima. Si racconta di quando si esibì per la prima volta in Giappone, dove è idolatrato, e pare che la prima sera fosse salito sul palco e, dopo il boato degli applausi iniziale, fosse rimasto a lungo, oltre mezz’ora, immobile e silenzioso, al pari del pubblico. Il giorno dopo, João spiegò che stava ringraziando in silenzio tutti gli spettatori, uno a uno.

João Gilberto «Live at Umbria Jazz»
João Gilberto «Live at Umbria Jazz»

Dai concerti in Giappone è tratta l’ultima registrazione pubblicata, «João Gilberto in Tokyo», del 2004, mentre l’ultimo album in studio è «João Voz e Violão» del 2000, prodotto da Caetano Veloso, che scorre come un lungo piano sequenza cinematografico intorno alla sua musica. E legata a Caetano è una bellissima immagine che chi c’era porterà sempre con sé: João, che nel corso di Umbria Jazz a Perugia, arriva una notte sul palco di Caetano come ospite a sorpresa e, imbracciata la chitarra, inizia a suonare. Ai suoi piedi erano i due giovani percussionisti bahiani del gruppo di Caetano. Lo ascoltavano estasiati: per la prima volta vedevano quello che fino ad allora avevano sentito chiamare «Dio».

Giuseppe Vigna