Jim Black Trio a Firenze

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Il trio di Jim Black, foto di Eleonora Birardi

Firenze, Sala Vanni

16 ottobre

Evento di apertura della quarta stagione di A Jazz Supreme, rassegna organizzata dal Musicus Concentus, il concerto del trio di Jim Black ha suggerito alcuni utili spunti di riflessione. Prima di tutto, in virtù del confronto tra il 53enne, vitalissimo batterista americano e due giovani musicisti europei: il 30enne pianista austriaco Elias Stemeseder e il 25enne contrabbassista tedesco Felix Henkelhausen. Musicisti senz’altro promettenti che stanno cercando di definire una loro identità sulla scorta delle lezioni dei grandi maestri.

Autore di tutte le composizioni originali del trio, Black può essere a buon diritto definito mentore e guida dei più giovani colleghi, che comunque vantano già dei curriculum di tutto rispetto. Inoltre, Stemeseder figura come membro stabile del trio nei due Cd recentemente pubblicati da Black per la Intakt: «The Constant» e «Reckon», in cui il batterista è affiancato dal già navigato contrabbassista Thomas Morgan.

Il trio attuale dimostra di possedere un discreto livello di interazione (o interplay che dir si voglia), ma di essere ancora alla ricerca di non facili equilibri sul piano del linguaggio. Considerando l’amore sempre apertamente professato da Black per Paul Motian (nella circostanza omaggiato con un paio di composizioni), un credibile punto di riferimento – e anche una bussola con la quale stabilire il giusto orientamento – sembra ovviamente essere il trio di Paul Bley.

Jim Black, foto di Eleonora Birardi

Tale deduzione, apparentemente scontata, è motivata anche da alcuni fattori specifici: la predilezione per temi stringati, spesso asimmetrici; la tendenza a procedere su tempo libero anche attraverso passaggi informali; i contrasti, non di radio proficui, all’interno del tessuto ritmico. In un contesto del genere Black occupa un ruolo indubbiamente centrale, evitando però quasi sempre di fungere da accentratore o di soverchiare i compagni. Il batterista scompone, disarticola e a volte letteralmente spezza le figurazioni, contrastando efficacemente l’azione dei colleghi e suggerendo loro aperture, deviazioni verso percorsi alternativi e nuove soluzioni dinamiche.

Elias Stemeseder, foto di Eleonora Birardi

Per parte sua, Henkelhausen esibisce un fraseggio spartano e – seppur con qualche timidezza – una certa propensione al dialogo. Nella sua asciuttezza evoca a tratti il grande Gary Peacock, recentemente scomparso, e si colloca su una linea stilistica riconducibile proprio al predecessore Morgan. Stemeseder palesa la padronanza di un vocabolario ampio – per quanto ancora suscettibile dei necessari sviluppi – che sicuramente deve molto a Bley, pur non possedendone l’inimitabile senso del blues. Semmai, dall’approccio del pianista austriaco emerge un retroterra inconfondibilmente europeo, per fortuna scevro da orpelli e caratterizzato da nitidezza di tocco, estrema attenzione alle dinamiche e propensione al rischio. Si intravede dunque nell’economia del trio un potenziale notevole, da liberare e valorizzare appieno.

Enzo Boddi